Riepilogo di maggio

Oggi è un giorno di maggio e mi trovo in Emilia Romagna a fare tappa per la revisione del camper. È un quasi un anno che siamo stati  in viaggio per l’Europa. Presto ripartiremo verso nuovi lidi e nuove avventure. La temperatura qui è piuttosto rigida, ho acceso il camino e in questo momento lo sento scoppiettare con il suo rumore ipnotico e confortevole. Il fiume Secchia, giù a valle, è un serpentone grigio-marrone che pare ingrassare sempre più. Se non fosse per l’erba alta e verde e le foglie rigogliose degli olmi e delle roveri sembrerebbe di essere in autunno.

Nonostante la vita on the road il mio scrivere racconti non si è fermato, anzi continua arricchito da esperienze, paesaggi, letture, incontri con altri esseri umani girovaghi e non.

Questo mese ho avuto due bellissime gratificazioni, la prima è che un mio racconto breve è stato pubblicato su una rivista letteraria on line che si chiama Pastrengo. Invito peraltro chi ama scrivere a mettersi alla prova con il racconto “sotto le 2500 battute spazi compresi”. Lo trovate qui di seguito:

Radici nel mare

La seconda è che un mio racconto (brevissimo) è stato selezionato per essere letto nel programma in onda su Radio 1 “Plot Machine”, questo sabato notte, il 18/05/2019 alle ore 00,35. In alternativa si potrà trovare in podcast sul sito internet del programma. Questo racconto, intitolato “La scelta”, sarà in gara per tutta la settimana successiva sul sito di Plot Machine sul quale si potrà votare. In palio c’è la pubblicazione sull’ebook antologico del programma radio.

Potete votare (a partire dalle ore 00,15 di martedì 21 maggio)da questa pagina, che raggiungerete cliccando qui.

Non mi capita spesso di scrivere qualcosa di diverso dai miei racconti, qui sul blog… Ne approfitto per salutare tutti coloro che passano per queste mie pagine… Vi ringrazio di cuore!

Camilla, alias Renee.

 

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Sandalo di gomma rosso

Era solo un pezzo di plastica, ma da quando l’aveva visto, abbandonato a lato del sentiero, non aveva più smesso di pensarci.

Leo Miranda camminava su una stradina rurale con il suo cocker, anzi, il cocker di Consuelo, la sua fidanzata. Era appena iniziata la primavera, ma erano giorni particolarmente caldi. I fiori dei mandorli selvatici parevano essersi schiusi simultaneamente, sommergevano i rami di tali alberi dai quali si poteva percepire, passandoci accanto, il ronzio indaffarato delle api.

Leo, che poco prima si stava godendo la passeggiata, ora aveva un’aria pensosa e afflitta. Mug, il cane, doveva aver fiutato qualche animale selvatico e prese a strattonare il guinzaglio. L’uomo si guardò intorno, sì che era una bella giornata, ma era un giorno infrasettimanale, quel sentiero non sarebbe stato molto trafficato. Non rischiava di disturbare nessuno lasciando libero il cane. Sganciò il guinzaglio dal collare lasciandolo così seguire i suoi istinti predatori. Si sarebbe stancato e lui avrebbe potuto farsi gli affari suoi comodamente seduto su un masso, attendendo il suo ritorno. 

Il cane corse via con un guaito di emozione, come una freccia appena scoccata da un arco. Leo, uscì dal sentiero inoltrandosi in una fascia erbosa coltivata ad ulivi. Sapeva che lì c’era un posticino che avrebbe fatto al caso suo. Si sedette su un bel masso dalla superficie liscia e si accese una sigaretta al mentolo. I suoi pensieri si volsero per un momento al cane che era chissà dove a rincorrere chissà cosa. 

-E se lo investisse una macchina? E se lo mordesse una vipera? E se litigasse con qualche altro cane?- , le preoccupazioni di Consuelo lo assalirono e gli fecero scuotere la testa come per liberarsene. Aspirò profondamente dalla sigaretta. Doveva smettere. Il dottor Herrero aveva parlato chiaro durante il loro ultimo incontro. E avrebbe dovuto fare un po’ di esercizio fisico e migliorare la sua dieta. Leo ridacchiò tra sé pensando che il medico diceva le stesse cose più o meno a tutti, tanti anni a studiare all’università di medicina, sacrifici, tirocini, per poi ripetere le solite tre stronzate. Ah, l’alcool, anche con quello doveva darci un taglio. 

Faceva caldo, le fronde degli ulivi erano immobili, non c’era una bava di vento. Leo si sbottonò un paio di bottoni della camicia e si passò il dorso della mano sulla fronte sudata. Dove si era cacciato quel maledetto cane? 

-Buongiorno!

Una voce lo fece sobbalzare; si voltò e vide un anziano dal volto rugoso e bruno che somigliava alla corteccia di quegli ulivi che li attorniavano. 

-Buongiorno, a lei. – fece eco Leo spegnendo la sigaretta su un lato del masso dove era seduto.

-Non vorrà mica buttarla lì, eh?- disse il vecchio alludendo alla cicca e fissandolo con i suoi occhi acquosi.

-No, ci mancherebbe…- rispose l’altro infilandosi il mozzicone in tasca e maledicendo dentro di sé quel vecchio impiccione. 

-Era così bello qui, un tempo…- sospirò l’anziano avvicinandosi a Leo e sedendosi a fianco a lui sul masso. 

-Non è che avrebbe una sigaretta da offrirmi?- continuò, perforandolo ulteriormente con quei suoi occhi chiari dalle palpebre flosce, bordati di rosso.

-Ecco, prenda.

Leo porse il pacchetto al vecchio che aveva mani grosse e ruvide e armeggiò un po’ prima di riuscire a pescarne una; poi gliela accese lottando con il desiderio spasmodico di fumarsene un’altra. Il vecchio aspirò avidamente, tendendo le tozze dita che reggevano la sigaretta quasi appoggiate alle labbra. Poi espirò e diede un paio di colpetti di tosse. 

-Mentolo, eh?- disse poi accennando un sorriso. Leo non rispose, continuava a guardare dinnanzi a sé, in lontananza si era formata una  gigantesca “torta” di nuvole bianchissime. 

-Anche mia moglie le fumava, sa?- continuò il vecchio. – Infarto, – disse poco dopo buttando la cicca nell’erba alta senza nemmeno spegnerla. Leo si voltò verso di lui e i loro sguardi si incrociarono. -È così che è morta- terminò l’anziano senza mutare espressione. 

Leo si alzò con lentezza e poi si rivolse all’altro nuovamente: -La saluto, adesso devo proprio andare.

-Arrivederci.- rispose il vecchio senza guardarlo.

Il sentiero era in terra battuta color ocra intervallato da alcune crepe per via della siccità che da un po’ affliggeva la zona. Leo affrettò il passo, non sapeva il perché, ma cominciava ad essere in apprensione per via di Mug. Dove diavolo era andato a cacciarsi? Camminava speditamente, al meglio delle sue possibilità, ma alla fine dovette fermarsi: aveva il fiatone e la camicia madida di sudore gli aderiva completamente alla schiena. Era giunto senza accorgersene in una zona del sentiero che non aveva mai visto prima, aveva forse sbagliato strada?

Un latrato lo ridestò dai suoi pensieri e lo guidò attraverso una discesa con il terreno completamente ricoperto di detriti edili. Giunse nell’ampio slargo di quello che doveva essere stato un capannone per  conservare materiali da costruzione. Ora era vecchio e inservibile -Probabilmente ha anche dell’amianto, lì, da qualche parte- pensò Leo passandosi nervosamente la mano sul mento. 

Dall’oscurità, oltre l’entrata del tetro edificio in rovina, emerse poco dopo la sagoma di un cane che zampettò verso di lui con aria colpevole. Era Mug e aveva il corpo completamente imbrattato di una sorta di melma grigia. Puzzava talmente forte di carogna che l’uomo per prima cosa pensò di voltarsi e scappare. Poi vide la salita che l’aveva condotto lì, non gli era parsa così impervia quando l’aveva percorsa in discesa.

Agganciò il guinzaglio al cocker trattenendo il respiro e si avviò sulla strada del ritorno. 

Mug camminava piano adesso, ma non pareva che stesse bene. Passarono accanto ad un brillante ciuffo d’erba e il cane ci si diresse risolutamente strappandola a grossi bocconi e ingoiandola. Poi si rimisero in marcia. Di lì a poco il cane iniziò a vomitare e, con sorpresa di Leo, ciò che Mug rigettò erano i pezzi di gomma rossa appartenenti a un sandalo da fiume. Era proprio dello stesso colore di quello che avevano incrociato sul bordo del sentiero all’inizio della loro passeggiata. 

I pensieri di Leo ritornarono a galla come pezzi di una barca distrutta da una tempesta. 

Gli tornarono in mente i titoli dei giornali, era accaduto proprio dieci anni prima, ma non lì, era stato al sud, dove era nato e cresciuto e dal quale era fuggito.

“Bambino di otto anni travolto e ucciso da un pirata della strada. Stava recandosi al fiume a pescare insieme ai cugini, si era attardato a raccogliere dei lombrichi accanto alla provinciale.” 

Leo non ricordava molto del momento dell’incidente, doveva essere stata l’adrenalina. Ricordava solo quei piccoli piedi bianchi che calzavano sandali troppo grandi.

Handy

Alla radio parlavano dell’arte e della creatività. Era paragonabile, la creatività artistica, a quella scientifica? Dicevano di sì, lo era senza dubbio. -Del resto i creativi amano interagire tra loro…- concludeva il neurochirurgo per sostenere la sua tesi. Poi il discorso passò a ciò che concerne la creatività animale. Alcuni scimpanzé avevano dipinto dei quadri anni addietro. 

-Si poteva notare un gusto estetico, un senso della finitezza dell’opera…

Misi su l’acqua per la pasta tentando di immaginarmi uno scimpanzé-pittore, con il camice e il basco e un certo piglio di impenetrabile concentrazione. 

-Gli animali hanno un senso artistico?- domandò il conduttore del programma radiofonico.

-Beh, lasci che le racconti questo aneddoto: un collega giapponese compì un esperimento molto particolare: mostrò alcuni disegni di bambini a un gruppo di volontari che dovevano esaminarli. Avrebbero dovuto fare una semplice selezione tra “belli” e “brutti”. Dopo che essi ebbero operato la loro scelta il dottor Tanue addestrò dei piccioni a riconoscere la differenza tra bello e brutto sottoponendoli, successivamente, allo stesso esperimento. Essi diedero gli stessi risultati dei loro “colleghi” umani.- 

Mi stavo domandando in che modo il dottor Tanue, stimato neurologo e comportamentista, avesse addestrato dei piccioni a considerare bella o brutta una cosa, quando squillò il telefono, o meglio, vibrò lo smartphone. 

Era un numero sconosciuto, il prefisso era quello di Milano, da giorni ormai tentavano di contattarmi. Io buttavo giù la chiamata regolarmente. -Dannati call center- pensavo. 

Quel giorno però un pensiero mi balenò nella mente: -Ma si tratta davvero di un call center? E se fosse  qualcosa di importante? Sono molti giorni che tentano di contattarmi, in effetti…- 

-Buongiorno, parlo con il signor Giuseppe Esposito?

La voce era quella di una giovane donna, sembrava allegra o fingeva di esserlo. Ma la verità era che io non avevo idea di chi fosse il Giuseppe Esposito di cui parlava.

-Sì, sono io, mi dica- risposi un momento dopo stupendomi al tempo stesso delle mie parole.

-Signor Esposito, la chiamo per informarla che il suo nome è stato selezionato dalla nostra agenzia per partecipare attivamente a un progetto sponsorizzato dalla Lupery-Bertman, azienda leader nella produzione di prodotti farmaceutici per uso veterinario.

-Un progetto di che tipo?

-Ah, spiacente, io non ho di certo i dettagli, di questo verrà informato non appena avrà aderito alla proposta…

-Capisco. E io come dovrei fare per…

-Innanzitutto lei deve sapere che il suo ruolo nel progetto verrà adeguatamente remunerato.

-Beh, mi sembra giusto, ma…

-Le inoltro subito la scheda di partecipazione, mi dà il suo consenso?

-Sì, ma…

-Benissimo, signor Esposito. Le ricordo di compilarla in toto. Non lasci alcuno spazio bianco. Altrimenti la scheda verrà invalidata.

-Me la invierà tramite e-mail?

-No, la spedizione sarà tramite posta ordinaria al suo indirizzo di… Dunque, Via Michele Spistri 17/5?

-Sì, è esatto…- questa volta il mio tono di voce era incerto, l’indirizzo era quello giusto, era il mio. La cosa stava cominciando a divertirmi sempre meno.

Passarono alcune settimane, avevo molte cose da fare in quel periodo, frequentavo l’università di Lettere e avevo un esame molto duro da preparare. Mentre affrontavo la poetica del Dolce Stil Novo sepolto nelle viscere della biblioteca pubblica la mia mente non poteva che trovarsi più lontana dal pensiero della telefonata di qualche settimana prima. 

Il pomeriggio di venerdì terminai la riscrittura degli appunti e ciò mi mise di buon umore. Decisi di concedermi una pausa e, dopo aver acquistato un panino con formaggio e melanzane grigliate al bar della biblioteca, mi avviai verso il parco deciso a fare merenda seduto su una panchina, magari gettando qualche briciola di pane alle anatre giù al laghetto.

Stava iniziando la primavera, c’era un venticello che profumava di fiori d’arancio vicino all’entrata sud del parco, quella che dava su Piazza del Monticello.

Indossavo la mia usuale camicia azzurrina e una blusa leggera color indaco. Amavo la primavera perché potevo rispolverare dall’armadio certi vestiti che mi piacevano tanto. 

Passai davanti al laghetto delle anatre e notai che non ce n’era nemmeno una. Deluso proseguii fino alla panchina più vicina; si trovava proprio sotto un salice piangente. Nel tragitto incrociai un addetto del parco e gli chiesi che fine avessero fatto le anatre. Egli mi rispose con il tono esasperato di chi ha dovuto rispondere ripetutamente alla stessa domanda.

-Sono state rubate il mese scorso.

-Rubate?!

-Sì, rubate. E ora se vuoi scusarmi ho un mucchio di cose da sbrigare…

Mi sedetti sulla panchina, stringevo il panino tra le mani, ma non avevo più fame. Una sensazione di nausea e disagio mi annodava la bocca dello stomaco. Se fossi riuscito a razionalizzare ciò che provavo probabilmente avrei detto che mi sentivo, in una qualche maniera metafisica, responsabile del furto delle anatre, ma non avrei saputo spiegarne il motivo.

Buttai il panino nella spazzatura con un gesto di stizza e mi diressi verso casa. 

Trovai mia madre intenta a passare la lucidatrice. Faceva un baccano infernale e nemmeno mi sentì entrare. La televisione era accesa e trasmetteva, a un volume stratosferico, il telegiornale regionale. 

Una donna e suo figlio, che si trovava nel passeggino, erano stati falciati da un pirata della strada strafatto di alcool, hashish, cocaina e metanfetamine e che teneva nel bagagliaio dell’auto un paio di pistole non registrate, due chili di eroina pura al 75% e un computer portatile pieno zeppo di materiale pedo-pornografico. Il fatto che il conducente non avesse il regolare permesso di soggiorno aveva portato il suddetto avvenimento all’attenzione dei media che, pochi minuti dopo l’incidente, avevano già raccolto le dichiarazioni dei parenti della vittima, degli amici intimi e dei vicini di casa. La portinaia singhiozzava in diretta tv.

Strisciai verso la mia camera, la mia nausea non aveva fatto che aumentare, quando intravidi una busta appoggiata sul tavolo bianco della cucina. 

Il destinatario altri non era che Giuseppe Esposito. Me la rigirai tra le dita.

-Qualcuno deve aver sbagliato indirizzo…

La voce di mia madre lacerò l’intrecciarsi delle mie fantasie facendomi voltare di scatto.

-A quanto pare…- risposi fiacco mentre lei si dirigeva verso il frigorifero e lo apriva con un gesto vigoroso.

-Hai fame, Momò? Ci sono delle melanzane grigliate che…

Mi chiusi nella mia camera senza lasciarle finire la frase. Cosa avrei dato per abitare da solo! Mi guardai attorno sconsolato e mi diressi alla mia scrivania. Estrassi il tagliacarte da un cassetto e aprii con cautela la busta indirizzata a “me”, Giuseppe Esposito.

Alcuni giorni dopo, doveva essere un martedì, mi trovavo a bere un caffè macchiato della macchinetta nel cortile dell’università. Il cielo era nuvoloso e i piccioni tubavano mostrando al mondo l’eleganza dei loro corteggiamenti. Li guardavo, tanto per far qualcosa, quando il cellulare vibrò e, dopo aver constatato che mi stava chiamando un numero privato, risposi appena prima che scattasse la segreteria.

-Sì? Chi parla?

-Buongiorno, parlo con il signor Esposito?

-Esposito Giuseppe, sono io- dissi con fermezza; ero entrato perfettamente nella parte.

-Abbiamo ricevuto le schede da lei compilate e vorremmo informarla che è entrato a pieno titolo a far parte del nostro programma di ricerca. 

-Beh, sono lieto di sentirlo.

-Benissimo. Allora le comunico che lei dovrà presentarsi alle ore 8 di lunedì prossimo, il 15 aprile, allo stabilimento di via J.S. Bach 27 rosso. Ha capito bene?

Ripetei meccanicamente orario, giorno e indirizzo.

-Benissimo- mi rispose il mio interlocutore -Ah, e si ricordi di portare la sua scimmia. È di fondamentale importanza.

Durante il pomeriggio non feci altro che arrovellarmi sulla faccenda della scimmia. In effetti ero stato incauto mentre compilavo il questionario. Alla domanda a risposta multipla “Che animale domestico possiede?” avevo sbarrato la casella “scimmia”. Le altre opzioni erano “cane”, “gatto”, “coniglio” e “cavia peruviana”. L’avevo fatto così, di getto, senza fermarmi a riflettere sulle conseguenze della mia scelta. Sicuramente, avendo potuto scegliere se possedere o meno uno di quegli animali, avrei scelto la scimmia senza pensarci due volte. Già me la vedevo seduta accanto a me a colazione mentre prendeva una banana dal cesto della frutta e faceva una pernacchia a mia madre dopo aver gettato la buccia per terra, sul pavimento appena lavato.

Ora, però, le cose si erano complicate: dovevo procurarmi una scimmia e tra i suddetti animali era di certo la più difficile da reperire.

Terminai la giornata telefonando a tutti i negozi di animali della zona, ma senza successo. Nessuno di loro vendeva scimmie. Una commessa dalla voce saccente mi disse inoltre che “non sapeva nemmeno se fosse legale possederne una”.

La mamma quella sera andava al cinema con Saverio, il suo boyfriend. Mi portai la cena sul tavolino di fronte al divano: spaghetti al tonno piccanti, una specialità che amavo gustarmi in beata solitudine. 

Spulciavo siti internet sul mio portatile finché incappai in un annuncio dove si cedeva una scimmia adulta in cambio di una tartaruga di terra. 

Mandai giù un grosso boccone di spaghetti e mi grattai il capo facendo mente locale. La fortuna era dalla mia parte: la zia Adela possedeva una tartaruga di terra! Per giunta la teneva in giardino e nessuno si curava di lei, se fosse sparita non se ne sarebbero nemmeno accorti…

Scrissi all’autore dell’annuncio online e mi abbandonai allo schienale del divano. Mi sentivo soddisfatto e fiducioso.

Il giorno dopo mandai le foto di Simon, la tartaruga della zia, che avevo prelevato con facilità proprio quella mattina durante una breve visita, all’indirizzo di posta elettronica di tal Carmelo349. 

Lui mi rispose prontamente, era soddisfatto e intenzionato a portare a buon fine lo scambio. Mi mandò una foto di qualità discutibile del volto di quella che era, chiaramente, una scimmia: aveva un’aria davvero derelitta. 

Andai a ritirare il pacco all’aeroporto. Era una scatola sigillata con i buchi per l’aria. Non mi chiesero nemmeno il documento per ritirarla. Si vedeva che non vedevano l’ora di sbarazzarsene e presto anch’io capii il perché, poco dopo aver preso posto in un taxi: puzzava in maniera vomitevole. Infatti durante il viaggio sulla tangenziale non riuscii più a trattenermi e vomitai in un sacchetto di carta, di quelli che mettono anche negli aerei, con i quali il previdente autista aveva munito la sua vettura. Quando gli diedi i soldi della corsa gli lessi in faccia che non voleva vedermi mai più. 

Mi trascinai verso casa, il pacco era pesante e, mentre salivo le scale del palazzo, sentii distintamente l’ansito di quella disgraziata bestia provenire dalle fessure nel cartone. La cosa mi fece correre un brivido lungo la schiena.

La mamma era fuori a cena con Saverio – Benedetto, Saverio!- pensai per la prima e ultima volta nella mia vita. Portai il pacco in bagno e lo rovesciai nella vasca, mi infilai dei guanti di gomma e feci fuori quasi tutto lo shampoo “per capelli secchi e sfibrati” nel disperato intento di nettare quell’essere terrorizzato che, lanciando strida inenarrabili, tentava di fuggire dibattendosi come un pazzo. 

Dopo un po’ si arrese. L’asciugai e lo chiusi in una gabbia che avevo acquistato per l’occasione e nascosto nell’armadio a muro di camera mia. Rassettai il bagno: credo che a mia madre sarebbe venuto un infarto se lo avesse visto in quelle condizioni. L’indomani io e la scimmia avremmo dovuto presentarci allo stabilimento di via Bach. Andai sul poggiolo a fumare una canna per tranquillizzarmi. Rientrai quasi subito in camera mia e presi a sbuffare il fumo nella gabbia della scimmia. Speravo che si calmasse anche lei.

-Te lo sei meritato, vecchio mio.- gli dissi tra una boccata e l’altra.

Quella notte dormii beatamente. Anche la scimmia dormì e fu un sollievo perché mia madre aveva il sonno leggero e temevo che la sentisse mentre grattava le sbarre della gabbia.

Alle 6 ero già in piedi e facevo colazione con latte e cereali al cioccolato. Mia madre fumava accanto alla portafinestra che dava sul balcone, indossava la sua solita vestaglia rosa.

-Ti sei alzato presto…- notò lei sbuffando il fumo verso l’alto.

-Ho da fare all’università…

-Quando torni a casa?

-Non lo so ancora, magari ti chiamo più tardi.

-Sì, bravo, chiamami… 

Alle sette meno un quarto io e la scimmia eravamo già a bordo del tram diretto verso la zona industriale. Avevo approntato un’altra scatola di cartone con i buchi, per trasportarla e sottrarla agli sguardi altrui, ad esempio quello di  mia madre o dei vicini di casa.

Mentre il mezzo procedeva con l’usuale lentezza fermandosi ripetutamente per accogliere nuovi passeggeri e depositarne altri mi domandai come avrei potuto chiamare la scimmia. Tutti gli animali domestici hanno un  nome, dopotutto.

La scimmia era piccola e le mancava un arto. Era abbastanza ripugnante a dire la verità. Era piena di croste negli occhi e sulla schiena e, nonostante le avessi appeso al collo un Arbre Magique, il suo tanfo continuava a insinuarsi nelle mie narici e, come potei constatare da alcuni sguardi, anche in quelle dei miei compagni di viaggio.

La chiamai Handy, in onore della sua mano mancante. Poi mi ritenni soddisfatto e presi a guardare il susseguirsi di palazzi e strade tra i quali brillavano ancora le luminarie notturne; alle 7 e 30 si spensero e ciò mi rese un po’ melanconico. Giungemmo di lì a poco alla zona industriale, il capolinea era in Via Felix Mendelsshon, proprio di fronte all’Ikea. Dovetti fare un pezzo di strada a piedi e mi stupii come in quella zona desolata i nomi delle strade fossero intitolati ad illustri del mondo della musica classica. C’era Via Brahms, Via Wagner e Via Debussy. Le attraversai tutte accompagnato dal respiro affannoso di Handy.

Finalmente, mancavano pochi minuti alle 8, giunsi a destinazione. C’era un solo stabilimento, un parallelepipedo di cemento armato contornato da uno spesso muro, anch’esso di cemento, fornito di telecamere di sicurezza e spuntoni in ferro alla sua sommità. Dall’altra parte della strada c’era l’entrata di un campo Rom. Anch’esso era recintato.

Un uomo in divisa, sembrava un metronotte o qualcosa del genere, sedeva in un gabbiotto proprio a fianco dell’entrata pedonale.

-Sei Esposito?- mi chiese quasi come se fosse un crimine esserlo.

-Sì e lui è Handy- risposi abbozzando un sorriso e sollevando un poco la scatola che mi portavo appresso.

-Che puzza mostruosa! Sparisci!- tagliò corto lui facendomi cenno di entrare alla svelta.

Attraversai il parcheggio, era quasi vuoto. Poi vidi un gruppo di persone che stazionavano davanti ad una porta a vetri. Alcuni avevano cani al guinzaglio, altri portavano i loro animali all’interno di appositi trasportini. Li raggiunsi e posai il pacco con Handy a terra accanto a me. Mi accesi una sigaretta che avevo sottratto dal pacchetto di mia madre. Sperai che l’odore di fumo mascherasse l’odore della scimmia. 

C’era un cane, una specie di barboncino color caffellatte con la testa che sembrava quella di Uan di Bimbumbam, si ostinava a gironzolare intorno alla scatola di Handy. Per lui forse quella puzza era qualcosa di paradisiaco, non so. Fatto sta che Handy non gradiva molto la vicinanza di quel cane e prese a gridare in quel modo tremendo che avevo imparato a conoscere mentre gli facevo il bagnetto il giorno prima. Mollai un calcio al cane che si allontanò subito guaendo. La padrona era una tizia in tuta sportiva che pareva una professoressa di educazione fisica. Era l’unica che non teneva il cane legato e mi si avvicinò subito per lamentarsi che l’avessi colpito. Le dissi freddamente che se il mio animale lo avesse morso gli avrebbe potuto attaccare una qualche malattia tropicale e lei si allontanò senza ribattere, ma decidendosi ad agganciare al guinzaglio il collarino bordeaux del suo pupillo.

Passammo tutta la mattina in attesa, davanti a quella maledetta porta a vetri. Alcuni si spazientirono e andarono via. Altri si lamentarono con veemenza, ma rimasero lì. 

Finalmente intravedemmo la sagoma di una persona muoversi dietro la porta che poco dopo si aprì.

Comparve la dottoressa Englander la quale aveva lo sguardo più freddo di una sala operatoria. Ci scortò all’interno dell’edificio, un labirinto di corridoi, sale d’attesa con tanto di divani in finta pelle e macchinette del caffè, laboratori e uffici.

Ci divise in gruppi a seconda della specie che possedevamo. Io ero l’unico a possedere una scimmia e mi fu indicata una saletta dove avremmo dovuto, io e Handy, aspettare il nostro turno. Ci chiamavano “binomi”: la persona e il suo animale. Io e Handy eravamo il “binomio P”. 

-Sei agitato, Handy?- gli dissi non appena fummo soli.

-Non preoccuparti, vecchio mio, non appena usciti di qui andremo a farci un paio di banane, che ne dici?

Pensai che stavo rincoglionendo, e di brutto anche. Poi mi venne in mente che di lì a poco avrei dovuto dare quell’esame sul Dolce Stil Novo e mi sentii davvero un idiota a trovarmi lì anziché in biblioteca a studiare. Avrei potuto almeno portarmi un libro da leggere, per tenere la mente allenata, per contrastare quell’attesa mortale. Mi avevano assegnato la lettera P, l’ultima della lista rispettivamente a quanti eravamo. Nella saletta dove mi trovavo c’era una pianta sistemata in un bel vaso di ceramica bianco. Ornava un angolo della stanza. La guardai scommettendo con me stesso se fosse vera o posticcia. Poi mi alzai sicuro della mia supposizione per esaminarla da vicino. Come pensavo: era finta, ma fatta dannatamente bene. Mia madre avrebbe fatto carte false per possedere una pianta simile. La luce del pomeriggio, calda e giallognola, entrava dall’unica finestra. Stavo impazzendo per la noia e Handy doveva aver fatto i suoi bisogni nello scatolone. Avevo preso a guardare fuori – la finestra dava proprio sul piazzale dello stabilimento – nella speranza che qualcuno degli altri partecipanti al progetto uscisse e potessi chiedergli qualche informazione in merito, magari anche circa il compenso che avremmo dovuto ricevere al quale nessuno aveva ancora accennato. Il cortile rimase deserto tutto il giorno e ciò contribuì a incrementare il mio sconforto. 

-Coraggio, Handy- dissi ad un certo punto sollevando la scatola e avviandomi verso la porta.

-Ne ho abbastanza, ce ne andiamo.

C’era un silenzio a dir poco spettrale, lì dentro. Mi lasciai alle spalle una serie interminabile di corridoi tutti uguali, bianchi con lo zoccolo porpora e il pavimento nero. Ogni tanto una pianta, di solito un ficus, finto, rompeva la monotonia. Presi a sudare, ma non era per la fatica. Una sorta di sesto senso animalesco mi diceva che dovevo uscire da quel luogo, ma non sapevo come né dove. Handy aveva smesso di ansimare e a un certo punto mi fermai per la preoccupazione e aprii la scatola, pur sapendo che non la potevo richiudere senza nastro adesivo. Era morto. 

Per lui non c’era più molto da fare: lo appoggiai nel vaso di una pianta, lì accanto. Provavo un forte senso di vuoto, ma il pensiero di dover fuggire mi scosse all’improvviso e iniziai a correre a perdifiato. 

Stavo per perdere le speranze quando in lontananza, all’estremità dell’ennesimo corridoio, notai il riverbero azzurrino di una porta a vetri.

Mi scagliai in quella direzione correndo a più non posso e mi ci tuffai letteralmente contro. 

Fui sommerso da una forte luce innaturale attraverso la quale misi a fuoco gli occhi gelidi della dottoressa Englander. Mi stava fissando attraverso le sbarre di una gabbia.

-Ben svegliato, Handy. A quanto pare con te l’esperimento ha funzionato.

Tentai di articolare delle parole, ma dalla mia bocca uscì solamente un sommesso gorgoglio. Mi guardai le mani, anzi, la mia unica mano: era bruna, pelosa e coperta di croste.

La missione

Erano le nove passate quando Hilman varcò la porta della foresteria. Non c’era nessuno, tutto regolare.

Era tutto così pulito quella mattina, prima che la missione cominciasse. Ora parevano passati cent’anni. E di fatto era proprio così. Il vecchio Rudiger, il capo dell’equipe scientifica, non aveva fatto altro che raccomandarsi con lui circa le coordinate temporali da seguire.

-Quell’uomo può farti venire un cancro al cervello a forza di blaterare- pensò Franz Hilman mentre studiava lo spazio che lo circondava. Più tardi lo avrebbero raggiunto gli altri e allora sì che sarebbe cominciato il divertimento. 

Alle undici Franz si distese su una brandina impolverata e si accese un sigaro. Fuori era buio pesto. E pensare che una volta lì c’era una città con locali notturni e tutto il resto. Nascimiento era in ritardo. Come al suo solito. Non è che ci si poteva aspettare che dandosi appuntamento cent’anni avanti nel tempo sarebbe cambiato qualcosa; le cose, di norma, tendono a peggiorare, non il contrario. 

Era l’una di notte quando una donna irruppe nella stanza facendo sobbalzare Hilman che si era giusto assopito un attimo. 

-Quel bastardo di Nascimiento!

La donna aveva un’aria sconvolta e altri non era se non il maggiore Muntz. 

-Che cosa è successo, maggiore?- chiese Franz con la voce impastata dalla stanchezza.

-Si tratta di Nascimiento. Lui ha sbagliato il conteggio temporale. Il dottor Rudiger voleva sospendere l’operazione. 

-Che cosa? Non mi dirà che per quell’idiota…

-No, no. Siamo ancora in gioco, Hilman. Solo che le cose si sono complicate. 

-E Les Fauves? 

-Arriverà col prossimo lancio temporale. Stanno elaborando un piano. Lui ci porterà le nuove istruzioni.

-Come sarebbe?

-Nascimiento si è materializzato a un anno da ora. Dobbiamo aspettarlo e adattare il piano a questo nuovo imprevisto.

-Un anno? E che dovremmo fare nel frattempo? Girarci i pollici?!

-Dobbiamo sopravvivere. E portare a termine l’operazione. Non ci sono altre possibilità.

Nascimiento non era destinato ad arrivare. La stretta temporale lo risputò fuori un anno dopo con il cranio appiattito come se ci fosse passato sopra un rullo compressore.

-È morto.

-Complimenti per la diagnosi, Les Fauves.

-Non posso crederci- disse il maggiore Muntz passandosi una mano tra i corti capelli biondi.

-Non era da escludere, maggiore, ma dopo un anno di attesa non mi immaginavo proprio che potesse finire così- concluse Franz Hilman scuotendo il capo e accendendosi il suo ultimo sigaro -L’avevo conservato per l’occasione, volete favorire?

-No, grazie, Hilman.

-No, amico, mi fa vomitare, senza offesa eh?

Franz fumò guardando un orizzonte boscoso sul quale gravava un sole rosso in procinto di inabissarsi tra una cattedrale di nubi color piombo.

Seppellirono il corpo di Nascimiento e dissero le “due parole” di rito.

-Cazzo, Nascimiento, combini casini anche da morto- terminò Les Fauves.

-Proprio nel suo stile.

-Eh, già.

Due anni dopo erano ancora vivi. Sopravvivevano come i pochi che ancora popolavano la terra e si ostinavano a perpetrare l’esistenza della specie umana.

-Avrebbe significato qualcosa per l’umanità quello che avremmo potuto fare?- disse una sera Les Fauves mentre arrostiva un ratto su un fuoco di fortuna.

-Credo di no- rispose il maggiore Muntz mentre si puliva le unghie con la punta del suo coltello. Portava sempre i capelli a spazzola e non amava essere apostrofata diversamente che col suo grado militare.

Franz Hilman scoppiò a ridere. Le scintille del fuoco si perdevano nell’oscurità; spuntarono le prime stelle.

Memorie di un uomo

Aveva appena terminato di leggere un romanzo autobiografico e un mucchio di pensieri iniziarono a fiorirgli nella mente. Non aveva voglia di uscire, ma c’era un tempo così bello, un sole così caldo, là fuori, che poco dopo si ritrovò per strada con il rumore della ghiaia smossa dai suoi passi.

Avanzava e non sapeva esattamente in che direzione. Andava avanti, verso l’edicola di Guillaume? Può darsi, sì… L’edicola era per di là, in fondo alla via. Era tarda mattinata ormai, la luce era accecante nonostante fosse inverno. Gli alti alberi del viale proiettavano le loro ombre sul percorso pedonale, ombre decise, taglienti, che oscillavano un poco in sincronia con quel vento gelido che soffiava intermittente come per rimembrare ai passanti in quale stagione si trovavano. Ad ogni modo c’era poca gente in giro. Sporadici anziani in tuta facevano la passeggiata per mantenere il loro sistema cardiovascolare.  Altri anziani fumavano scambiandosi storielle e occhiate complici. 

Quel romanzo autobiografico gli aveva fatto pensare che anche lui avrebbe potuto scriverne uno. Ma da dove iniziare? Pensava e camminava, camminava e si arrovellava, l’edicola era ormai passata. Più avanti c’era il cinema Lumière, era chiuso da un pezzo e gli metteva tristezza, gli faceva ricordare l’infanzia. Giusto: l’infanzia. Pensò a sua madre e alle sue fisime per il naso con la gobba. Pensò a suo padre, aveva sempre avuto una bella dentatura. Non gli veniva in mente altro.

“Certo che sembra così facile scrivere un’autobiografia. Ma poi a me non è mai successo niente di speciale”, pensava e il vento gli scompigliava i capelli sulla fronte. “E di certe cose non ne voglio parlare. Non ne posso parlare, ecco. Parlarne le renderebbe piccole e non mi va.”

Il cinema era chiuso, come sempre da qualche anno a quella parte. Però, proprio al centro della saracinesca era appiccicato un volantino ed egli, spinto dalla curiosità, volle andare a leggere cosa vi era scritto. Diceva: “Prossima apertura sala da gioco Las Vegas, bingo, slot machines, scommesse sportive”.

Un odore caldo, di acqua di risciacquo e sapone salì tutt’a un tratto da un tombino, disgustandolo. La cosa che gli era piaciuta di quell’autobiografia era tutto quel saltare di palo in frasca, di stile in stile, come ci si fosse trovati davvero nella testa di un qualcuno. La verità era che poi c’era un disegno più ampio che si intuiva, un disegno che si può solo intuire attraverso il caos, ma che non si può definire. Difatti il finale non lo aveva convinto tanto. Pensava che gli esseri umani hanno il brutto vizio di voler “tirare le fila” dove non è necessario. Devono “farsi quadrare” le cose, ma la verità è che le cose quadrano già da sole. Tentando la raddrizzata ultima vengono private della loro naturale simmetria. Si fermò e si allacciò una scarpa. “Quanta poesia sprecata,” si disse infine mentre una gazza volteggiava in cielo e pareva un ritaglio di carta.

Si ricordava vagamente di una volta che si era guardato allo specchio e la sua immagine riflessa lo aveva attratto come se si scoprisse per la prima volta. Era nella casa dei suoi nonni, riflesso nello specchio sopra il lavandino del bagno. La luce estiva illuminava le imposte di legno e un riverbero ammaliante baluginava nelle sue iridi d’infante prossimo alla pubertà. Si rimirava da più angolazioni. Non avrebbe saputo dire se nutrisse per il suo riflesso una sorta di magnetica ammirazione o semplice curiosità. Fu la prima volta che vide sé stesso?

Si sedette su una panchina di legno, sul piazzale nel quale si immetteva la grande via alberata che aveva appena percorso. Si accese una sigaretta e cercò di tornare alla sua infanzia con il pensiero. Voleva afferrare qualcosa, qualche immagine, qualche parola. Gli venne in mente solo il suo amico Robert che gli diceva che stava così bene coi capelli lunghi, poi il suo amico Luis il quale affermava che invece aveva proprio una faccia da capello corto. Niente che avesse a che fare con quando era bambino. Erano discorsi più recenti, localizzabili negli ultimi dieci anni al massimo. Ma che importanza avevano? E perché gli erano venuti in mente proprio in quel momento?

Una volta lui e suo padre avevano visto lo stesso film al cinema due volte di fila, erano entrati di pomeriggio con quella luce calda e armoniosa ed erano usciti che faceva buio. Poi tornando a casa a piedi lui si sentiva così felice ed esaltato che non la smetteva di parlare del film, suo padre l’ascoltava e forse era stanco. 

“Le felicità dei bambini sono così pure, i genitori le sgretolano e poi le rimpiangono. Che finzione  l’essere bambini, un esercito di esseri adulti che recita la parte di coloro che ti amano e che sono interessati a te mentre si fa i suoi calcoli esistenziali e non si cura nemmeno di fingere troppo bene.”

La sigaretta era finita ed egli la scagliò lontano oltre il marciapiede. Una donna anziana si sedette accanto a lui sulla panchina e iniziò a disegnare su un blocco. 

Le canne al vento del lago Mon

Oliver Mead passeggiava svogliatamente su un sentiero che costeggiava il lago Mon. Era settembre inoltrato e la calura di agosto si era dissipata lasciando spazio alle prime avvisaglie autunnali. La strada sterrata che contornava il lago era ampia e affiancata da ippocastani. Il vento ne smuoveva gli alti rami che si stavano, già da qualche settimana, spogliando del fogliame. Oliver percepì uno spostamento d’aria vicino al viso e, un attimo dopo, notò una castagna d’India cadere sul suolo umido con un tonfo. In quel momento si rese conto che l’intero sentiero era cosparso di castagne che il vento forte di quel giorno aveva fatto cadere. Alcuni tonfi erano udibili qua e là, se ci si prestava attenzione. Alcuni erano rumori secchi, di castagne che battevano sul duro selciato, altri erano attutiti dall’erba. In quel momento il giovane pensò che era proprio una fortuna che non gliene fosse caduta una in testa.

Seguitò a camminare facendosi guardingo, scrutava i rami degli alberi preparandosi a dover schivare uno o più dei loro frutti cadenti. 

Il lago Mon era poco più di uno stagno. Era piacevole alla vista, in quel giorno denso di nubi esso era di un intenso color acciaio, il vento lo increspava in fitte onde ravvicinate. Una barca a remi, forse di un pescatore, stazionava sul lato opposto al suo. C’era qualcuno a bordo, probabilmente più di una persona, ma Oliver non riusciva a distinguerlo bene dal punto in cui si trovava. Inoltre, era leggermente miope e si ostinava ad uscire di casa senza gli occhiali. 

Talvolta, il sentiero si staccava dalle rive del lago attraversando boschetti di querce dove il suolo era coperto di ghiande; poi, all’improvviso, svoltava avvicinandosi all’acqua e contornandosi di salici piangenti e di alte distese di canne tra le quali si poteva percepire il rumore di alcuni uccelli: stridii, battiti frenetici di ali. 

Lo zio Brady di certo si appostava accanto al lago con il fucile per far fuori qualche sfortunata anatra, anche se sapeva benissimo che era contro la legge. Gli avevano ritirato il porto d’armi anni addietro, ma lui se ne infischiava. Faceva il finto tonto e, dato che era un simpatico vecchietto, aveva da poco superato gli ottanta, nessuno in paese gli badava più di tanto. La gente parlava delle sue bravate ridacchiando al pub e tutto si concludeva con qualche alzata di spalle o scuotimento del capo. In fondo Brady non era che un vecchio burlone e lì, nella piccola Mon-Lake Town non c’era mai niente che valesse la pena di raccontare.

Oliver era figlio del proprietario del pub. La noia di provincia era un’ottima benzina per gli affari. Suo fratello maggiore, Clayton, lavorava lì come barista da alcuni anni durante i quali aveva messo su una disgustosa pancia da ubriacone e i suoi scintillanti occhi azzurri si erano gradualmente spenti diventando quasi incolori, come la piatta tappezzeria del pub.

Clayton non faceva altro che blaterare che era soddisfatto della sua vita, poi si versava un whiskey doppio e lo ingollava di un fiato.

Brisby, la loro sorella, si era sposata da un paio di settimane e Oliver aveva avuto la sgradevole impressione che lei si infagottasse di certi psicofarmaci che chiamava “le mie pastigliette”.

Era il suo matrimonio che aveva spinto il giovane a tornare a far visita alla famiglia. Mancavano ancora un paio di giorni e avrebbe levato le tende, se ne sarebbe tornato a Yale per il nuovo semestre e non avrebbe dedicato nemmeno un pensiero a quel posto miserabile dove era nato e cresciuto, ma dove non aveva nessuna intenzione di morire.

Le canne oscillavano al vento emettendo un armonioso fruscio. Si inchiavano alla corrente, e poi ritornavano su, molleggiandosi dolcemente. 

Oliver pensò a quel docente di letteratura italiana contemporanea, un uomo dai modi garbati, ma non poi così competente come voleva dare a vedere. Gli tornò in mente un esame al quale aveva assistito, una ragazza di origine iraniana sedeva dinnanzi a lui e raccontava al professore della sua grande passione per Grazia Deledda. Non aveva fatto altro che parlare di “Canne al vento”, con l’entusiasmo di una bambina di dodici anni che ha appena scoperto “Harry Potter”. Il professore ne era rimasto stregato, ascoltava il racconto della studentessa annuendo pieno di compiacimento. Oliver aveva chiuso con quel corso di letteratura, si aspettava di più che dover leggere una sfilza di autori minori e tralasciare alcuni grandi nomi, come ad esempio Gabriele D’Annunzio, perché non entravano nelle grazie del docente o non rispecchiavano le sue idee politiche ed estetiche. Del resto “Canne al vento” non gli era mai piaciuto, Oliver lo trovava terribilmente deprimente e noioso: un po’ come Mon-Lake Town e tutti i fatterelli insignificanti che conducevano le nuove generazioni a morire dentro prematuramente tra alcool, matrimonio e grigliate della domenica.

La sera giungeva tra le ombre dei salici e degli ippocastani. Il vento continuava a soffiare. La madre di Oliver si era raccomandata che rientrasse in tempo per “cenare tutti insieme”.

Il padre di Oliver probabilmente era al pub o a spazzare le foglie secche dal vialetto di casa.

Fu in quel momento, mentre il giovane si frugava in tasca cercando le sigarette, che notò una curiosa fessura nel gruppo di canne che, compatte, si piegavano ai capricci del vento.

Senza sapere bene il perché, si addentrò nell’erba alta mentre la sua curiosità aumentava, passo dopo passo, fino a che dovette soffocare un grido per lo stupore.

Lì, tra le canne, giaceva il corpo senza vita del vecchio Brady. Si era sparato in bocca con il fucile e una scomposta rosa di carne sanguinolenta gli era sbocciata sulla nuca, tra i corti capelli grigi che gli crescevano ancora folti e duri come fil di ferro. 

Oliver voleva andarsene, correre via, ma era come pietrificato, non riusciva a distogliere lo sguardo dalle spoglie del vecchio zio. 

Le infiorescenze delle canne, simili a bruni pennacchi, proiettavano sul suo volto pallido delle ombre spettrali.

Il fuoco di Roland

Roland detestava i vecchi e tutta quell’indulgenza che la gente benpensante dimostrava per loro. Il sole calava dietro i monti aguzzi del golfo, il mare era una lastra d’argento quella sera di settembre. Roland tornava a casa: quell’appartamentino che puzzava di muffa che aveva ereditato dalla zia Marionne. Lei sì che sarebbe diventata una vecchia come si deve, ma la vecchiaia non l’aveva nemmeno sfiorata. Un tumore all’utero l’aveva portata via quando doveva ancora farne quarantacinque; i medici avevano detto fino all’ultimo che sarebbe guarita, che “c’erano le condizioni”. 

Roland aveva dodici anni quando la zia morì e lui era il suo nipote preferito, anzi: il suo unico nipote. Allora era un ragazzino inquieto con troppe idee demodé sulla vita. Marionne lo aspettava quando tornava da scuola e gli tirava su il morale con qualche piatto delizioso. La pasta al forno era uno dei suoi cavalli di battaglia, Roland ne percepiva il profumo già nelle scale, mentre arrancava sotto il peso della sua cartella stracolma. 

I genitori di Roland gestivano una ditta di pulizie per uffici: la “Pulitissimo Srl”; avevano due dipendenti dall’aria ebete che erano però maestri dello spruzzino per superfici smaltate e dello scopettone che si infila in tutti gli interstizi. Inghiottiti dalla loro impresa, la madre e il padre di Roland rincasavano sempre tardi e poi stramazzavano sul divano davanti alla tv accesa; avevano ancora indosso quei giubbetti smanicati blu scuro che portavano al lavoro e odoravano di ammoniaca e deodorante per interni.

Roland tornava a casa attraverso quelle strade familiari e al tempo stesso estranee ed ostili che lo spingevano a confrontare il suo passato, che non era stato roseo, con il suo presente e le conclusioni che ne traeva lo spingevano ad accendersi una sigaretta fumandola nervosamente, con lo sguardo per terra. La casa che lo attendeva non era più quella d’un tempo. Era grigia e vuota e gli avevano staccato la corrente elettrica. All’inizio era stato un vero fastidio soprattutto perché lui soffriva d’insonnia ed era abituato a leggere nelle ore buie. Poi si era organizzato con delle candele acquistate in un negozio cinese situato vicino all’ingresso del cimitero vecchio. Ne avevano di molti tipi, ma specialmente ceri funebri con effigi della Madonna o di Gesù. Ne aveva comprate un po’ anche di quelle, erano state messe in svendita e Roland ne aveva approfittato. 

Mentre percorreva la stradicciola che accorciava il percorso, tagliando un paio di curve, si ritrovava a pensare a sé stesso bambino quando, con la piccola mano nella salda presa di Marionne faceva la passeggiata del pomeriggio e si stupiva insieme a lei delle infiorescenze appena sbocciate; quella luce dorata che avvolgeva le cose e i ricci capelli della zia come un’aureola era sparita da tempo.

Poco più avanti c’era il signor Aluette, era di schiena e stava fermo rivolto al muro. Roland gli passò accanto come un’ombra e si accorse che egli stava orinando. Non era la prima volta che lo sorprendeva così. Ma a quel vecchio non importava nemmeno più l’essere colto in flagrante. Essere vecchi per mettersi poi a pisciare come i cani era il massimo che ci si poteva aspettare dopo una vita dove il meglio era già passato nei primi dieci-undici anni. 

Per il suo ventinovesimo compleanno la madre di Roland gli aveva regalato uno smartphone che lui manco poteva mettere in carica data l’assenza di corrente elettrica nel suo appartamento. Lo teneva lì, spento, su un ripiano in ingresso, vicino a dove appoggiava le chiavi. Ad ogni modo non passava giornata in cui la madre non si presentasse trafelata alla pompa di benzina dove lavorava per chiedergli come stava e regalargli qualcosa: un pacco di caffè, una stecca di cioccolata. Aveva preso da un po’ di anni quell’atteggiamento ansioso/premuroso, Roland non riusciva a spiegarsi bene il perché. Forse c’entrava sempre col discorso della vecchiaia, col tirare le somme della propria vita, eccetera. Lui non avrebbe saputo dire se quelle visite gli arrecassero qualche sentimento in particolare, era docile con lei, rispondeva educatamente e poi sospirava, quando la sua auto finalmente si allontanava inghiottita dal traffico. 

Zoran Fenimore era un ragazzo grassottello di sedici anni che leggeva le notizie sportive seduto sulle scale d’ingresso del palazzo. Aveva i capelli castani di media lunghezza e due piccoli baffi lanuginosi che gli davano un’aria da ispanico che strideva con la sua nivea carnagione e i suoi affilati occhi verdi. Roland si rallegrava quando lo incontrava, quel tipetto gli piaceva, la sua presenza lo faceva sentire meno solo. Raramente parlavano. Spesso fumavano sigarette e a volte hashish; si scambiavano un paio di considerazioni sui risultati dell’Olympique, facevano battute sarcastiche sul Psg e si congedavano brevemente con una fugace stretta di mano. 

Marionne amava dipingere: faceva piccoli acquerelli con tramonti, navi, montagne costellate da pini marittimi. Dopo la sua morte dovettero sgomberare l’appartamento, nonostante nel testamento fosse esplicitato che l’immobile era destinato al suo unico nipote, Roland Truver. Egli era ancora minorenne e, per il momento, la gestione dello stesso doveva passare alla madre di lui, Ivette, sorella minore della defunta. 

In pochi mesi fu come se l’esistenza della zia fosse stata cancellata dal mondo. Erano scomparse le sue foto, i suoi quadri (sepolti in uno scatolone in cantina che venne presto divorato dalla muffa e dai ratti), perfino dai discorsi era sparita. Quando il suo nome compariva nella bocca dei parenti, Roland avvertiva il sapore che esso generava sulle loro lingue abituate a certi schiocchi saccenti.  Un sentore indefinibile ed estraneo, alieno. Solo lui sapeva chi era stata quella donna, solo lui l’aveva capita. 

Il sole era ormai scomparso e le tenebre avevano invaso l’atrio del palazzo, c’era odore di calce nelle scale. Le luci elettriche che illuminavano i piani erano tenui, alcune grosse zanzare ci ronzavano intorno, altre ci si posavano direttamente sopra. 

I coniugi Pompidou stavano scendendo le scale preceduti da Blanche, il loro cagnolino bianco. Il cane era grasso e le sue zampe parevano storcersi sotto la sua mole. I suoi padroni erano anch’essi sovrappeso e con un’espressione di sdegno sempre dipinta sui loro volti  a forma di Luna. Roland si fermò sul pianerottolo per lasciarli passare, mai che accadesse il contrario. Da quando si era sparsa la voce che lui viveva senza corrente elettrica, la considerazione già scarsa che i Pompidou dimostravano per lui era colata a picco manifestandosi con occhiate sprezzanti e mezze frasi al vetriolo pronunciate più o meno indirettamente. 

Una calda luce tremolante si diffuse nel piccolo soggiorno in contemporanea al pungente odor di zolfo del fiammifero. Il cielo, fuori dalla finestra aperta su una tiepida sera settembrina, era color indaco e si scuriva sempre più. Il divano era colmo di libri, alcuni aperti, altri pieni di orecchie e segnalibri. Roland svuotò il posacenere nel sacco della spazzatura, prese una scatoletta di fagioli dall’armadietto in cucina e si abbandonò sull’unica sedia, accanto alla finestra. Quella marca di fagioli era buona, constatò, non come quelli che aveva preso l’altra volta dal Banglashop. Sentiva un vocio sommesso venire dal piano di sotto, era la televisione che riportava alcuni fatti di cronaca. C’era stata un’esplosione in una pompa di benzina della Doble Effe. Le fiamme erano divampate da un’auto che si era fermata a fare rifornimento, un furgoncino di una ditta di pulizie, per l’esattezza; poi avevano coinvolto la pompa 1 che in pochi minuti aveva trasformato l’area in un rogo infernale. Erano addirittura stati fatti evacuare gli edifici adiacenti. Alcune persone avevano perso la vita; era stata scartata l’ipotesi del terrorismo. Roland guardava la prima stella fare capolino, poi pensò a Marionne e ai suoi occhi vivaci mentre lo accoglieva nella sua dimora, teneva la musica alta, festosa. Poi sentì battere alla porta. Si alzò di scatto e andò ad aprire. 

Pizzeria Bitonto

Il ricordo della pizzeria gli fece brontolare lo stomaco. Un anno prima non ci sarebbe andato nemmeno per scherzo a prendersi una pizza lì. Si diceva che a preparare le pizze non fosse un pizzaiolo in carne ed ossa, ma un gruppo di scarafaggi che, a forza di stazionare nella cucina della pizzeria, aveva imparato il mestiere. 

Le strade deserte della cittadina erano così spettrali alle otto di mattina. C’era una brezza che sparpagliava stracci, resti di giornali e manifesti, cartacce. Il loro fruscio riempiva l’aria come un requiem. 

Verdiano ora avrebbe chiuso un occhio su quegli scarafaggi, quelli della Pizzeria Bitonto di via E. Montale. Anzi, gli avrebbe stretto la mano, pardon, le zampette, li avrebbe invitati nel suo bugigattolo dove viveva da un tempo che gli pareva infinito, li avrebbe deliziati con i suoi racconti inventati e loro lo avrebbero ripagato con una margherita fumante, una capricciosa o una quattro formaggi con una spolverata di pepe nero. 

La fame attanagliava le viscere di Verdiano. Era la sola cosa a cui riusciva a pensare. Certo, c’era l’angoscia, non è che quella non ci fosse, ma la fame, quando è vera fame, sovrasta le altre emozioni come una regina dispotica che non è mai contenta. Aveva cominciato a fumare. Le sigarette scacciavano la fame. Ne fumava spesso, aspirava avidamente il fumo tiepido e intanto si chiedeva che cosa avrebbe mangiato per cena. 

L’inverno stava per arrivare. Gli alberi spogli scricchiolavano nel vento. Gli uccelli se ne erano andati. Anche lui avrebbe dovuto migrare, pensava mentre deambulava per le strade in cerca di provviste. Ma ora era tardi, era sempre tardi. L’Appennino da attraversare a piedi durante l’inverno era minaccioso come un gigante addormentato, pronto ad accoglierlo in un abbraccio glaciale. 

Verdiano si strinse nel suo giaccone imbottito. La temperatura era pungente. Camminava inseguendo un pensiero, una fantasia delirante, quando si ritrovò di fronte all’insegna spenta della Pizzeria Bitonto. La saracinesca era chiusa a metà, l’altra metà era buia come la tana di una talpa. 

Prima che le cose cambiassero, quando ancora si poteva vivere una vita “normale”, quel locale apriva sempre verso le sette di sera. Tutti i giorni, festivi compresi. Un esercito di abitudinari sciamava dalle loro case al lungo bancone in fòrmica della Pizzeria Bitonto. I portapizze arrivavano con i loro motorini scalcagnati, poi montavano pigramente i cassoni dove stipare la mercanzia da recapitare a domicilio. Erano ragazzi invecchiati prematuramente, stempiati e con sguardi vuoti, i loro discorsi evaporavano come il profumo delle pizze calde, mentre venivano chiamati con il suono di un campanello per una nuova consegna. 

La ragazza che prendeva le ordinazioni si chiamava Rossella, aveva capelli devastati dall’abuso della piastra e denti storti e macchiati. Aveva un volto paffuto e un’espressione cordiale che metteva i clienti a loro agio. Il pizzaiolo, che tutti lì intorno conoscevano come “Il Professore”, perché si vociferava si fosse diplomato al liceo classico, era un uomo massiccio con braccia da lottatore e gambe a X. 

Verdiano si frugò in tasca in cerca di un fiammifero, poi si accese una bionda e rimase davanti alla pizzeria abbandonata. Meditava. Ora si rammaricava di non aver mai assaggiato una di quelle pizze. Voleva immaginarsi un sapore, qualcosa di particolarmente gradevole alla vista e al gusto e all’olfatto, ma non ci riusciva, non sapeva da dove partire. Chissà che fine avevano fatto tutti? Erano scappati? Erano morti? 

Verdiano schiacciò la cicca sul marciapiede. Perché lui era ancora lì? Perché era ancora vivo?

Uno scarafaggio dall’esoscheletro color Coca-Cola uscì circospetto dalla porta della pizzeria.

Il giovane lo osservò con interesse, come se finalmente avesse avuto la risposta per un qualcosa che gli ronzava in testa, ma non riusciva ancora bene a definire. Si accucciò e gli tese la mano, lo scarafaggio ne saggiò il palmo solleticandolo con le sue lunghe antenne, poi vi salì.

Gli uccelli cantavano a Neuborg

C’era una volta un giovane suonatore di flauto che si chiamava Hans Stunde. Viveva con l’anziana madre in un paesino sul grande fiume Danubio: Neuborg an der Donau. 

Erano anni duri, quelli della giovinezza di Hans; la siccità imperversava e i raccolti erano magri, gli alberi da frutto morirono o si ammalarono per via di un insetto tropicale che si era insediato lì nella zona, proprio a causa di quel clima inusuale. 

Hans pedalava sulla sua bicicletta azzurra come il cielo. Le strade polverose che si inoltravano nella campagna erano circondate da distese di campi color ruggine, bruciati da quella calura inclemente. Il livello delle acque del fiume era sceso sotto un limite mai raggiunto prima, gli abitanti di Neuborg avevano paura. Molti di loro decisero di emigrare a sud, verso le Alpi, per cercare un po’ di refrigerio e, soprattutto, dell’acqua. 

L’abbondanza d’acqua era sempre stata data per scontata in quel ridente paesino, ma ora le cose erano cambiate. 

Il rumore delle ruote della bicicletta sul sentiero cullava i pensieri di Hans, permettendo alla sua giovane mente di librarsi al di sopra delle continue preoccupazioni. 

La tanica di plastica vuota ballonzolava sulla sua schiena, legata con dello spago. 

Quel giorno Hans aveva deciso di pedalare ancora più lontano per cercare l’acqua. La fonte alla quale la maggior parte degli abitanti di Neueborg attingeva era quasi secca e l’acqua aveva un odore terribile anche dopo essere stata fatta bollire. 

I cittadini del piccolo paese un tempo erano cordiali, amichevoli e sempre pronti a salutare chiunque incontrassero per la via, ma ora era diverso: la sofferenza li aveva resi schivi e brutali.

La madre di Hans, Frieda, una donna mite e piccola di statura, era stata calpestata dalla folla mentre tentava di accaparrarsi una razione d’acqua e un pacco di riso lanciati da un velivolo dell’ONU; le avevano così fratturato una gamba in tre punti e, soltanto qualche ora più tardi, il buon custode del museo civico, il signor Schliemann, la trovò per puro caso mentre ella tentava inutilmente di trascinarsi verso casa, le labbra riarse dalla sete. 

Per questo motivo il giovane Hans Stunde era inquieto e spingeva sui pedali con un’energia rabbiosa. Le rugginose distese dei campi parevano infinite, il sole aveva quasi raggiunto lo zenit. Un gruppetto di alberi secchi si innalzava tristemente poco distante dal sentiero; Hans decise di raggiungerli per fare una sosta, aveva bisogno di riprender fiato. Distese un vecchio lenzuolo che era ormai abituato a portare con sé tra i rami duri dell’albero più basso. Ottenne così un rettangolo d’ombra preziosa e vi si sedette al centro. Si guardò in giro asciugandosi con la manica il sudore dalla fronte. Il silenzio era totale. L’allegro canto degli uccelli era scomparso da tempo immemore. Fu in quel momento che Hans ebbe voglia di suonare il flauto, anche se più che di una voglia si trattava di una necessità. 

Il suo flauto era smontato in tre parti in modo che potesse tenerlo comodamente in tasca. Dopo averlo ricomposto lo portò alle labbra con una gestualità quasi religiosa. Poi suonò.

La sua musica riempì l’aria con un’allegra polka che gli ricordava gli antichi giorni di festa. Poi la melodia mutò in un malinconico valzer che sfociò in una appassionata improvvisazione che lo condusse, nel finale, a imitare il chioccolare del merlo. 

Era molto tempo che Hans non suonava così, con tutto quel trasporto. Quando terminò l’ultima nota aveva le gote rigate di lacrime di commozione. Rimase per un po’ immobile, con le palpebre chiuse.  Poi decise che era ora di ripartire. 

Quando raggiunse finalmente il sentiero e si fu sistemato sul sellino della bicicletta, Hans alzò lo sguardo sulla strada che ancora doveva percorrere. Un’ombra scura si intravedeva in lontananza. Come aveva fatto a non notarla prima? Pareva proprio la silhouette di un albero, ma di un albero vivo!

Il caldo era insopportabile e le mani sudate di Hans Stunde scivolavano sul manubrio, ma egli pedalava sempre con più vigore, spinto dalla curiosità e dalla speranza. 

Non avrebbe saputo dire esattamente per quanto tempo fosse andato avanti, fatto sta che quando giunse a destinazione le ombre della sera si allungavano sul selciato e quella proiettata da ciò che gli era parso un miraggio da lontano era immensa e fresca come il respiro di un torrente. 

Hans non credeva ai suoi occhi, la bocca spalancata per lo stupore lo faceva assomigliare ad una trota appena pescata. 

Un gigantesco albero di pere carico di frutti sani e maturi svettava dinnanzi a lui in tutta la sua maestosa bellezza. Hans credette di stare sognando. Si pizzicò così le braccia e le gote con forza, fino a farsi male, ma non accadeva nulla: non si svegliava. Non c’era nessuno in giro lì attorno, niente che indicasse che quel meraviglioso albero apparteneva a qualcuno, che si dovesse chiedere il permesso per cogliere quel ben di Dio. La gratuità dei doni della natura aveva un che di disarmante e celestiale al tempo stesso.

Al ritorno la strada sembrava più breve, forse perché la notte era alle porte e il fresco dell’oscurità che avanzava dava sollievo alle membra. 

La tanica che occorreva per l’acqua era piena di pere mature e pure le tasche di Hans ne traboccavano, e il lenzuolo, annodato a mo’ di fagotto.

Erano così tante, quelle pere, che avrebbero potuto saziare lui e sua madre per molti giorni. Per un attimo gli balenò nella mente l’idea di dividerle con il resto del villaggio, ma presto scacciò il pensiero: era ancora furente per ciò che era accaduto a sua madre.

Fu così che, sulla via del ritorno, Hans incontrò la piccola Leda. Ella era una bambina bionda che un tempo era stata rotonda come un krapfen. Ma dopo le privazioni e gli stenti della carestia era diventata sottile come un filo di paglia.  Giocava sul bordo del sentiero, metteva in fila dei sassolini. 

Quando i loro occhi si incontrarono quelli della piccola si illuminarono e lo salutò a gran voce. Hans si fermò e, nonostante avesse pensato di tenerle tutte per sé, decise di donare una pera alla bambina che, con quel volto scavato, gli faceva tanta pena. 

Quella sera, a casa di Hans e Frieda, si tenne un banchetto come non ne ricordavano da tempo. Avevano entrambi le mascelle indolenzite a forza di masticare quelle pere così gustose. 

Frieda tirò fuori dall’armadio il vecchio calderone per fare la marmellata. Il figlio la guardava muoversi per la cucina con l’agilità di una ballerina nonostante l’evidente zoppia, sorrideva assorto, ebbro di quella fugace felicità.

Il mattino dopo furono entrambi svegliati da dei forti colpi sulla porta di casa. Avevano dormito a lungo e si levarono dai loro giacigli pigramente mentre i battiti crescevano di intensità. 

Frieda si legò i capelli con un nastro e si diresse ad aprire. Ad attenderla c’era un cospicuo gruppo di abitanti di Neuborg: il vecchio sindaco Brauer, il capitano della polizia Krunn, il panettiere Hildeborg e sua moglie, e altre famiglie. 

Avevano tutti un aspetto dimesso ed emaciato, ma la cosa che si notava più di ogni altra era la turpe espressione disegnata sui loro volti. 

Hans Stunde sbirciò la scena dalla finestrella del bagno, dove era andato per fare i suoi bisogni. 

Notò subito il volto costernato di Leda che stava aggrappata con entrambe le mani all’ampia veste della madre. Fu allora che il giovane capì il motivo di quella visita e, sospirando, si passò una mano sul viso. La sua mano odorava ancora del fresco nettare delle pere che aveva divorato.

Frieda era ammutolita, percepiva la foga della folla e ne aveva paura; stava appoggiata allo stipite della porta col fiato corto e sentiva pulsare la gamba menomata.

Come avrebbe voluto incontrare lo sguardo rassicurante del signor Schliemann! Ma lui se n’era andato il mese prima, devastato da una dissenteria che lo aveva spedito a ingrossare le fila del camposanto, come molti altri del resto. 

La gente vibrava di risentimento, volevano parlare con Hans, con quel “ladruncolo senza Dio di suo figlio”.

Il giovane apparve al fianco della madre; aveva le braccia conserte ed era pallido. Il capo della polizia Krunn avanzò verso di lui brandendo un paio di manette luccicanti. Frieda gridò con una voce rauca e disperata, voleva sapere perché accusavano il suo buon Hans, quel ragazzo riservato e gentile. 

Era accusato di furto. Jurgen Gödze, il padre della piccola Leda, sosteneva che egli avesse derubato le sue scorte di cibo privandolo delle pere: esigeva un’ammenda e che gli si tagliasse una mano, la mano lunga del ladro.

Dalla gola di Hans non usciva alcun suono sebbene volesse parlare; se ne stava lì con lo sguardo perso nel vuoto mentre Krunn lo agguantava con quelle grosse mani ricoperte di peli rossastri.

La madre urlò che ci doveva almeno essere un processo, che suo figlio era innocente e che aveva il sacrosanto diritto di difendersi. 

La moglie di Gödze, una grassona che nemmeno la carestia era riuscita ad assottigliare, le disse che l’indomani sarebbe giunto il giudice Müller da Bittenbrun e che giustizia sarebbe stata fatta.

Poco dopo il cortile di casa Stunde fu vuoto, c’era ancora una certa elettricità nell’aria, un presagio funesto che pesava sulla schiena di Frieda la quale si mise a pregare sommessamente un dio che da tempo l’aveva dimenticata.

La cella nella quale Hans Stunde fu imprigionato non era altro che la cantina del capitano Krunn. Era buio lì dentro e c’era un odore acre, di vino ammuffito. Gli avevano dato una coperta e un secchio per i bisogni. Il giovane aveva letto sui loro volti che il pensiero che lui potesse essere innocente e che tutto fosse solamente un gigantesco sbaglio non li aveva nemmeno sfiorati. 

Rimase a digiuno per molto tempo, ma era difficile stabilire con esattezza quanto, data la totale assenza di luce in cui si trovava. Forse volevano indurlo a confessare costringendolo al buio e privandolo anche del minimo sostentamento. 

Hans si addormentò e si svegliò di soprassalto molte volte, tormentato dagli incubi. Arrivò persino a pensare che quell’albero miracoloso dal quale aveva attinto non fosse stato altro che una costruzione della sua fantasia per accettare il misfatto che aveva compiuto derubando Gödze. Poi però pensò alla figlia di quell’uomo, Leda dai capelli che parevano fili d’oro, al suo viso che raccontava una storia diversa che nessuno si sarebbe degnato di ascoltare. Pensò alla sua bocca piena di polpa di frutto e al sorriso pieno di gratitudine e sorpresa, correndo poi a casa a raccontare  allegra alla mamma e al papà di quella grazia che le era toccata così inaspettatamente.

Gli abitanti di Neuborg an der Donau erano diventati crudeli e assetati di violenza come un’orda di diavoli, ponderò Hans con amarezza.

Era stata la mancanza d’acqua, la sterilità dei campi o il silenzio del bel canto degli uccelli a operare quella tragica trasformazione?

I giorni passavano e il giudice Müller tardava. Frieda chiedeva invano notizie del figlio, deambulava sulla piazza come una questuante supplicando ogni passante. Le rispondevano tutti la stessa cosa: che Hans stava bene, che tornasse a casa.

Il giorno del processo fu finalmente deciso. Nessun avvocato voleva difendere Hans Stunde contro l’opinione di tutto il paese. La paura serpeggiava nell’aria, la folla di affamati esigeva il suo tributo di sangue. 

Quando il giovane fu condotto in aula era la prima volta da quasi un mese che rivedeva la luce del sole. Era molto dimagrito, aveva la pelle grigiastra, i capelli sporchi e arruffati, gli zigomi sporgenti e gli occhi di un animale ferito. Nessuno sguardo di pietà si levò su di lui. Frieda voleva toccarlo, abbracciare quel mucchio d’ossa che il figlio era diventato, ma le fu negato.

Il giudice Müller arrivò in bicicletta con la toga che svolazzava, pareva la morte pronta ad abbattere la falce.

Hans raccontò la sua versione dei fatti con voce flebile e fu accusato ripetutamente di mentire. Egli ribatté che li avrebbe portati lì, al cospetto di quell’albero prodigioso, se gli avessero dato l’opportunità.

Dopo averci riflettuto il giudice concesse di andare. La popolazione di Neuborg si riunì in uno scalcinato corteo dietro l’ombra di quello che era stato Hans Stunde, un dì ragazzo tenero e gioviale. Egli inciampava sui suoi passi, la strada pareva non finire mai. Giunsero così in un luogo inospitale contornato da interminabili campi arsi dal sole.

Un ceppo dal considerevole diametro stazionava proprio al centro della strada. Doveva essere stato mozzato da parecchio: anni, decenni. Hans cadde in ginocchio davanti a quel tronco monco.

Qualcuno gridò di procedere con la sentenza, di tagliargli la mano lì, su quel ceppo beffardo.

Frieda assisteva muta a quello sfacelo, i suoi occhi erano ridotti a caverne scure.

Fu così che il boia giunse con la mannaia e Hans, nel vederla, fu preso da una forte nostalgia. Aveva pensato al suo flauto e che non avrebbe più potuto suonarlo. La sua mente vagava. Poi si abituò a quel pensiero, aveva già rinunciato a tanto fino a quel momento, poteva anche rinunciare alla sua mano. Solo una cosa non era mai riuscito ad accettare: il non udire più il canto degli uccelli che popolavano i boschi lungo il Danubio, le loro note perfette, uniche, combinate con lo stormire delle foglie degli alberi che nella brezza danzavano come fate. Si ricordò di suo padre che lo portava a pescare in primavera, quando l’aria era satura dei batuffoli di lanugine dei pioppi che sfoggiavano le loro foglie nuove, pronte a sventolare come tante verdi bandierine. 

Suo padre era stato un buon musicista, fu lui a trasmettergli la passione per il flauto.

-Voglio suonare- disse infine Hans Stunde con una fermezza che nessuno osò contraddire; non potevano negargli questa ultima richiesta prima che egli non lo potesse più fare. 

Il flauto era sempre stato con lui, smontato in tre pezzi, nella tasca. Lo assemblò con delicatezza e lo portò alle labbra che erano sottili e piagate. 

Il popolo di Neuborg rimase stregato già dopo la prima nota; ognuno di loro avrebbe giurato di non aver mai udito niente di più bello. 

Ma la cosa che lasciò ancor di più quella gente paralizzata dallo stupore fu il cielo: si ingrigì progressivamente e si riempì di nubi. Si udirono tuoni, le saette si delinearono con la loro abbagliante bellezza. Sembrava che tutta l’acqua del mondo stesse per riversarsi su Neuborg, e i suoi abitanti erano lì ad attenderla con i loro volti sgomenti e le fauci spalancate. 

Quando Hans Stunde emise l’ultima nota ci fu un boato fragoroso, l’applauso venuto dal cielo sotto forma di una pioggia scrosciante. 

La folla ululava di felicità e inneggiava al miracolo, aveva già trasformato il ragazzo da agnello sacrificale a santo. 

Iniziarono i festeggiamenti di quell’orda di uomini e donne che traboccavano di un’euforia che, assieme alla pioggia, li possedeva totalmente. 

C’era chi ballava, chi cantava, chi s’abbracciava, chi suggerì di portare Hans in trionfo sulla piazza, di farlo sindaco, presidente, santo protettore! 

Ma di Hans non v’era traccia ormai. Era scomparso, e con lui anche Frieda e la piccola Leda. 

Erano saliti su una barca e, cullati dal grande fiume, erano scivolati via. Verso il mare.

Piccola parentesi

Mi piace scrivere storie, leggerle, inventarne, fantasticarci su… Non sono molto costante però, scrivo quando mi va e se il risultato mi soddisfa allora pubblico oppure archivio; sono sempre stata creativa, ma appunto il “creare” non è un rubinetto che possiamo aprire e chiudere a nostro piacimento; quando ero bambina spesso disegnavo e poi buttavo via subito il disegno, era come se volessi metterla alla prova, questa fantasia, volevo cavalcare le onde degli universi interiori, volevo dimostrare a me stessa che viaggiavo nell’infinito; ma a volte mi dico che è proprio la finitezza, al pari di quella della nostra vita di esseri umani, ciò che da valore a quello che facciamo, che creiamo, che viviamo.

Tutto questo per dire cosa? Ecco, io ho iniziato da poco una nuova vita, una vita on the road con la mia famiglia umano-canina; tante cose sono finite e altre ne sono iniziate, ma niente è fine a sé stesso, tutto è collegato come nelle fiabe in cui l’eroe riceve un dono da un anziano viandante e poi esso gli tornerà utile per svelare un enigma o salvargli la vita, molto tempo più in là.

E’ molto tempo che non pubblico su questo blog, dal giorno del mio trentunesimo compleanno. Spesso leggo i blog che seguo quando mi arrivano le e mail di notifica, ma da qualche giorno a questa parte e forse anche in futuro non potrò essere così solerte nel farlo, e un po’ mi dispiace. Ma, come si dice: “You win some, you lose some.”

Approfitto di questo momento per salutare i blog che mi seguono e che seguo e dire che seppure io sia un’eremita, specialmente nel mondo di internet, ho apprezzato molto questa avventura e tutte le diramazioni e le informazioni che da essa sono cresciute e germogliate e anche quelle che sono finite lì, perché anche i vicoli ciechi hanno un loro senso e li rispetto.

Ah! Un’ultima cosa! Oggi ho saputo che un mio racconto che si chiama “Agenzia Transiti Geriatrici” è stato pubblicato su una rivista online di fantascienza: “Storie Bizzarre”. E’ molto carina, specialmente per chi ama il genere, e contiene sia racconti inediti che illustrazioni fantascientifiche, fantasy e di tutto ciò che riguarda il bizzarro, l’assurdo, il “potrebbe”.

http://www.storiebizzarre.wixsite.com/sbonline

“Che la Forza sia con voi!”