Microstoria #005 (21-10-2020)

-Lupi-, aveva detto Overon che apriva la strada. -Con questo freddo sono scesi più a valle…- continuò indicando le pendici boscose delle montagne con un gesto vago. Io, dopo tutti quei giorni di cammino, non avevo più le forze per preoccuparmi dei predatori. -Non c’è da preoccuparsi- tagliò corto la nostra guida rimettendosi in marcia a passo deciso, -c’è molta selvaggina qui… ce la caveremo piazzando i turni di guardia al carro con le vettovaglie, non possiamo permetterci di restare senza cibo, ci rallenterebbe o peggio.

Camminavamo in fila indiana, Overon sempre in testa, poi Grinfie d’Osso, il suo braccio destro di origine indigena; a seguire il giovane Flauto che era con noi quasi per caso, poi c’ero io che a stento riuscivo a pensare a qualcosa di diverso dal mettere un piede davanti all’altro e proseguire così. Dietro di me il vecchio Foglia d’Oro, il mio mentore, arrancava senza un lamento, ma io sapevo che era ferito al ventre nonostante lo avrebbe nascosto fino alla fine. Il carro chiudeva la nostra processione, sobbalzava sulla strada sconnessa trainato da un mulo e da una cavalla nera di nome Ghila; le loro briglie erano tenute saldamente da Landina De Verri, una contessa decaduta, ultima di una stirpe di spendaccioni impenitenti dei quali conservava giusto l’attitudine al scialacquare denaro. Dove stavamo andando? Immaginavo che ce lo stessimo chiedendo tutti nel profondo di noi stessi. Il bosco di abeti ci accolse e con esso il canto di un uccello che mi scaldò il cuore. C’era ancora chi fosse disposto a cantare in quelle terre! 

Microstoria #004 (13-11-2018)

Il ronzino di Taddeus era nervoso. Quando avevano attraversato la prateria umida, guadando innumerevoli pozze di fango e essendo costantemente assediati da nugoli di mosche, l’animale aveva iniziato a frustare duramente l’aria con la coda e, di tanto in tanto, scuotere energicamente la testa e sbuffare con fare alterato. Anche Belle, la sua vecchia cavalla, si era mostrata infastidita dagli insetti, ma lo aveva dimostrato con la sua solita flemma agitando pigramente il capo e facendo tintinnare i finimenti consunti. 

Da quando si erano addentrati nel bosco il sole pareva essersi nascosto dietro gli alberi, faceva capolino raramente, squarciando le ombre con fasci di luce che proiettavano le aguzze ombre delle foglie pendule. L’autunno era ormai inoltrato, un tappeto di fogliame color bronzo li accoglieva sempre più nel ventre della foresta. Tutto taceva. I tonfi ritmati dei passi dei cavalli, intervallati dagli sbuffi di Amèth, che Taddeus cercava di calmare schioccando un poco la lingua e dandogli qualche colpetto sul collo bruno, erano gli unici rumori che li accompagnavano. Le mosche, però, se ne erano andate da un pezzo, constatò Parwa, guardandosi intorno trattenendo il respiro. 

Taddeus la chiamò, era diventato nervoso e i suoi occhi saettavano qua e là. Aveva qualcosa in comune con il suo ronzino, pensò Parwa incitando la vecchia Belle a rimettersi al passo.

– Stai diventando come Amèth. Se non ti calmi, lui diventerà ancora più agitato – disse la ragazza allungando il collo per indicare il cavallo: aveva le narici schiumose e il respiro pesante.

– Non mi piace qui – rispose lui e sputò per terra. 

Parwa sapeva che stata una pessima idea prendere quella via, ma ormai ed tardi per i ripensamenti. Di certo una discussione su chi aveva scelto quale strada e perché non sarebbe stata utile in quel momento. Non si sentiva al sicuro lì, in balia di quelle ombre. Spronò Belle nuovamente la quale riprese a camminare con il suo passo pesante.

– Muoviamoci, allora – disse infine portando istintivamente la mano alla fodera della sua giubba, dove conservava il suo coltello da caccia. 

I gelati

Nella Terra dei Ghiacci vive Bhyo, un simpatico pinguino che abita in un igloo insieme a mamma e papà.

Una mattina egli si alzò di buon ora, il sole stava per sorgere e tingeva di rosa l’orizzonte. Il paesaggio glaciale attorno a lui invece era blu, sarebbe diventato bianco non appena i raggi solari lo avessero illuminato. Il signor Kruntzer, una vecchia foca con due grossi baffi che parevano inamidati, lo salutò con un cenno poco prima di gettarsi a pesca in una pozza d’acqua. Bhyo ammirava molto l’abilità del signor Kruntzer come pescatore, spesso donava alla mamma alcuni pesciolini pronti da cucinare. 

L’aria era pungente e Bhyo iniziò a camminare più in fretta per scaldarsi un po’. Era da un po’ di tempo che gli girava in testa un’idea. Voleva andare al mare, ma non al mare glaciale al quale era abituato: voleva andare alla spiaggia. Se la immaginava già dai racconti che aveva udito e dai libri che gli aveva letto la mamma prima di andare a dormire: quella meravigliosa e scottante distesa di sabbia lambita da dolci onde azzurrine, acqua tiepida, conchiglie da raccogliere, castelli sabbiosi da modellare e gelati freschi e dolci da gustare. 

Camminando e solleticandosi l’immaginazione con questi pensieri, Bhyo giunse al Porticciolo dell’Ovest, un paesino sul mare dove i suoi genitori si recavano ogni tanto per spedire e ricevere posta, comperare attrezzi utili o semplicemente per fare due chiacchiere con qualche faccia nuova. La pasticceria Biancorsi era appena aperta e il profumo dei loro muffin ai mirtilli invitava a fare una sosta da loro. Ma il giovane pinguino aveva solo tre soldi in tasca e non voleva spenderli subito per accontentare il suo palato. 

Poco dopo Bhyo si rese conto che aveva fatto bene a risparmiare le poche monete. Stava camminando sul molo dei mercanti e quella mattina c’erano solo due barche attraccate. La prima era la “Soledad” e commerciava in oggetti di vario tipo: utensili per caccia e pesca, articoli per la casa, coperte e qualche raro pezzo di arredamento; il comandante era un gabbiano e spesso affidava l’imbarcazione al suo fidato timoniere mentre la precedeva volando, tracciando traiettorie concentriche. 

-Accettate passeggeri, capitano?- chiese il giovane pinguino al gabbiano che sovrintendeva alle ultime incombenze prima della partenza. 

-Certo, ragazzo. Ma ti costerà tre soldi e un po’ di fatica. Dove sei diretto?

-I tre soldi ce li ho e la fatica non mi spaventa. Sono diretto a sud, sto cercando una spiaggia, di quelle gialle e sabbiose bagnate dal mare tiepido.

-Uhm,- rimuginò il gabbiano aggrottando la fronte -Non saprei se la “Soledad” fa al caso tuo, noi siamo diretti all’Isola Verde, ma lì non ho mai visto una spiaggia gialla. Laggiù il mare è grigio o verde scuro e batte sulle alte scogliere. Se vuoi un consiglio, chiedi a quell’altra barca prima di scegliere che direzione prendere. Può essere che la loro rotta ti sia più propizia.

Dopo aver parlato il capitano della “Soledad” spiccò il volo verso l’albero maestro e si appollaiò lassù dove aveva una miglior visuale del porto.

Bhyo seguì il suo consiglio e si diresse verso l’altra barca sulla cui bianca fiancata spiccava il nome di “Marion”, scritto in arzigogolate lettere blu.

-Noi commerciamo in cacao, caffè e banane- esordì il capitano, una vecchia scimmia che indossava un berretto a cilindro. -Ma ti avverto, pinguino,- continuò lei grattandosi un’orecchia -La “Marion” non raggiunge direttamente quei posti, non è adatta a un viaggio del genere. Noi ci fermiamo al porto di Ballington, sull’Isola del Vento e attendiamo il carico dalla nave di mia sorella: la “Carioca”. Per quattro soldi ti posso portare fin lì. Che ne dici?

Bhyo ci pensò su. Quattro soldi non li aveva. Però l’idea di andare all’Isola del Vento lo intrigava, e se non fosse riuscito a farsi caricare sulla “Carioca” pazienza, qualche cosa avrebbe potuto fare comunque, il porto di Ballington era sempre gremito di navi da ogni dove, non mancavano certo le opportunità. Quindi contrattò per un passaggio alla cifra di due soldi, avrebbe pescato e aiutato nelle cucine. Il capitano accettò dopo aver tergiversato quanto si addiceva ad una degna contrattazione. Gli tese la mano e se la strinsero, il suo palmo era duro come cuoio. 

In serata la “Marion” partì, si diressero verso il sole morente su acque placide tinte dai colori del tramonto.

Bhyo esplorò la cucina sotto lo sguardo severo del signor Hoffton, il cuoco, un tricheco molto ordinato ed esigente. Il tragitto verso il porto di Ballington durò quattro giorni durante i quali il giovane pinguino pelò più patate che in tutta la sua vita. 

Una mattina limpida e ventosa il capitano scandagliò l’orizzonte col cannocchiale. -A sera giungeremo al porto, signori!- gioì. Era stata una traversata senza imprevisti.

Quella sera infatti cenarono a terra alla Locanda del Pescatore, il signor Hoffton si dimostrò un abile  narratore ipnotizzando Bhyo e gli altri dell’equipaggio con i suoi aneddoti marinareschi. 

-Si chiamano gelati,- disse il cuoco alla fine dell’ennesima storia -devi assaggiarli, ragazzo, non appena andrai alla spiaggia-, continuò rivolgendosi a Bhyo.

-Ne ho sentito parlare…- rispose lui timidamente -Sono dolci, vero?

-Altroché!-, si inserì il capitano -Sono qualcosa di magnifico: cremosi, zuccherini, freddi come neve!

Bhyo quella notte sognò di trovarsi su una spiaggia deserta, con il rumore della risacca a rompere il silenzio e la sabbia gialla e abbagliante. Poi vide un pesce sdraiato sul bagnasciuga che si beava della carezza delle onde.

 -Ciao-, disse il pinguino quando fu abbastanza vicino. -Ciao a te-, rispose il pesce scrutandolo con i suoi occhi grandi e curiosi.

-Dove siamo?

-Alla spiaggia.

-Si, ma… Dove?- incalzò Bhyo mentre l’acqua marina gli lambiva i piedi.

-Eh, bella domanda…- rispose il pesce rigirandosi su un fianco. -Io posso dirti solo una cosa: il mio nome.

-Ah, sì? Dimmelo allora!

-Mi chiamo Scér.

-Io sono Bhyo. Piacere di conoscerti.

Il giovane pinguino si svegliò di soprassalto mordendosi la lingua. Si trovava in una cuccetta a bordo della “Marion”. Fuori iniziava ad albeggiare, il vento sibilava tra gli interstizi del boccaporto. La nave mercantile avrebbe salpato quel giorno stesso, si tornava indietro, verso la Terra dei Ghiacci. Ma Bhyo non poteva dirsi ancora soddisfatto del suo peregrinare, sapeva che una bella spiaggia dorata lo attendeva da qualche parte e forse anche una nuova amica… O era frutto della sua immaginazione? Non lo sapeva, ma era certo di voler approfondire la sua ricerca. 

A colazione i marinai avevano lo sguardo fremente di chi vuol ripartire, bevevano il loro caffellatte e vi inzuppavano il pane febbrilmente, quasi non vedessero l’ora di mettersi al lavoro e salpare. 

-Partiremo questa sera stessa- proclamò il capitano prima di dirigersi in plancia a fumare un sigaro in solitaria.

-Che farai, pinguino?- chiese il signor Hoffton, il cuoco, che si era decisamente ammorbidito nei suoi confronti.

-Io non ho ancora terminato il mio viaggio- rispose Bhyo mentre pescava il pane ammollato con un cucchiaio, -credo che cercherò un altro passaggio per mare.

-La “Carioca” è ripartita ieri sera…- rispose Hoffton quasi parlando tra sé.

-Lo so,- assentì Bhyo -ma non c’era posto per me.

-Potresti chiedere agli EE. Loro in questa stagione di solito si dirigono ai Tropici. Potresti trovare quello che cerchi andando insieme a loro.

-E chi sono gli EE? Dove posso trovarli?

-Se vai al museo di Storia Naturale li troverai, stanno sempre lì a confabulare sulle loro scoperte…- concluse Hoffton sparecchiando la tavola dalle tazze rimaste. 

Il museo di Storia Naturale aveva una facciata austera con due grosse colonne dai capitelli ionici sormontate da un frontone triangolare dal timpano spoglio, incorniciato da motivi geometrici. Il colore del palazzo andava dal grigio al verde scuro e al marrone, in certi punti più chiaro perché battuto dal sole e dalle intemperie. 

Un pinguino completamente bianco e con una lunga barba che gli arrivava fino ai piedi ne uscì fischiettando e così facendo prese a spazzare via le foglie secche dalla scalinata in pietra che conduceva all’ingresso. Procedeva con metodo, perfettamente a tempo con il motivetto che intonava. Giunse in breve proprio di fronte a Bhyo e gli disse, come ripetendo una formula abituale: -Il museo è chiuso adesso. Apriamo tra un’ora.

Bhyo lo seguì con lo sguardo ancora un po’ prima di rispondere. -Non è il museo a interessarmi, signore, ma gli EE. Mi è stato detto che potevo trovarli qui. Sbaglio?

Il pinguino bianco si fermò di colpo a quelle parole. Poi si girò verso il giovane e lo squadrò da capo a piedi.

-É così, quindi? Cerchi gli EE, ragazzo?

-Sissignore.

-Beh… Si dà il caso che tu li abbia trovati. Io sono il professor Barbagio, fondatore e direttore degli Eterni Entomologi. 

Il giovane pinguino non si immaginava di certo che la sigla “EE” significasse “Eterni Entomologi”. Dopo essersi presentato con il professore e aver spiegato i suoi propositi fu introdotto agli altri membri del gruppo: un’orso polare che si toglieva gli occhiali da sole solamente per dormire o per fare un montaggio video e una vipera esperta di riprese in soggettiva.

-Io sono Bunny, lui è Gardner- disse la vipera con un marcato accento del sud. 

-E così sarai il nostro nuovo cambusiere!- disse Gardner l’orso dando una pacca sulle spalle del giovane pinguino facendolo caracollare in avanti.

-La nostra passione sono gli insetti,- continuò Bunny strisciando su una teca contenente centinaia di farfalle – ma non ci piace mangiarli, quindi niente cavallette fritte o cimici nella minestra per favore!

-D’accordo,- balbettò Bhyo domandandosi nello stesso tempo se i tre avrebbero, se non apprezzato, almeno tollerato la sua cucina.

Quella sera stessa era in programma la partenza degli EE, direzione: i Tropici.

La barca sulla quale viaggiavano era minuscola e aveva l’aria di non essere molto solida. 

-Stai tranquillo, ragazzo!- esordì il professor Barbagio dopo aver notato l’espressione sgomenta di Bhyo -Sono circa trent’anni che questa bellezza passa le revisioni a pieni voti!

-Benvenuto a bordo della “Ernestina”- lo accolse la vipera strisciando sul timone.

Bhyo trovò posto nella cabina a fianco della cucina e approntò il suo giaciglio: un’amaca che si adattava perfettamente al rollio della barca.  

Nell’oscurità della notte il giovane pinguino salì sul ponte della Ernestina. L’Isola del Vento e le luci di Ballington stavano scomparendo inghiottite dall’orizzonte. L’imbarcazione fendeva sibilando le onde e la sua scia si dileguava placidamente a poppa. 

Il professor Barbagio stava al timone, con una pinna teneva ferma la sua barba bianca che il vento faceva svolazzare infastidendolo. Aveva lo sguardo ardente dell’esploratore, ma dava anche segno di stanchezza, per come ogni tanto il capo gli ciondolava in avanti. 

-Posso farle un caffè professore?- disse Bhyo a bassa voce come per paura di disturbarlo. 

-Eh? Come?- farfugliò il vecchio pinguino guardandosi intorno smarrito, – Ah, sei tu, ragazzo…- continuò dopo averlo adocchiato – Come rifiutare una sì nobile bevanda?

Poco dopo Bhyo gli stava porgendo una tazza fumante, il professore la afferrò lasciando il timone al giovane.

-Ecco, bravo,- lo incoraggiò dopo una bella sorsata di caffè -mantieniti su questa rotta, devi avere quella stella laggiù sempre in quella posizione, la vedi?

-Sì, la vedo!- rispose Bhyo colmo di eccitazione, era così felice di guidare una barca!

Era quasi l’alba quando Gardner diede loro il cambio, Bhyo gli preparò un panino e una tazza di tè e poi si diresse nella sua cabina abbandonandosi ad un sonno profondo.

Era quasi mezzogiorno quando Bunny svegliò malamente il giovane pinguino gettandogli in faccia dell’acqua gelata urlando a squarciagola: -Sveglia, cambusiere! È quasi ora di pranzo e non vedo niente bollire in pentola!

Bhyo cadde dall’amaca con un tonfo e si affrettò a raggiungere la cucina: un bugigattolo ricoperto di uno strato di unto e sporcizia con il lavandino sepolto sotto una pila chilometrica di piatti sporchi. 

-Devi sapere che quando Gardner ha fame non c’è nulla che possa mettersi fra lui e il cibo… Questo deve essere il risultato di un suo spuntino in mattinata…- disse la vipera trattenendo a stento un risolino e lasciando poco dopo il pinguino a fare i conti con quel disastro. 

Il cielo non era più sereno come durante la notte, si udivano tuoni in lontananza e il rollio della barca si fece via via più impetuoso. Cumuli di nubi color cenere si scontravano ad alta quota sospinte da forti correnti.

Nessuno volle pranzare e per Bhyo fu un sollievo perché aveva giusto finito di lustrare gli ultimi piatti. Il professor Barbagio era assorto nei suoi pensieri e prendeva appunti su un taccuino osservando il cielo con occhi inquieti. Gardner e Bunny erano stranamente silenziosi. Bhyo temeva che sarebbe giunta presto una tremenda tempesta. E così fu. 

Una violenta folata di vento carica di gocce di pioggia investì la prua della nave scuotendola fino alla punta dell’albero maestro. Bhyo osservò con terrore le nubi crescere e avanzare verso di loro, parevano massi giganteschi che rotolavano giù da un pendio invisibile squarciando il silenzio con il fragore dei tuoni.

Fulmini violetti illuminavano le forme di quei cirri inquieti, il vento aumentava sibilando; l’Ernestina fendeva le onde mentre Gardner manovrava il timone con movimenti decisi. Bunny invece era avvinghiata al pannello degli strumenti. -Professore!- gridò la vipera, -Il barometro precipita!

-Ne vedremo delle belle…-, rispose il professore con uno sguardo spiritato, mentre lottava con le correnti per indossare una cerata gialla svolazzante.

Bhyo non aveva un ricordo preciso di come si svolsero gli eventi, ricordava che la paura gli aveva stretto più e più volte la bocca dello stomaco; inoltre ricordava gli incoraggiamenti di Gardner e le frasi brucianti del professore. Ad un certo punto una pignatta da stufato gli era piombata in testa e le cose si erano fatte confuse e i rumori più attutiti. Riaffiorarono nitidamente le parole di Bunny: “È svenuto”, aveva detto.

Il giovane pinguino sollevò debolmente una pinna e si toccò la fronte. Doveva essere proprio lì che la pignatta lo aveva colpito. L’entità del bernoccolo lo impressionò e lo tranquillizzò nello stesso momento: se sentiva dolore significava che era ancora vivo! Era sopravvissuto alla tempesta!

Si rese conto di stare strizzando gli occhi. Percepiva della luce dall’altra parte, una luce forte e calda. Sollevò le palpebre con cautela. 

Il cielo era così azzurro da ferire la vista. Il mare era liscio come una tavola e alcuni gabbiani svolazzavano intorno all’imbarcazione. 

-Buongiorno, Bhyo!- disse una voce che il pinguino riconobbe subito come quella di Gardner, -Mi stavo giusto chiedendo se si poteva avere un bel caffè fumante…- continuò l’orso polare con una voce allegra, ma segnata dalla stanchezza. Egli era ancora al timone, vi si era legato saldamente con una fune per non perdere il controllo della nave. 

Il pinguino si districò in un’accozzaglia di pentole e stoviglie ed estrasse la caffettiera da quel caos.

Bunny dormiva ancora avvinghiata al barometro, il professore russava sonoramente sdraiato al centro del ponte. 

Il pinguino e l’orso bianco fecero colazione in silenzio guardando l’orizzonte e i riflessi dorati del sole sul mare. -Anche io provengo dalla Terra dei Ghiacci-, esordì Gardner appoggiando sul ponte la tazza ormai vuota. -Dove vivevi laggiù?- chiese Bhyo, che per un momento fu colto da una forte nostalgia di casa; -Sono nato a Skyrgar, quell’isoletta di fronte al Golfo delle Foche- rispose l’orso, -È un bel posto dove vivere, ma io sognavo di girare il mondo- continuò, -Ogni tanto andavo con mio padre al Porticciolo dell’Ovest a scambiare merci e mi fermavo delle ore a guardare le navi, fantasticavo sulle avventure per mare.

-Anche io ogni tanto vado lì con i miei!- disse Bhyo rinfrancato da quel comune ricordo.

-Allora avrai assaggiato i muffin ai mirtilli della pasticceria Biancorsi!- lo incalzò Gardner leccandosi i baffi.

-Altroché! Sono i muffin migliori che…

-Ehi, voi due!-, la voce di Bunny li fece girare di scatto.

-È un’isola, o sbaglio, quella che vedo laggiù?

Di lì a poco il professore aveva già srotolato le mappe e le scrutava aiutandosi con un compasso per stabilire di che isola si trattasse.

-Dev’essere Mariflor o, al limite, Pescadora. Certo che quella tempesta ci ha spediti parecchio in là…- sentenziò Barbagio grattandosi la barba candida. 

-Ad ogni modo,- continuò -non ho mai avuto occasione di fare una seria ricerca sugli insetti-foglia che abitano le foreste interne di questa fascia climatica… Potrebbe essere l’occasione giusta, non credete?

L’equipaggio pareva d’accordo, inoltre gran parte delle provviste era stata dispersa durante la tempesta. Non avevano molte alternative se non dirigersi verso la misteriosa isoletta.

Man mano che si avvicinavano lo sguardo del professore si incupiva. Non riconosceva le rosee scogliere di Pescadora né il ridente porticciolo di Mariflor, con le sue bianche casette adornate dalle splendide bouganville. 

-Qualcosa non torna…-, mormorò Barbagio scrutando il monte che si ergeva tra la fitta vegetazione.

-Mi pare di vedere una scia di fumo provenire da dietro il monte- disse Bunny aguzzando la vista.

-Quel fumo non proviene da dietro il monte, bensì dal monte!- esclamò il professore, -Si tratta di un vulcano!

L’Ernestina avanzava lentamente e più si avvicinava alla misteriosa isola, più l’inquietudine del suo equipaggio aumentava. -Non riesco proprio a capacitarmi,- continuava a ripetere Barbagio sfogliando febbrilmente le sue carte nautiche, -non dovrebbe esserci alcuna isola in questa posizione.

Bhyo non riusciva a staccare lo sguardo dal costante sbuffo di fumo che si innalzava dal cratere del vulcano. Ben presto gettarono l’ancora in un piccolo golfo protetto dalle correnti più forti. 

-Io rimango a bordo, ragazzi- proruppe Gardner -non sono di alcuna utilità se non recupero un po’ di energie.

-D’accordo, Gard- rispose il professore mentre approntava la sua attrezzatura di base e la caricava sulla scialuppa, -riposati, ma stai all’erta, questo posto è un’incognita, potrebbe essere tranquillo o molto pericoloso, non possiamo ancora stabilirlo.

-E la presenza del vulcano non è affatto rassicurante…- incalzò Bunny fissandolo con i suoi grandi occhi gialli.

-Bhyo, tu occupati del pranzo, saremo di ritorno al tramonto- concluse Barbagio lisciandosi per l’ennesima volta la lunga barba.

Avevano salutato la bianca sagoma di Gardner da un pezzo, camminavano ormai da qualche ora immersi in una fittissima vegetazione tropicale, l’umidità dell’aria era alta e il suolo scivoloso non ammetteva alcuna distrazione nel calcolare dove poggiare i piedi. Bunny si era posizionata sul cappello da esploratore del professore e da lì effettuava alcune riprese. -Documentare ogni cosa è fondamentale nel nostro lavoro,- aveva detto a Bhyo mentre estraeva una minuscola videocamera dalla sua sacca personale.

-C’è qualcosa di strano, nell’aria…- aveva detto d’un tratto il giovane pinguino con una voce un po’ più acuta del solito. -Il silenzio- sussurrò Barbagio scostando una liana e voltandosi a guardarlo con i suoi occhi vispi -è il silenzio a essere così assordante, ragazzo.

-Perbacco!- aveva esclamato d’un tratto il professore facendo sobbalzare i due compagni.

-Che succede, doc?- disse Bunny mentre zoomava su una corteccia satura di formiche rosse e nere. 

-Mi pare proprio di avere visto… O diamine, ma certo che l’ho visto! Un esemplare di scarabeo tricornuto! Ci pensate!?

-Ne è sicuro professore?- rispose la vipera febbrilmente tentando di orientare la videocamera nella sua direzione.

-Un cosa?- esordì timidamente Bhyo che tentava di afferrare la ragione del loro improvviso entusiasmo. 

Mentre i tre avanzavano nella foresta Gardner stava a bordo dell’Ernestina. Mangiava un panino con burro e acciughe, uno dei suoi preferiti, sfogliando distrattamente un catalogo di attrezzi per la manutenzione di motori nautici. -Quel fumo…- disse tra sé spostando lo sguardo verso l’estremità del vulcano – …Non mi piace per niente.

-Ehi! Ehi, tu!

Una voce che pareva provenire dal mare lo fece sobbalzare. Gardner si aggirò sul ponte con aria circospetta, poco dopo si fermò grattandosi il capo. -Mah…- sbuffò, -Dev’essere la stanchezza che mi fa immaginare strani suoni…

-Ehi! Dico a te, orso bianco!

A queste ultime parole Gardner per poco non per perse l’equilibrio per lo stupore. 

-Sono qui! Ehi, sono qui a poppa!

L’orso caracollò fino in coda all’imbarcazione. Dall’acqua spuntava la lucida testa di un pesce dai grandi occhi. 

-Oh, finalmente!- disse il pesce roteando le pupille -Pensavo che avrei dovuto mettermi a tirar sassi per attirare la tua attenzione, non sei un orso molto sveglio, eh?

-Ma che pesciolino impertinente!- rispose Gardner un po’ ferito nell’orgoglio -Vorrei vedere te dopo una nottata passata al timone durante una tempesta pazzesca!

-Avete attraversato la tempesta con questa qui?- incalzò il pesce alludendo all’Ernestina.

-Certo, e siamo ancora tutti qui per raccontarlo!- concluse l’orso raddrizzando la schiena e battendosi forte sul petto.

-Tutti? Ci sono altri passeggeri?- chiese il pesce strabuzzando gli occhi.

-Al momento sono a terra, sono andati in esplorazione dell’isola- rispose lui un po’ seccato dalla curiosità di quel pesce.

-Allora sono in grave pericolo- disse il pesce senza mutare espressione -e anche tu, orso. Dovete andarvene.

-Professore, sicuro che non vuole il suo panino? Posso mangiarlo io?- chiese Bhyo mentre riponeva i resti del pranzo nello zaino, -Mangialo pure, ragazzo… Io non ho affatto fame- rispose il vecchio pinguino senza smettere di scribacchiare sul suo taccuino. -Tranquillo, fa sempre così mentre lavora- disse Bunny dando un colpetto di incoraggiamento a Bhyo con la coda; -il fuoco sacro- proseguì la vipera con sguardo assorto, poi sorrise -è così che chiama il suo ardore scientifico. 

Il mezzodì era passato da un pezzo e i tre si trovavano su uno sperone roccioso che concedeva una buona visuale sull’isola. Avevano attraversato il bosco con non poca fatica e raccolto molto materiale video interessante. Bunny non vedeva l’ora di incominciare a montare un bel documentario sullo scarabeo tricornuto, aveva un’aria allegra e di tanto in tanto Bhyo la sentì sibilare qualche vecchia canzone dondolando la punta della coda. 

-Ehi, guardate!- proruppe il giovane pinguino con voce squillante, -l’Ernestina è proprio laggiù!

Bunny si issò su un albero per vedere meglio. -Ma…- iniziò lei titubante -…Che strano,- fece eco Bhyo – non dovremmo averla alle spalle?

Avevano appena attirato l’attenzione del professore che abbandonò momentaneamente i suoi appunti quando un’enorme boato li fece trasalire. 

Si guardarono atterriti l’un l’altro, poi il loro sguardo si diresse al vulcano. La terrà tremò.

-Svelti! Dobbiamo fuggire di qui!- gridò una voce alle loro spalle.

I tre si voltarono simultaneamente e per un attimo pensarono di essere impazziti: un pesce, in piedi sulle sue pinne posteriori, li stava chiamando e li esortava a seguirlo.

-Devo essere ammattito…- mormorò Barbagio strabuzzando gli occhi.

-Professore, Bunny! Seguiamo quel pesce, io la conosco!- esplose Bhyo prendendo in mano la situazione.

I due non fecero in tempo a replicare che un altro violento scossone sismico per poco non li buttò a terra. Poco dopo stavano seguendo il pesce che li guidava con passo sicuro per una scorciatoia attraverso la foresta, avrebbero presto raggiunto l’Ernestina, dovevano andarsene da quell’isola e in fretta!

Bhyo correva, inciampava, si rialzava e caracollava spezzando rami e rametti; di tanto in tanto si voltava per assicurarsi che il professore e Bunny (che stava aggrappata al suo cappello) non rimanessero troppo indietro, ma la paura aveva reso Barbagio più giovane di qualche decennio, almeno momentaneamente. 

Il giovane pinguino era assediato da un turbinio di pensieri, aveva riconosciuto quel pesce, o meglio, quella pesciolina: l’aveva incontrata in sogno e si ricordava anche il suo nome, Scér. 

-Eccoci! Ancora pochi metri!- gridò Scér appena giunsero in una spiaggia così bella da togliere il fiato. 

Gardner si sbracciava dal ponte dell’Ernestina, il motore rombava pronto a filarsela via da lì. 

Appena furono tutti a bordo la barca partì al massimo della potenza; Bhyo stava a poppa, appoggiato al parapetto, il vento gli portò via il cappello e lo depositò proprio sulla loro scia. Prima che potesse aprir bocca la pesciolina si lanciò in mare per andarlo a recuperare. 

-Scér!- urlò Bhyo preoccupato -Scér!

Con un guizzo, Scér ritornò a bordo, porse a Bhyo il suo cappello e gli rivolse un gran sorriso. Il pinguino sorrise a sua volta e la ringraziò, per il cappello, per averli salvati, per tutto insomma. La pesciolina lo guardava con quegli occhi grandi e lui si sentì in imbarazzo. 

-Bhyo,- disse infine -Ci siamo incontrati in sogno.

-Sì- rispose lui -siamo amici, vero?

-Eccome!- rise Scér.

-Ehi, ragazzi!- 

Gardner arrivò col suo solito passo pesante, teneva in mano due coni gelato. -Tenete, mangiateli prima che si sciolgano! Pensate che erano nascosti in fondo al freezer, credevo fossero finiti e invece…

Bhyo e Scér si sedettero sul ponte facendo dondolare le pinne oltre la murata. Il vulcano dell’isola che avevano appena lasciato era lontano ormai. Il professor Barbagio controllava i dati del suo sismografo e intanto si grattava la barba. -È stato un falso allarme, probabilmente…- mormorò – Ma, meglio essere andati via… poteva finire molto, molto peggio.

-Ehi, sta nevicando?- proruppe la vipera guardando dei fiocchi cinerini che fluttuavano intorno alla barca.

-No, cara Bunny,- disse il professore – quella è cenere uscita dal cratere del vulcano, si sta pian piano depositando. Non c’è che dire, siamo stati fortunati. Soprattutto grazie a quello strano pesce- terminò alludendo a Scér che con una piroetta si rituffò in mare. Poi riemerse e indicò verso il sole che stava per tramontare.

-Proseguite in quella direzione e domani sarete a Pescadora. Arriverci Bhyo, torna a trovarmi!

-Certo Scér, lo farò!

-Ciao a tutti, amici!

Gli Eterni Entomologi e il giovane pinguino navigarono ancora e presto giunsero alla Terra dei Ghiacci, dove egli fece ritorno da mamma e papà. 

Microstoria #003 (24-03-2018)

Tutta quella luce non la si poteva contenere, quando il sole battente sbucava dai monti cilestrini. Il sole e il freddo coesistevano come buoni fratelli. Il gelo rimaneva nell’oscurità delle ombre. La carovana non si fermava mai; nessuno riusciva a spiegarsi il perché avesse sempre il vento contro, qualsiasi fossero le sue manovre. C’era chi era rimasto indietro, è vero, chi aveva pensato “mi riposo solo un momento” e non si era più rialzato, ma la carovana doveva andare e andare, per sua natura non poteva fermarsi. La sua meta? Hilderok il Mite, così lo chiamavano, diceva che la meta altro non è che un limite, un’ottusità per quelli che si fanno cogliere dai tremori prematuramente. Penny Sue non sapeva se essere d’accordo con lui, solitamente faceva spallucce e dava gas alla sua due ruote sperando che reggesse fino alla prossima zona rifornimenti; in cuor suo pensava solo una cosa: “astronave”. Lei voleva convincere gli altri a spingersi oltre, cambiare pianeta, o sistema magari? E se non fossero stati d’accordo…beh in quel caso sarebbe andata lei sola, se non avessero “avuto fegato” quei disperati che la carovana ormai si portava dietro da decenni.

Microstoria #002 (18-03-2018)

Metà del mondo era scomparsa. Alcuni anziani lo avevano predetto, in certe sere attorno ai focolari. Prima o poi sarebbe accaduto, dicevano, il mondo sarebbe lentamente scomparso, inghiottito da quella grigia cortina che aveva poco a poco digerito altri pianeti del sistema solare, inclusa la Luna. Come erano diventate buie le notti, senza il suo bianco riverbero! I boschi erano spettrali, non si udiva un suono, un fruscio o lo scalpiccio nervoso di qualche selvatico. Non si sapeva quanto sarebbe durata, gli uomini si aspettavano un repentina avanzata del grigio che presto avrebbe raggiunto i 300 metri sul livello del mare. Enormi migrazioni di animali e persone si erano riversate verso le coste, sperando di salvarsi o, almeno, guadagnare tempo. Ma presto quella nebbia infame li avrebbe raggiunti, non sarebbe restato altro da fare che scavare, scavarsi la fossa e aspettare.

Microstoria #001 (3-10-2017)

Negli uffici della questura di R. nessuno rispondeva al telefono. C’era scritto: “apriamo alle 8 e 30”, ma evidentemente non era così. Il telefono squillava a vuoto e dopo un po’ la linea cadeva. Theo Ponty aveva deciso di non arrendersi e continuava a chiamare; fumava una paglia dietro l’altra e non riusciva a smettere di immaginarsi l’inettitudine di chi avrebbe invece dovuto alzare prontamente la cornetta dall’altra parte. La realtà, ad ogni modo, era decisamente più drammatica. 
Theo lo ignorava mentre sbuffava fumo e imprecava, ma il numero che stava chiamando, in verità, non esisteva. Nell’angusto ufficio delle “telefonate smarrite”, una donna magra, che portava un paio di occhiali da sole nonostante la tenue illuminazione, rispose al telefono con fare assorto: “Ufficio telefonate smarrite, in che cosa posso esserle utile?”.

Microstorie

Buongiorno cari amici e viandanti del web! Oggi inaugurerò una nuova categoria su questo blog: le Microstorie! Capita che io scriva delle storie partendo da delle fotografie che pubblico su Instagram, non è che capiti proprio sovente, ma giusto oggi ne ho scritta una e ho pensato che raccogliere tutte quelle che ho scritto fino ad ora per fare un po’ di ordine e condividerle con voi.

Questi brevi, brevissimi racconti si possono trovare su Instagram seguendo l’hashtag #infondoalrettilineo, il mio profilo è @rukimalu se volete trovarmi in quel miasma di immagini e pensieri.

Non mi resta che augurarvi buona lettura in una stagione che per le letture è indubbiamente propizia; e salutarvi con un’opera dell’artista Hollie Chastain che evoca profondamente il mio sentire riguardo alla scrittura: un incontro tra fisico e metafisico che trasporta in luoghi inaspettati sospinti da invisibili correnti. Ma chi può dire dove sia la linea di confine?

A casa dei nonni Olyphant

Era un giorno di maggio quando il nonno Olyphant si sedette sotto la veranda di casa fumando la pipa. Aspettava l’arrivo di suo nipote Banana che dopo la scuola trascorreva il pomeriggio in casa dei nonni. 

Banana è un elefantino vivace e robusto che ama giocare a palla e andare sullo skateboard. Il nonno lo vide arrivare lungo il viale alberato e si sentì subito felice perché sapeva che la presenza del nipotino rendeva di certo più imprevedibili e frizzanti le sue giornate. Lo salutò sventolando la proboscide e poco dopo fiutò il soave odore del pranzo preparato dalla nonna. Anche la sua cucina migliorava, si vivacizzava, quando Banana andava a trovarli. 

-Hai lavato le mani, Banana?-, chiese la nonna mentre toglieva dal forno le pannocchie arrostite e sistemava la teglia fumante sul poggia-pentola. Banana stava invece osservando una ranocchia nuotare nel secchio dell’acqua piovana e si domandava se anche lui avrebbe potuto farsi presto una nuotata giù allo stagno con i suoi amici. Faceva molto caldo. -Pare estate, eh?- sospirò il nonno asciugandosi la fronte con un fazzoletto, il nipotino annuì e si precipitò in cucina dove aleggiava una musica diffusa dalla radio, la nonna avrebbe ascoltato musica da balera tutto il giorno se non fosse che ogni tanto veniva interrotta da qualche notiziario. 

L’elefantino mangiò per tre e i nonni non mancavano di riempirgli il piatto di prelibatezze, le verdure del loro orto erano proprio saporite! 

La nonna aveva fatto lo sciroppo di rose con i boccioli dal suo roseto, Banana credette di non aver mai bevuto nulla di più buono di quel fresco nettare. 

Il pomeriggio il nonno dormicchiava sul sofà, il suo intento era quello di leggere il giornale, ma si addormentava sempre; allora nonna Olyphant apriva un cassetto in sala e tirava fuori il mazzo di carte. Lei e Banana giocavano e segnavano i punti su un foglio; a volte capitava che Selphie, una giovane volpe compagno di scuola di Banana, passasse a salutare e i due si facessero un giretto lì nel quartiere, giocavano a palla e a nascondino, se pioveva disegnavano sdraiati sul tappeto del salotto. Selphie voleva sempre andare a spasso sotto la pioggia, ma Banana preferiva stare in casa, non amava bagnarsi a meno che non facesse davvero caldo, in quel caso era il primo a lanciarsi nello stagno al di là del bosco. 

Quando il sole iniziava a calare e la sua luce calda tingeva di arancio le tende della portafinestra, il nonno soleva destarsi e bere un tè in cucina, osservando le piante dell’orto dalla finestra. La nonna leggeva o faceva le parole crociate.

Quella sera, come di consueto, i nonni emersero dalle loro rispettive occupazioni salutandosi con un cenno della proboscide. Banana poco più tardi rientrò dalle sue scorribande e si diresse verso il giardino sul retro della casa, dall’orto che attendeva di essere innaffiato. Il nonno trascorreva almeno due ore lì, in mezzo alle sue piante, prima di cena. E il nipote lo aiutava, lo seguiva, faceva domande su questa e quella pianta. Chiedeva delucidazioni circa l’incessante lotta contro i parassiti, aiutava a trapiantare le giovani zucchine dal semenzaio alla terra. Costruiva i supporti per i cetrioli, i pomodori, i fagioli dalle grosse foglie molleggiate. Il ciliegio aveva messo su tante piccole palline verdi al posto dei fiori. – Appena maturano, sarai il primo a saperlo- disse il nonno rassicurando l’elefantino che le scrutava pensoso. 

-Sai che cosa ha detto mentre bagnavamo le aromatiche?- disse nonno Olyphant alla nonna, riferendosi al nipote. La nonna lo guardò senza smettere di asciugare una tazza. -Cosa ha detto?-, rispose.

-Che il suo amico Selphie se ha molta fame scava e mangia i lombrichi! Da non credere!

-Beh, noi alla sua età non ci saremmo mai sognati di essere amici di una volpe, di andarci a scuola… Banana sta imparando tanto, è curioso e gentile e accetta gli altri così come sono. 

Le piante crescono tutto il giorno, ma di notte pare che lo facciano di più, sarà perché nessuno le sta a guardare. Così anche Banana pare crescere di volta in volta agli occhi dei suoi nonni, che attendono ogni sua visita come l’ennesima dolce sorpresa. 

La storia di Scér

Scér è una pesciolina timida, si nasconde tra gli anemoni di mare e da lì osserva gli altri pesci. La signora Peruncoli passa ogni mattina alle 8 in punto con il suo gamberetto domestico. Lei prosegue diritta verso la Piazza dei Coralli, il gamberetto va nella sua stessa direzione, ma cammina all’incontrario. -In verità, siete voi a camminare alla rovescia!- ribatte sempre il fiero gamberetto alle solite battute di certi pesci impertinenti. Poi se ne va tutto impettito insieme alla signora Peruncoli. 

Questa scena si ripete quasi tutte le mattine e Scér non si stanca mai di guardarla ben protetta dal suo nascondiglio preferito. 

Un giorno però la signora Peruncoli, che, per chi non lo sapesse, è un’attempata pesce-palla, non si presentò all’appuntamento quotidiano con la sua passeggiata. Scér la aspettò a lungo, ma alla fine si stancò e tornò a casa.

-Che cos’è quell’aria triste?- le chiese il suo papà.

-Non è niente di che…- rispose Scér, roteando lo sguardo.

-Ma no, qualcosa è… Io ti conosco, figlia mia, che cosa ti turba?

La pesciolina raccontò che era dispiaciuta perché quella mattina non aveva visto la signora Peruncoli e il suo gamberetto e pensava fosse accaduto loro qualcosa di male.

-Ma come?- le rispose il padre mentre sbocconcellava delle mucillaggini, -Non lo sai? La signora Peruncoli è andata in vacanza.

Scér rimase sbigottita a guardare suo padre che continuava a piluccare con noncuranza. Non aveva idea di che cosa fosse una vacanza. Ma quando fece per aprir bocca e chiederglielo il papà la liquidò brevemente: -Beh ora scusami, tesoro, ma devo proprio mettermi a fare delle faccende  di casa che poi tua madre chi la sente…

La pesciolina allora uscì e iniziò a gironzolare con quella parola che le roteava per la testa: -“Vacanza”… Chissà se è una cosa bella o brutta?- si domandava nuotando qua e là.

Un banco di acciughe passò proprio sopra di lei proiettando un ombra fugace sul fondale. In quel mentre Scèr andò a sbattere contro un sasso arancione. 

Il sasso era in realtà un vecchio granchio che, scosso dal suo torpore, si voltò verso di lei con sguardo severo. Scér sapeva di chi si trattava, tutti lo chiamavano “Il Duca” ma, di che cosa fosse duca, nessuno lo sapeva con esattezza. 

-Ehm, mi scusi signor Duca se l’ho disturbata.- si affrettò a balbettare la pesciolina abbassando lo sguardo.

-Accetto le tue scuse, pesciolina. Mi sono sempre piaciuti i pesci educati e ti assicuro che di questi tempi ce n’è davvero pochi.

Scér lo guardava a bocca aperta, le avevano sempre detto che Il Duca non parlava mai con gli altri abitanti del mare perché si sentiva troppo superiore per interloquire con gli altri, e invece…

-Come ti chiami?- la incalzò il granchio con un sorriso bonario.

-Il mio nome è Scér, e lei come si chiama? …cioè, volevo dire, tutti la conoscono come Il Duca, ma è davvero questo il suo nome?

-Io mi chiamo Ducato Reale dell’Impero, mia madre amava i nomi altisonanti… Ma è da quanto ero piccolo che tutti mi hanno sempre chiamato “Duca” o “Il Duca”. Sai, i nomi si trasformano con il tempo e anche le parole che usiamo per parlare.

Scér in quel momento capì che se c’era qualcuno che potesse rispondere alla domanda che le ronzava in testa di certo era Il Duca.

-Signor Duca, lei lo sa che cos’è una “vacanza”?

-Beh, una vacanza è un periodo di pausa dalle nostre attività abituali. Siamo, per così dire, “vacanti”, cioè assenti, ecco.

-Infatti la signora Peruncoli oggi non c’era! Perché è andata in vacanza!- ribatté Scér trionfante, ora sì che iniziava a capire.

-Ma dove sarà andata?- continuò la pesciolina interrogando con lo sguardo il vecchio granchio. 

-In qualche posto gradevole, immagino- rispose lui -A te dove piacerebbe andare?- le chiese poi.

Scér ci pensò su. Dopodiché disse: -In India.

-Però,- continuò -mio papà dice che non posso perché i pesci non possono uscire dall’acqua.

-Tuo papà ha ragione, ma io che sono un granchio e posso vivere dentro e fuori dall’acqua, conosco un modo per aiutarti. Devi recarti alla Corte dei Tritoni e bere dal calice del re su suo invito.

Scér pensò che il granchio la stesse prendendo in giro, ma quando lui la guardò con i suoi occhi onesti lei capì che Il Duca parlava sul serio.

-Non sarà facile, ti avviso.- concluse il vecchio granchio prima di rimettersi a dormire.

Quella sera a cena la mamma e il papà si sorpresero di vedere Scér così taciturna. Ma avevano anche loro delle cose a cui pensare per cui non le badarono. Durante la notte Scér partì alla volta della Corte dei Tritoni. Per il momento sarebbe stata quella la sua “vacanza”.

La notte era molto buia, Scér se lo aspettava, ma la cosa che la colpì di più fu il silenzio spettrale che avvolgeva ogni cosa e rendeva ogni piccolo rumore immenso e spaventoso. Era la prima volta che Scér decideva di andare da qualche parte senza che mamma e papà lo sapessero e si sentiva elettrizzata e allo stesso tempo molto preoccupata: aveva fatto bene? Aveva fatto male? Non riusciva a smettere di domandarselo, era una sciocca? O, come diceva la mamma parlando di alcuni pesci più grandi di lei, “un’irresponsabile”?

Nuotava da un tempo che le pareva infinito in direzione est. Si augurava di vedere presto il riverbero dorato del sole baluginare sulla superficie dell’oceano, ma le ore passavano e il mare era sempre scuro come in quei punti dove l’acqua è profonda, anzi, di più! 

Passò accanto a un morbido tappeto d’alghe che le solleticò il ventre e quella piacevole sensazione le fece venir voglia di stendervisi un po’ per riposare. Dopotutto, si disse mentre gli occhi le si chiudevano, aveva fatto già così tanta strada. 

Si svegliò che il sole era sorto da un pezzo, si sentiva ancora molto stanca e sarebbe rimasta ancora parecchio a crogiolarsi nella morbidezza di quelle alghe quando un particolare inquietante attirò subito la sua attenzione: un cartello che indicava la direzione per la Piazza dei Coralli. Rimase a guardarlo a bocca aperta. 

-Ma allora,- pensò la pesciolina -ho fatto così tanta fatica questa notte e sono rimasta solo a due passi da casa!

-Scér, i tuoi genitori ti stanno cercando!- gridò un pesce che le passò accanto con fare indaffarato; era Vlush, il postino, di fretta come sempre. 

Scér tornò a casa e i suoi genitori avevano appena finito di fare colazione. 

-Ho una gran fame!- disse la pesciolina avvicinandosi al tavolo per mangiare.

-Per te, niente- tagliò corto la madre – Così impari ad andartene nel bel mezzo della notte. 

-Se vuoi mangiare dovrai andare a prenderti il cibo da sola,- continuò il padre con sguardo severo -se sei grande abbastanza per girare in piena notte, potrai anche andare a raccoglierti da sola la colazione tra le alghe!

Scér non aveva le forze per replicare, quindi si avviò a testa bassa verso il campo d’alghe più vicino sperando che i vicini di casa non avessero già spazzolato tutto. 

Mantre mangiucchiava, la pesciolina si ritrovò a pensare ai sogni della notte precedente e, riflettendo, si ricordò di alcuni particolari: nel sogno lei attraversava un arco di pietra coperto di coralli e un tipo di alga che non aveva mai visto, dal colore sgargiante. Un essere strano con la bocca a trombetta le diceva: “Benvenuta, forestiera!”, poi tutto diventava confuso. Doveva parlarne al Duca, lui di certo avrebbe saputo darle qualche spiegazione in merito. 


Il Duca però quel giorno dormiva così profondamente che non c’era verso di svegliarlo. Scér decise di aspettare che si destasse, ma niente da fare!

-Quando mangia quei frutti è impossibile svegliarlo anche se gli si urla nelle orecchie!- disse un pesce limone che a quanto pare conosceva bene il Duca. -Come sarebbe? Quali frutti?- chiese la pesciolina incredula, -Quelli là- rispose brevemente il pesce limone indicandole un cespuglio d’alghe dai colori sgargianti. 

Dopo che il pesce se ne fu andato per la sua strada, Scér si avvicinò al cespuglio indicatole. Rimase qualche minuto a bocca aperta per lo stupore: quelle alghe, proprio quelle identiche alghe, erano le stesse che aveva visto in sogno la notte prima! Guardandole meglio si rese conto che il loro colore sgargiante era dato da una moltitudine di piccoli frutti che viravano dal rosso al giallo creando delle sfumature sbalorditive, erano raggruppati in grappoli e ricoprivano quasi interamente la pianta madre. Come aveva potuto non notarli prima? 

Si voltò verso il Duca, dormiva e aveva uno sguardo sereno, emetteva un leggero sibilo di bollicine dalla bocca. Poi guardò la pianta dinnanzi a lei, quei frutti avevano proprio l’aria di essere deliziosi.

 Ne addentò uno. Era così succoso e agrodolce da farle pensare di non aver mai mangiato cibo migliore in vita sua. Poco dopo dormiva profondamente.

Ciò che vide in sogno le fece capire di essere sulla strada giusta: si trovava proprio sotto il ponte coperto d’alghe e coralli! Ma non c’era quell’essere dalla bocca a forma di trombetta ad attenderla, bensì il Duca che le rivolse il più cordiale dei sorrisi.

-Benvenuta, pesciolina!- le disse -Ero certo che saresti riuscita a raggiungermi! 

-Ma… Duca? Sei proprio tu?- farfugliò Scér incredula, – Dove ci troviamo?

-Siamo proprio all’entrata est della Corte dei Tritoni. E, sì, sono io… O almeno una mia immagine nella tua mente, il mio corpo, come il tuo del resto, sta dormendo nel mondo dove viviamo abitualmente quando siamo svegli.

Scér era troppo sbalordita per replicare alcunché, in più non era sicura di aver capito molto bene e non voleva fare brutta figura.

-E adesso? Cosa facciamo?- disse poi rivolta al vecchio granchio.

-Adesso andiamo a incontrare il re.

Scér e il Duca si addentrarono così alla Corte dei Tritoni. La pesciolina nuotava senza smettere di guardarsi intorno, era così curiosa di conoscere questo nuovo luogo e i suoi abitanti che spesso il vecchio granchio doveva richiamare la sua attenzione per assicurarsi che ella non rimanesse indietro. Si addentrarono in una profonda insenatura stretta e lunga, adorna di alghe sgargianti che ondeggiavano pigramente e frequentata da una moltitudine di pesci, gamberetti, molluschi e quegli strani esseri dalla bocca a trombetta, – Si chiamano “cavallucci marini”- disse il Duca come se le leggesse nel pensiero. Ma Scér non era certo meno impressionata ora che conosceva il loro nome. 

Le pareti rocciose che svettavano attorno a loro erano ricche di insenature, portici, finestre illuminate e un vociare ininterrotto e allegro li accompagnò durante il loro tragitto fino a che il Duca si fermò e disse: -Se non ti dispiace, pesciolina, vorrei fare visita a un vecchio amico per chiedergli come butta… Sai, lui è sempre molto informato su ciò che succede qui alla Corte.

-D’accordo-, rispose lei seguendo il granchio all’interno di un’insenatura rocciosa. Un grosso cartello a forma di medusa pendeva vicino all’entrata. Vi era scritto: “Locanda della Medusa Stanca”.

All’interno non c’era nessun cliente; il barista, un tritone che indossava un grembiule bianco e portava un farfallino rosso, stava pulendo il bancone con uno straccio senza troppa convinzione. 

-Ehilà, vecchio mio!- fece il Duca avvicinandosi gioiosamente. -Toh, guarda chi si vede! Il Duca!- rispose l’altro mettendosi lo straccio in una tasca del grembiule. -Vedo che sei in compagnia,- continuò facendo un cenno di saluto a Scér. -Sì,- disse il granchio -questa è la mia amica Scér, una pesciolina molto gentile e intraprendente.

-Molto piacere! Gli amici del Duca sono anche amici miei, io sono Edmond il tritone- iniziò il barista tendendole la zampetta che Scér raggiunse con una delle sue pinne laterali. 

-Piacere mio, Edmond!- 

Conversarono per un po’ del più e del meno; Edmond raccontò che in quel periodo gli affari non andavano granché bene. Una parte delle sue entrate consisteva infatti nell’allestimento di grandi banchetti a corte in occasione delle continue feste del principe, ma era oramai molto tempo che non se ne facevano più. Inoltre nessuno gli aveva detto il perché, tutte le sue lettere indirizzate a palazzo erano state rimandate al mittente. 

Edmond mentre parlava aveva un’aria sempre più afflitta: – C’è qualcosa che non va, stanno facendo finta di niente sperando che passi, ma a questo modo non passerà… 

Il Duca e Scér si guardarono perplessi. -Amico mio, cercherò di avere udienza con il re, siamo stati vecchi compagni d’armi, non potrà negarmela- disse infine il vecchio granchio dopo aver scolato l’ennesimo bicchiere di frullato di alghe.

-Cerca di scoprire qualcosa, Duca- rispose il tritone speranzoso -conto su di te!

Usciti dalla “Medusa Stanca” Scér interrogò il granchio: -Cosa pensi stia succedendo?

-Non ne ho idea, ma non mi pare niente di buono…

La strada verso il palazzo reale era tortuosa e lastricata di conchiglie multicolori. La percorsero in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri. Ogni tanto incrociavano una delle guardie reali, cavallucci marini muniti di cappello col pennacchio. In cima ad uno scoglio cinto da un muro di coralli si ergeva il maestoso palazzo. 

Le guardie ai cancelli li squadrarono senza battere ciglio, poi domandarono loro che cosa volessero. 

-Sono Ducato Reale dell’Impero, un vecchio amico di Sua Maestà. Vorrei essere ricevuto insieme alla mia amica, abbiamo fatto un lungo viaggio per presentarci qui.

-Non può entrare nessuno, qui, proprio nessuno- ribattè seccamente una delle due guardie. -Sono i nuovi ordini- puntualizzò l’altro. 

Scér e il Duca erano quasi in procinto di desistere e tornarsene indietro quando un pesciolino dalle lunghe pinne morbide e trasparenti uscì dall’entrata principale del castello e li raggiunse. Si presentò come Sciuverì, l’attendente di Re Tritone III. Asserì che il Re aveva riconosciuto il suo amico dalla finestra e li invitava ad entrare, mai come in quei giorni bui desiderava la compagnia di una persona a lui cara.

Sciuverì li precedette conducendoli nel castello, i due amici lo seguirono colmi di curiosità. 

La sala dove Re Tritone III riceveva gli ospiti era di rara magnificenza, un fregio rappresentante la storia della Corte correva per tutte e quattro le pareti della stanza. Era stato realizzato molti anni addietro dal celebre mastro Moscardino, un artista stimato anche oltre i confini del regno. Il re sedeva sul trono, avvolto in un mantello di alghe intrecciate di pregevolissima fattura. Ma la sua espressione era molto triste, il Duca notò che sembrava invecchiato molto dal loro ultimo incontro.

-Duca, amico mio, qual buon vento ti conduce alle porte della Corte? Vedo che questa volta non hai viaggiato in solitaria…

-Maestà, è sempre un grande onore farvi visita! Permettetemi di presentarvi la mia amica Scér.

La pesciolina fece un breve inchino. 

-Vedete, Maestà… Io sono giunto da così lontano, dall’Altra Parte, per chiedervi la grazia del vostro calice per questa mia speciale amica, so che farà buon uso della capacità di uscire dall’acqua. Ve lo domando in nome della nostra vecchia amicizia. 

-Uhm-, ponderò il re, -Ciò che mi chiedi purtroppo è impossibile, e non sai quanto mi rincresce negarti un favore… 

-Impossibile, Maestà?- farfugliò il Duca perplesso.

-Sì, in questo tetro periodo purtroppo è così… E mi è impossibile determinare se le cose cambieranno in futuro. Vedi, Duca, siamo stati colpiti da una tremenda disgrazia: mio figlio ha sconsideratamente offeso una maga che per vendicarsi ha praticato un sortilegio su di lui e poi è scomparsa. Da quel triste giorno, il mio erede, Tritonetto, è caduto in un sonno profondo e a nulla sono valsi i nostri ripetuti tentativi di svegliarlo. Una mistica che ho interrogato in proposito mi ha detto che egli è intrappolato nei suoi sogni e non riesce a ritornare al suo corpo. 

-Avete tentato di inviare qualcuno all’interno dei suoi sogni per cercare di tirarlo fuori?- incalzò il granchio.

-Certo, abbiamo tentato, ma nessuno dei baldi giovani che si sono offerti volontari ha mai fatto ritorno. Giacciono tutti addormentati nell’ala ovest del palazzo. Mia moglie, la regina, si è ritirata nei suoi alloggi ed esce solamente per raggiungere le stanze del principe. Il ruscello dal quale sgorgava il nettare che permette di diventare anfibi si è seccato. Ed io sono nella più cieca disperazione; ditemi, amico mio, che cosa potrei mai fare? 

-Mi offro volontaria per riportare vostro figlio allo stato di veglia!- proruppe Scér tutt’a un tratto.

Nella sala calò un greve silenzio. La pesciolina era così determinata che il Duca non osò aprire bocca. Di lì a poco vennero messi in atto i preparativi per la missione. L’indomani sarebbe “partita”.

-Scér, sei pronta?-, chiese Sciuverì mentre le porgeva un grappolo di alghe, le stesse che la pesciolina aveva mangiato per raggiungere la Corte dei Tritoni. Il Duca le aveva spiegato come meglio poteva il fatto che loro due, nel mondo dall’Altra Parte, stavano ancora dormendo, e ora lei si sarebbe addormentata nuovamente e avrebbe raggiunto un livello di sonno ancora più profondo dove trovare il principe per riportarlo indietro allo stato di veglia.

Scér annuì con sicurezza a Sciuverì, poi il suo sguardo si incrociò con quello del Duca che era preoccupato e fiero al tempo stesso. 

La pesciolina ingurgitò le alghe e cadde addormentata quasi istantaneamente. 

-Oh, no! Ne hanno mandato un altro!

La voce che Scér udì parve rimbombare in una sorta di eco. Aprì gli occhi, si sentiva la testa pesante. Si guardò intorno per capire chi avesse parlato e poco dopo si rese conto di quanto grave fosse la situazione. 

Si trovava in una grande sala sotterranea, sormontata da volte a botte in pietra e gremita di tritoni che giacevano intorno a lei incatenati al muro. 

-Ma è un pesce!- esclamò indignata una voce baritonale.

-Non posso crederci…- piagnucolò un altro -…Di questo passo, dove finiremo?

I tritoni iniziarono così a discutere animatamente tra loro e Scér si ritrovò immersa nelle loro voci indecisa sul da farsi. Poi si mise a nuotare fino alla spessa porta di legno che costituiva l’unico accesso alla stanza. Mentre avanzava sentiva il vociare dei tritoni affievolirsi sempre di più fino a ridursi a totale silenzio non appena raggiunse la porta e la tastò con le pinne. Provò a spingere, niente da fare: era certamente chiusa a chiave. A quel punto si voltò indietro, gli undici tritoni presenti nella stanza la stavano fissando senza emettere un fiato. 

-La porta è chiusa- disse Scér guardandoli in faccia ad uno ad uno. 

-Certo che è chiusa,- rispose un tritone nero a macchie gialle -siamo prigionieri!

-E il principe Tritonetto? Dove sta?- chiese la pesciolina cercando il suo viso tra quello dei presenti. 

-Il principe sono io- ripose un giovane tritone che si trovava in disparte.

-E tu chi saresti invece? Ti ha mandata mio padre?- domandò poi Tritonetto.

-Io mi chiamo Scér e sono un pesce che vive dall’Altra Parte. Sono venuta qui di mia spontanea volontà per liberarti.

Il più anziano dei tritoni, che aveva servito tutta la vita nella guardia personale del re e si chiamava Ser Gallen, prese la parola. Egli raccontò a Scér gli ultimi avvenimenti. Si trovavano prigionieri nelle segrete del castello della maga Baraonda, colei che aveva praticato il sortilegio sul giovane principe. Ella voleva tenerlo prigioniero insieme a chiunque tentasse di salvarlo fino a che il principe non si fosse deciso a maritarsi con la figlia della maga. Tritonetto non l’aveva nemmeno mai vista, dato che si era sempre rifiutato di scendere a patti con Baraonda. Nel frattempo tutti i tritoni che si erano offerti volontari per salvarlo si erano risvegliati in quella stanza già incatenati a tutte e quattro le zampe, ma con l’arrivo di Scér era accaduto qualcosa di diverso: lei non era un tritone e non aveva alcuna zampa da incatenare. Infatti quando si era destata in compagnia degli altri prigionieri si era ritrovata libera di muoversi perché non aveva alcuna catena a costringerla all’immobilità.

Scér quel punto si guardò istintivamente le pinne, in effetti erano libere! 

Escogitarono un piano: non appena fosse entrata la guardia a portare il cibo, Scér sarebbe scivolata velocemente alle sue spalle e sarebbe uscita dalla porta che in quel momento era solitamente aperta. Poi avrebbe esplorato il castello per trovare un modo per fuggire. I tritoni erano concordi sul fatto che quello era di certo un modo azzardato di agire, ma anche l’unico possibile.  

-Sento dei passi che si avvicinano!- bisbigliò Ser Pommer, il tritone più vicino all’uscita.

Scèr si nascose velocemente dietro lo stipite della porta e attese con il cuore che le martellava nel petto.

Poco dopo si udì il rumore di una chiave che girava e lo scatto della serratura. La porta venne spalancata con un colpo secco che colpì Scèr in piena faccia facendole emettere un’esclamazione per il dolore e la sorpresa; il carceriere, insospettito, andò a controllare dietro la porta, sotto lo sguardo di pietra dei prigionieri. Ma della pesciolina non vi era traccia. Era come sparita nel nulla.

Scér si svegliò di soprassalto e, boccheggiando, si rese conto di essere tornata al palazzo reale. Il Duca, che stava leggendo una rivista seduto in una poltrona accanto a lei, fece un balzo quasi fino al soffitto dallo spavento.

-Duca!- gridò Scér -Mi sono svegliata, accidenti! 

-Questo lo vedo, pesciolina- ribatté lui con un sorriso -ed è di certo una novità. 

Nessuno di coloro che si erano offerti di salvare il principe Tritonetto si era mai svegliato. Scér era la prima e di certo voleva dire qualche cosa. 

-Quindi ti sei svegliata appena hai preso la porta in faccia?- ricapitolò il Duca.

Il risveglio di Scér aveva infuso speranza nel re e nella regina della Corte dei Tritoni. Quel pomeriggio, dopo una merenda a base di ottimo plancton, il Duca e la pesciolina discussero a lungo sul da farsi. Lei gli raccontò cosa aveva trovato nel sogno del principe e il granchio attese che terminasse il racconto prima di parlare a sua volta. 

-Secondo me, pesciolina-, iniziò il Duca grattandosi il mento con una chela, -le catene sono un elemento importante per capire che cosa sia successo. Voglio dire, erano tutti incatenati fuorché te, giusto?

-Proprio così- asserì Scér. -Allora potrebbe essere che quelle catene che tengono imprigionati il principe e gli altri tritoni siano state stregate, e chi le porta non sia più in grado di svegliarsi!- ribatté il granchio trionfante. 

-Sembra plausibile…- rispose lei pensierosa, -Devo tornare laggiù, se è come dici c’è una possibilità di liberarli- concluse.

Quando Scér riapparve nella prigione sotterranea l’accoglienza che ricevette fu decisamente più calorosa della precedente. Ser Gallen le chiese di raccontargli cosa le fosse accaduto e la pesciolina raccontò ogni cosa per saziare la curiosità dei presenti che parevano rinvigorirsi ad ogni sua parola: la loro speranza si era riaccesa. Al momento dovevano attendere che la guardia ritornasse per portar loro la cena, poi avrebbero agito, o almeno, Scér avrebbe dovuto agire, sottraendo le chiavi dalla cintura del carceriere. 

-Sento dei passi avvicinarsi!- bisbigliò Ser Pommer prima di sedersi nel suo solito angolino. La porta si spalancò e tutti furono stupefatti di ciò che videro: una giovane femmina di tritone entrò timidamente nella stanza. Disse:-Chi di voi è il principe Tritonetto?- 

-Sono io, madamigella- rispose Ser Gallen prontamente. 

La giovane lo guardò intensamente, poi sorrise. -Perdonatemi messere, ma il principe Tritonetto non siete voi. 

-E chi allora, di grazia?- la sfidò Ser Pommer. La giovane osservò i presenti, meno Scér che stava nascosta dietro la porta. -Egli forse è qui…- disse poi dirigendosi all’uscita della stanza -…Ma non è lui il coraggioso che mi salverà dalla prigionia; forse sarà lui, ma adesso non lo è.

Quando la giovane si richiuse la porta alle spalle tutti tacquero per un po’. Il principe ruppe il silenzio con voce tremolante: -Chi era quella beltà? Cosa intendeva dire?

-Ah, le femmine…- iniziò Ser Pommer portando gli occhi al cielo -Parlano per enigmi, ecco cosa fanno!

-Se permettete, principe, io credo trattasi della giovane Tritonia, figlia della maga che ha operato tal sortilegio e vostra promessa sposa- disse Ser Lothus, un tritone nero a macchie verdi dalla voce affettata.

-Io… Io voglio sposarla!- squittì il principe alzandosi in piedi e producendo un fastidioso clangore di catene.

-Ma, mio principe…- disse Ser Gallen -Non possiamo cedere a questo ricatto, dobbiamo fuggire finché siamo in tempo! 

-Inoltre, principe,- incalzò Scér nuotando proprio verso di lui -Cosa ne sai della volontà di Tritonia? Lei ha detto che vorrebbe essere liberata, non maritata!

Il principe ci pensò su, non sembrava molto convinto mentre ponderava sulle parole di Scér. Poi Ser Pommer fece cenno a tutti di abbassare la voce: aveva udito degli altri passi avvicinarsi.

Questa volta era il carceriere che entrò portandosi dietro i soliti secchi pieni di alghe ammuffite, la loro cena.

Entrò svogliatamente e con un mestolo si mise a distribuire le razioni nelle ciotole dei prigionieri che se ne stavano in silenzio a capo chino. Scér individuò in fretta le chiavi che pendevano dalla cintola del carceriere e, afferratole con la bocca le tirò via con un colpo secco. Il carceriere si voltò di scatto e cercò di afferrare la pesciolina che sgusciò via, come solo sanno fare i pesci, lanciando le chiavi a Ser Gallen che si liberò in un batter d’occhio e passò le chiavi a Ser Lothus e così via finché tutti furono liberi. Il carceriere venne legato e imbavagliato e la porta richiusa. -Dobbiamo fare presto- disse Scér rivolta a Ser Gallen. 

Decisero di darsi uno schiaffo l’uno con l’altro per risvegliarsi, ma, dato che nessuno aveva il cuore di schiaffeggiare il principe, Tritonetto e Scér rimasero per ultimi nella stanza, mentre tutti gli altri si erano ormai risvegliati.

-Non posso svegliarmi- esordì Tritonetto poco prima che Scér lo colpisse.

-Certo che puoi, in un batter d’occhio sareai a casa, nel tuo letto!- rispose la pesciolina che teneva d’occhio la porta casomai qualche altra guardia si presentasse.

-Non posso perché non voglio lasciare quella giovane qui, è anche lei prigioniera, non posso andarmene senza liberarla!

-E va bene,- sospirò Scér, raccogliendo le chiavi e dirigendosi verso la porta -ma verrò con te, ho promesso che saresti tornato sano e salvo!

Uscirono dalle prigioni, non incontrarono alcuna guardia, le poche che c’erano giocavano a carte in uno stanzino e dalle loro voci pareva che avessero parecchio alzato il gomito. 

L’edificio in cui si trovavano non era un castello, bensì un vecchio casolare coperto d’alghe e quasi privo di finestre. 

-Pensavamo di trovarci in un grande castello, invece…- bisbigliò il principe incredulo.

-Le cose spesso non sono come crediamo che siano- rispose la pesciolina precedendolo, poco dopo si fermò dinnanzi ad una porta sulla quale stava scritto: “Girate al largo, rompipalle!”

-Dev’essere la camera di Tritonia- disse Scér facendo cenno al principe di avvicinarsi.

-Sei sicura?

-Beh, mia cugina Scina che ha press’a poco la vostra età ha un cartello simile all’entrata di camera sua, quindi…

-Mi hai convinto- tagliò corto lui entrando nella stanza senza bussare.

Tritonia era seduta accanto alla finestra e si specchiava nel riflesso del vetro. Aveva uno sguardo triste e assente e non si accorse di Tritonetto mentre le si avvicinò. 

-Tritonia,- balbettò lui ponendole una zampa sulla spalla -sono Tritonetto, sono venuto a liberarvi, venite via con me, ve ne prego!

-Non posso, non riesco a svegliarmi… Ho dimenticato perfino dove si trovi il mio corpo dall’Altra Parte.

-Ma certo che potete! Forse è solo che un qualche sortilegio ve lo impedisce, come le catene lo impedivano a me e ai miei cavalieri!- rispose il principe e, mentre diceva quelle parole, l’attenzione di Scér fu catturata dalla collana che ornava il collo di Tritonia.

-Potreste togliervi la collana?- dissero Scér e Tritonetto quasi all’unisono. Avevano avuto lo stesso pensiero.

-Questa?- chiese lei accarezzandosi il collo nervosamente -Non saprei… Ecco, si tratta di un regalo di mia madre la maga Baraonda, non vorrei che se ne risentisse…

-Toglietela, ve ne prego, darete la colpa a me se volete- concluse Tritonetto prendendole la zampa tra le sue.

-Guardie! I prigionieri sono fuggiti! All’armi!- 

A tali grida seguì un clangore di spade e armature.

I tre si guardarono pietrificati, Tritonia si sfilò la collana e la appoggiò sul letto; Scér guardò da uno spiraglio nella porta: -Andiamo, via libera per di qui!

Uscirono e si trovarono in corridoio, dovevano trovare modo di svegliarsi, ma la paura delle guardie era tanta che non riuscivano a pensare lucidamente.

Percorsero un lungo corridoio e arrivarono ad una rampa di scale, una guardia tese loro un agguato e li fece inciampare facendoli cadere nel vuoto. Tritonetto e Tritonia scomparvero all’istante. Scér si lanciò disperatamente verso una finestra, ma era chiusa e la botta che ci diede contro le rimbombò in tutto il cranio, ma… Poco dopo anche lei si era destata. 

Però non si trovava più alla Corte dei Tritoni. Era proprio accanto alla dimora del Duca che, anch’egli desto, la guardava con un sorriso bonario.

-Ce l’hai fatta, Scér!- disse raggiante.

-Ma come… Come sono arrivata qui? Non mi ricordo molto bene…- rispose lei, aveva uno sguardo stralunato e anche una fame tremenda.

-Beh, è difficile ricordarsi i sogni per intero… Adesso però devi tornare a casa, pesciolina, o i tuoi genitori si preoccuperanno.

-Ma, il calice dei tritoni? Mi è stato permesso di bere il nettare che mi avrebbe resa capace di uscire dall’acqua?

-Il Re mi ha detto di dirti questo nel caso te ne fossi dimenticata: “un giorno incontrerai un pinguino e scoprirai se il nettare ha funzionato.”

Il granchio andò a farsi un passeggiata e Scér lo salutò. Poi si diresse verso casa con la testa piena zeppa di domande e di storie da raccontare.

La pioggia

Benvenuto a te che posi il tuo sguardo su questo blog!

Da oggi inaugurerò una nuova categoria di scritti, una serie di favole che narra le avventure di quattro personaggi: una volpe, un pinguino, un elefante e un pesce. Tale categoria di chiamerà “Amicifritz”, che è il nome del progetto di artigianato mio e di una mia cara amica (farei meglio a dire una sorella!) che ci ha portate a immaginare questo mondo nel quale i nostri personaggi vivono e interagiscono tra loro, sognano, viaggiano e fanno esperienze.

Noi ci occupiamo di oggettistica per l’infanzia e saremo reperibili nei prossimi mercati!(gli aggiornamenti sono nella nostra pag. Instagram @amicifritzlab, se vi va potete seguire l’hashtag #amicifritzlab)

Il mondo degli Amicifritz è in continua formazione, i racconti che pubblicheremo vi aiuteranno a entrarci gradualmente, conoscendo pian piano i nostri 4 protagonisti.

Grazie per l’attenzione e, naturalmente, buona lettura! 🙂

La pioggia

Nel mondo degli Amicifritz piove molto durante le mezze stagioni, un po’ come da noi. Selphie la volpe e la sua numerosa famiglia vivono in una zona rurale che alterna dolci colline coperte di boschi di roveri a pianure a bassa vegetazione dove spiccano canneti e acquitrini popolati di uccelli acquatici che si divertono a spaventare la giovane volpe sbucando all’improvviso dai cespugli e sbattendo forte le ali. 

Magari molti di voi stenteranno a crederlo, ma Selphie ama moltissimo le giornate piovose. Il suo divertimento preferito: saltare nelle pozzanghere schizzando acqua a più non posso. Capita che alcuni giovani rospi si uniscano a lui nelle sue scorribande, ma il vecchio Signor Guadogrigio, un enorme rospo bitorzoluto come un topinambur, non è di certo contento di essere disturbato mentre si dedica alla sua meditazione quotidiana, alla caccia dei moscerini o alla lettura del “Giornale del canneto”.

Infatti accadde proprio durante un giorno di pioggia battente che Selphie uscì dalla tana correndo forte e indossando il suo impermeabile giallo. L’odore ti terra umida e di foglie in decomposizione le riempì le narici. -Che magnifica giornata!- Pensava Selphie mentre il suo scalpiccìo si mescolava al rumore della pioggia che avvolgeva il bosco. Si ritrovò ben presto in uno spazio aperto e, con una rapida occhiata, capì che era giunta fino alle case degli uomini. Sapeva anche che tali creature, “gli spelati”-così li aveva sempre chiamati-, difficilmente escono di casa con il temporale e, se proprio devono farlo, escono a bordo dei “vroom-occhio-giallo” percorrendo quelle loro strade nere dove l’erba non cresce. 

Il terreno brullo e fangoso tra le case era piacevolmente disseminato di pozzanghere e Selphie prese una lunga rincorsa mirando alla più grande di tutte.

 

L’onda che generò fu così impetuosa che alcuni insetti acquatici che bazzicavano il pelo dell’acqua furono sbalzati via e sgridarono la giovane volpe all’unisono che però era così entusiasta che non gli badò.

Di pozzanghera in pozzanghera Selphie trascorse alcune ore molto felici fino a che si stufò e cominciò a bighellonare annusando qua e là.

C’era un rumore nell’aria, un rumore insolito, che le fece drizzare le orecchie. Si aggirò lì attorno cercando di capire da dove provenisse quel suono finché si ritrovò in prossimità di una casa degli uomini. 

Il suono, che a un primo ascolto le pareva si fosse fatto più vicino, tutt’a un tratto era diminuito di intensità. 

Selphie avanzò annusando il terreno fangoso, aggirando un’ortensia gocciolante e ritrovandosi proprio sotto il vecchio olmo che cresceva adiacente alla casa. Fu in quel momento che per poco non lo calpestò!

C’era un pulcino, mezzo sprofondato nel fango, che era talmente stremato dal lungo gridare che a stento riusciva a spalancare il piccolo becco giallo. Selphie lo guardò e poi alzò lo sguardo alla sommità della casa. Nello spazio dove muro e tetto si incontravano, che era riparato sia dal sole che dalle intemperie, c’era un nido di rondine dal quale spuntavano altri tre pulcini e una rondine adulta dall’espressione atterrita, ma incapace di aiutare il piccolo che era caduto a terra. 

Il pulcino era una piccola rondine e si chiamava Wing. Selphie voleva aiutarlo, ma non era di certo un’impresa facile. Per prima cosa lo tirò fuori dal fango e gli permise di sistemarsi nel cappuccio del suo impermeabile. Poi si allontanò un poco per osservare meglio la situazione. Doveva escogitare un modo di riportare il piccolo alla sua famiglia. In effetti, pensò la volpe, c’era quel grosso albero che si ergeva accanto alla casa, ma purtroppo nessuno dei suoi rami si avvicinava abbastanza al nido da consentire a Wing di ritornarci. 

Stava ancora pensando quando la sua attenzione fu catturata da un oggetto che era installato proprio da quel lato del tetto: la parabola della televisione degli umani. 

Selphie si ricordava bene i discorsi del vecchio nonno volpe: lui era una grande esperto di “spelati”. Diceva che l’occupazione principale di quella specie era stare seduti davanti a uno schermo che mandava suoni e immagini colorate. Se il temporale faceva saltare l’elettricità e lo schermo si spegneva, essi piombavano nella più cieca disperazione. 

Così pensando la giovane volpe compì il giro della casa, accanto al capanno degli attrezzi era posata una lunga scala. Pensò che se aveva fortuna tutto sarebbe andato per il meglio. Wing nel frattempo si era ripreso e non la smetteva più di dire che aveva fame. Nemmeno a dirlo, Selphie non vedeva l’ora che se ne tornasse a casa sua. 

E così il piano fu messo in atto: la volpe raccolse un bel mucchio di pietre e iniziò a scagliarle contro la parabola sul tetto. La dovette colpire molte volte per farle mutare orientamento. Poi si nascose sotto l’ortensia e aspettò. Wing stava per rimettersi a pigolare quando Selphie lo zittì bruscamente. La porta della casa si aprì e uno spelato ne uscì guardando in direzione del tetto con aria smarrita. Poco dopo un’espressione risoluta si dipinse sul suo volto: aveva capito. Andò a prendere la scala a pioli e l’appoggiò al muro della casa, non era certo il momento migliore per issarsi sul tetto, ma nulla gli avrebbe impedito di gustarsi il suo programma preferito!

Lo spelato fu a breve sul tetto e con un paio di movimenti orientò di nuovo la parabola. Ora non gli restava che tornare a casa e verificare se la televisione funzionava di nuovo. 

Selphie scattò non appena l’uomo si chiuse alle spalle la porta di casa, sapeva di avere pochi istanti, ma le volpi possono essere dannatamente veloci quando vogliono!

In breve raggiunse la sommità della scala e fu sul tetto e, guidata dal richiamo di mamma-rondine, trovò presto il punto esatto dov’era il nido Poi, con delicatezza, ci pose Wing che fremeva di gioia. Ma non ci fu abbastanza tempo per i ringraziamenti perché l’uomo uscì di casa e spostò la scala negando alla volpe la possibilità di scendere a terra.

Mamma-rondine allora gli indicò l’olmo, poteva servirsi delle sue fronde per riguadagnare il terreno, e poi c’era l’ortensia che, così rigogliosa, avrebbe attutito la sua caduta. 

E così Selphie saltò. E poco dopo aveva di nuovo il fango sotto le zampe. Era bagnato fradicio e aveva anche strappato l’impermeabile. Chissà che cosa le avrebbe detto mamma-volpe vedendolo tornare alla tana così! Ma un sorriso gli si disegnò sulle labbra al pensiero di raccontare ai suoi amici l’avventura di quel giorno. Salutò le rondini che lo ringraziavano ancora a gran voce, si scrollò forte, e prese baldanzoso la via del bosco.