Le canne al vento del lago Mon

Oliver Mead passeggiava svogliatamente su un sentiero che costeggiava il lago Mon. Era settembre inoltrato e la calura di agosto si era dissipata lasciando spazio alle prime avvisaglie autunnali. La strada sterrata che contornava il lago era ampia e affiancata da ippocastani. Il vento ne smuoveva gli alti rami che si stavano, già da qualche settimana, spogliando del fogliame. Oliver percepì uno spostamento d’aria vicino al viso e, un attimo dopo, notò una castagna d’India cadere sul suolo umido con un tonfo. In quel momento si rese conto che l’intero sentiero era cosparso di castagne che il vento forte di quel giorno aveva fatto cadere. Alcuni tonfi erano udibili qua e là, se ci si prestava attenzione. Alcuni erano rumori secchi, di castagne che battevano sul duro selciato, altri erano attutiti dall’erba. In quel momento il giovane pensò che era proprio una fortuna che non gliene fosse caduta una in testa.

Seguitò a camminare facendosi guardingo, scrutava i rami degli alberi preparandosi a dover schivare uno o più dei loro frutti cadenti. 

Il lago Mon era poco più di uno stagno. Era piacevole alla vista, in quel giorno denso di nubi esso era di un intenso color acciaio, il vento lo increspava in fitte onde ravvicinate. Una barca a remi, forse di un pescatore, stazionava sul lato opposto al suo. C’era qualcuno a bordo, probabilmente più di una persona, ma Oliver non riusciva a distinguerlo bene dal punto in cui si trovava. Inoltre, era leggermente miope e si ostinava ad uscire di casa senza gli occhiali. 

Talvolta, il sentiero si staccava dalle rive del lago attraversando boschetti di querce dove il suolo era coperto di ghiande; poi, all’improvviso, svoltava avvicinandosi all’acqua e contornandosi di salici piangenti e di alte distese di canne tra le quali si poteva percepire il rumore di alcuni uccelli: stridii, battiti frenetici di ali. 

Lo zio Brady di certo si appostava accanto al lago con il fucile per far fuori qualche sfortunata anatra, anche se sapeva benissimo che era contro la legge. Gli avevano ritirato il porto d’armi anni addietro, ma lui se ne infischiava. Faceva il finto tonto e, dato che era un simpatico vecchietto, aveva da poco superato gli ottanta, nessuno in paese gli badava più di tanto. La gente parlava delle sue bravate ridacchiando al pub e tutto si concludeva con qualche alzata di spalle o scuotimento del capo. In fondo Brady non era che un vecchio burlone e lì, nella piccola Mon-Lake Town non c’era mai niente che valesse la pena di raccontare.

Oliver era figlio del proprietario del pub. La noia di provincia era un’ottima benzina per gli affari. Suo fratello maggiore, Clayton, lavorava lì come barista da alcuni anni durante i quali aveva messo su una disgustosa pancia da ubriacone e i suoi scintillanti occhi azzurri si erano gradualmente spenti diventando quasi incolori, come la piatta tappezzeria del pub.

Clayton non faceva altro che blaterare che era soddisfatto della sua vita, poi si versava un whiskey doppio e lo ingollava di un fiato.

Brisby, la loro sorella, si era sposata da un paio di settimane e Oliver aveva avuto la sgradevole impressione che lei si infagottasse di certi psicofarmaci che chiamava “le mie pastigliette”.

Era il suo matrimonio che aveva spinto il giovane a tornare a far visita alla famiglia. Mancavano ancora un paio di giorni e avrebbe levato le tende, se ne sarebbe tornato a Yale per il nuovo semestre e non avrebbe dedicato nemmeno un pensiero a quel posto miserabile dove era nato e cresciuto, ma dove non aveva nessuna intenzione di morire.

Le canne oscillavano al vento emettendo un armonioso fruscio. Si inchiavano alla corrente, e poi ritornavano su, molleggiandosi dolcemente. 

Oliver pensò a quel docente di letteratura italiana contemporanea, un uomo dai modi garbati, ma non poi così competente come voleva dare a vedere. Gli tornò in mente un esame al quale aveva assistito, una ragazza di origine iraniana sedeva dinnanzi a lui e raccontava al professore della sua grande passione per Grazia Deledda. Non aveva fatto altro che parlare di “Canne al vento”, con l’entusiasmo di una bambina di dodici anni che ha appena scoperto “Harry Potter”. Il professore ne era rimasto stregato, ascoltava il racconto della studentessa annuendo pieno di compiacimento. Oliver aveva chiuso con quel corso di letteratura, si aspettava di più che dover leggere una sfilza di autori minori e tralasciare alcuni grandi nomi, come ad esempio Gabriele D’Annunzio, perché non entravano nelle grazie del docente o non rispecchiavano le sue idee politiche ed estetiche. Del resto “Canne al vento” non gli era mai piaciuto, Oliver lo trovava terribilmente deprimente e noioso: un po’ come Mon-Lake Town e tutti i fatterelli insignificanti che conducevano le nuove generazioni a morire dentro prematuramente tra alcool, matrimonio e grigliate della domenica.

La sera giungeva tra le ombre dei salici e degli ippocastani. Il vento continuava a soffiare. La madre di Oliver si era raccomandata che rientrasse in tempo per “cenare tutti insieme”.

Il padre di Oliver probabilmente era al pub o a spazzare le foglie secche dal vialetto di casa.

Fu in quel momento, mentre il giovane si frugava in tasca cercando le sigarette, che notò una curiosa fessura nel gruppo di canne che, compatte, si piegavano ai capricci del vento.

Senza sapere bene il perché, si addentrò nell’erba alta mentre la sua curiosità aumentava, passo dopo passo, fino a che dovette soffocare un grido per lo stupore.

Lì, tra le canne, giaceva il corpo senza vita del vecchio Brady. Si era sparato in bocca con il fucile e una scomposta rosa di carne sanguinolenta gli era sbocciata sulla nuca, tra i corti capelli grigi che gli crescevano ancora folti e duri come fil di ferro. 

Oliver voleva andarsene, correre via, ma era come pietrificato, non riusciva a distogliere lo sguardo dalle spoglie del vecchio zio. 

Le infiorescenze delle canne, simili a bruni pennacchi, proiettavano sul suo volto pallido delle ombre spettrali.

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Il fuoco di Roland

Roland detestava i vecchi e tutta quell’indulgenza che la gente benpensante dimostrava per loro. Il sole calava dietro i monti aguzzi del golfo, il mare era una lastra d’argento quella sera di settembre. Roland tornava a casa: quell’appartamentino che puzzava di muffa che aveva ereditato dalla zia Marionne. Lei sì che sarebbe diventata una vecchia come si deve, ma la vecchiaia non l’aveva nemmeno sfiorata. Un tumore all’utero l’aveva portata via quando doveva ancora farne quarantacinque; i medici avevano detto fino all’ultimo che sarebbe guarita, che “c’erano le condizioni”. 

Roland aveva dodici anni quando la zia morì e lui era il suo nipote preferito, anzi: il suo unico nipote. Allora era un ragazzino inquieto con troppe idee demodé sulla vita. Marionne lo aspettava quando tornava da scuola e gli tirava su il morale con qualche piatto delizioso. La pasta al forno era uno dei suoi cavalli di battaglia, Roland ne percepiva il profumo già nelle scale, mentre arrancava sotto il peso della sua cartella stracolma. 

I genitori di Roland gestivano una ditta di pulizie per uffici: la “Pulitissimo Srl”; avevano due dipendenti dall’aria ebete che erano però maestri dello spruzzino per superfici smaltate e dello scopettone che si infila in tutti gli interstizi. Inghiottiti dalla loro impresa, la madre e il padre di Roland rincasavano sempre tardi e poi stramazzavano sul divano davanti alla tv accesa; avevano ancora indosso quei giubbetti smanicati blu scuro che portavano al lavoro e odoravano di ammoniaca e deodorante per interni.

Roland tornava a casa attraverso quelle strade familiari e al tempo stesso estranee ed ostili che lo spingevano a confrontare il suo passato, che non era stato roseo, con il suo presente e le conclusioni che ne traeva lo spingevano ad accendersi una sigaretta fumandola nervosamente, con lo sguardo per terra. La casa che lo attendeva non era più quella d’un tempo. Era grigia e vuota e gli avevano staccato la corrente elettrica. All’inizio era stato un vero fastidio soprattutto perché lui soffriva d’insonnia ed era abituato a leggere nelle ore buie. Poi si era organizzato con delle candele acquistate in un negozio cinese situato vicino all’ingresso del cimitero vecchio. Ne avevano di molti tipi, ma specialmente ceri funebri con effigi della Madonna o di Gesù. Ne aveva comprate un po’ anche di quelle, erano state messe in svendita e Roland ne aveva approfittato. 

Mentre percorreva la stradicciola che accorciava il percorso, tagliando un paio di curve, si ritrovava a pensare a sé stesso bambino quando, con la piccola mano nella salda presa di Marionne faceva la passeggiata del pomeriggio e si stupiva insieme a lei delle infiorescenze appena sbocciate; quella luce dorata che avvolgeva le cose e i ricci capelli della zia come un’aureola era sparita da tempo.

Poco più avanti c’era il signor Aluette, era di schiena e stava fermo rivolto al muro. Roland gli passò accanto come un’ombra e si accorse che egli stava orinando. Non era la prima volta che lo sorprendeva così. Ma a quel vecchio non importava nemmeno più l’essere colto in flagrante. Essere vecchi per mettersi poi a pisciare come i cani era il massimo che ci si poteva aspettare dopo una vita dove il meglio era già passato nei primi dieci-undici anni. 

Per il suo ventinovesimo compleanno la madre di Roland gli aveva regalato uno smartphone che lui manco poteva mettere in carica data l’assenza di corrente elettrica nel suo appartamento. Lo teneva lì, spento, su un ripiano in ingresso, vicino a dove appoggiava le chiavi. Ad ogni modo non passava giornata in cui la madre non si presentasse trafelata alla pompa di benzina dove lavorava per chiedergli come stava e regalargli qualcosa: un pacco di caffè, una stecca di cioccolata. Aveva preso da un po’ di anni quell’atteggiamento ansioso/premuroso, Roland non riusciva a spiegarsi bene il perché. Forse c’entrava sempre col discorso della vecchiaia, col tirare le somme della propria vita, eccetera. Lui non avrebbe saputo dire se quelle visite gli arrecassero qualche sentimento in particolare, era docile con lei, rispondeva educatamente e poi sospirava, quando la sua auto finalmente si allontanava inghiottita dal traffico. 

Zoran Fenimore era un ragazzo grassottello di sedici anni che leggeva le notizie sportive seduto sulle scale d’ingresso del palazzo. Aveva i capelli castani di media lunghezza e due piccoli baffi lanuginosi che gli davano un’aria da ispanico che strideva con la sua nivea carnagione e i suoi affilati occhi verdi. Roland si rallegrava quando lo incontrava, quel tipetto gli piaceva, la sua presenza lo faceva sentire meno solo. Raramente parlavano. Spesso fumavano sigarette e a volte hashish; si scambiavano un paio di considerazioni sui risultati dell’Olympique, facevano battute sarcastiche sul Psg e si congedavano brevemente con una fugace stretta di mano. 

Marionne amava dipingere: faceva piccoli acquerelli con tramonti, navi, montagne costellate da pini marittimi. Dopo la sua morte dovettero sgomberare l’appartamento, nonostante nel testamento fosse esplicitato che l’immobile era destinato al suo unico nipote, Roland Truver. Egli era ancora minorenne e, per il momento, la gestione dello stesso doveva passare alla madre di lui, Ivette, sorella minore della defunta. 

In pochi mesi fu come se l’esistenza della zia fosse stata cancellata dal mondo. Erano scomparse le sue foto, i suoi quadri (sepolti in uno scatolone in cantina che venne presto divorato dalla muffa e dai ratti), perfino dai discorsi era sparita. Quando il suo nome compariva nella bocca dei parenti, Roland avvertiva il sapore che esso generava sulle loro lingue abituate a certi schiocchi saccenti.  Un sentore indefinibile ed estraneo, alieno. Solo lui sapeva chi era stata quella donna, solo lui l’aveva capita. 

Il sole era ormai scomparso e le tenebre avevano invaso l’atrio del palazzo, c’era odore di calce nelle scale. Le luci elettriche che illuminavano i piani erano tenui, alcune grosse zanzare ci ronzavano intorno, altre ci si posavano direttamente sopra. 

I coniugi Pompidou stavano scendendo le scale preceduti da Blanche, il loro cagnolino bianco. Il cane era grasso e le sue zampe parevano storcersi sotto la sua mole. I suoi padroni erano anch’essi sovrappeso e con un’espressione di sdegno sempre dipinta sui loro volti  a forma di Luna. Roland si fermò sul pianerottolo per lasciarli passare, mai che accadesse il contrario. Da quando si era sparsa la voce che lui viveva senza corrente elettrica, la considerazione già scarsa che i Pompidou dimostravano per lui era colata a picco manifestandosi con occhiate sprezzanti e mezze frasi al vetriolo pronunciate più o meno indirettamente. 

Una calda luce tremolante si diffuse nel piccolo soggiorno in contemporanea al pungente odor di zolfo del fiammifero. Il cielo, fuori dalla finestra aperta su una tiepida sera settembrina, era color indaco e si scuriva sempre più. Il divano era colmo di libri, alcuni aperti, altri pieni di orecchie e segnalibri. Roland svuotò il posacenere nel sacco della spazzatura, prese una scatoletta di fagioli dall’armadietto in cucina e si abbandonò sull’unica sedia, accanto alla finestra. Quella marca di fagioli era buona, constatò, non come quelli che aveva preso l’altra volta dal Banglashop. Sentiva un vocio sommesso venire dal piano di sotto, era la televisione che riportava alcuni fatti di cronaca. C’era stata un’esplosione in una pompa di benzina della Doble Effe. Le fiamme erano divampate da un’auto che si era fermata a fare rifornimento, un furgoncino di una ditta di pulizie, per l’esattezza; poi avevano coinvolto la pompa 1 che in pochi minuti aveva trasformato l’area in un rogo infernale. Erano addirittura stati fatti evacuare gli edifici adiacenti. Alcune persone avevano perso la vita; era stata scartata l’ipotesi del terrorismo. Roland guardava la prima stella fare capolino, poi pensò a Marionne e ai suoi occhi vivaci mentre lo accoglieva nella sua dimora, teneva la musica alta, festosa. Poi sentì battere alla porta. Si alzò di scatto e andò ad aprire. 

Pizzeria Bitonto

Il ricordo della pizzeria gli fece brontolare lo stomaco. Un anno prima non ci sarebbe andato nemmeno per scherzo a prendersi una pizza lì. Si diceva che a preparare le pizze non fosse un pizzaiolo in carne ed ossa, ma un gruppo di scarafaggi che, a forza di stazionare nella cucina della pizzeria, aveva imparato il mestiere. 

Le strade deserte della cittadina erano così spettrali alle otto di mattina. C’era una brezza che sparpagliava stracci, resti di giornali e manifesti, cartacce. Il loro fruscio riempiva l’aria come un requiem. 

Verdiano ora avrebbe chiuso un occhio su quegli scarafaggi, quelli della Pizzeria Bitonto di via E. Montale. Anzi, gli avrebbe stretto la mano, pardon, le zampette, li avrebbe invitati nel suo bugigattolo dove viveva da un tempo che gli pareva infinito, li avrebbe deliziati con i suoi racconti inventati e loro lo avrebbero ripagato con una margherita fumante, una capricciosa o una quattro formaggi con una spolverata di pepe nero. 

La fame attanagliava le viscere di Verdiano. Era la sola cosa a cui riusciva a pensare. Certo, c’era l’angoscia, non è che quella non ci fosse, ma la fame, quando è vera fame, sovrasta le altre emozioni come una regina dispotica che non è mai contenta. Aveva cominciato a fumare. Le sigarette scacciavano la fame. Ne fumava spesso, aspirava avidamente il fumo tiepido e intanto si chiedeva che cosa avrebbe mangiato per cena. 

L’inverno stava per arrivare. Gli alberi spogli scricchiolavano nel vento. Gli uccelli se ne erano andati. Anche lui avrebbe dovuto migrare, pensava mentre deambulava per le strade in cerca di provviste. Ma ora era tardi, era sempre tardi. L’Appennino da attraversare a piedi durante l’inverno era minaccioso come un gigante addormentato, pronto ad accoglierlo in un abbraccio glaciale. 

Verdiano si strinse nel suo giaccone imbottito. La temperatura era pungente. Camminava inseguendo un pensiero, una fantasia delirante, quando si ritrovò di fronte all’insegna spenta della Pizzeria Bitonto. La saracinesca era chiusa a metà, l’altra metà era buia come la tana di una talpa. 

Prima che le cose cambiassero, quando ancora si poteva vivere una vita “normale”, quel locale apriva sempre verso le sette di sera. Tutti i giorni, festivi compresi. Un esercito di abitudinari sciamava dalle loro case al lungo bancone in fòrmica della Pizzeria Bitonto. I portapizze arrivavano con i loro motorini scalcagnati, poi montavano pigramente i cassoni dove stipare la mercanzia da recapitare a domicilio. Erano ragazzi invecchiati prematuramente, stempiati e con sguardi vuoti, i loro discorsi evaporavano come il profumo delle pizze calde, mentre venivano chiamati con il suono di un campanello per una nuova consegna. 

La ragazza che prendeva le ordinazioni si chiamava Rossella, aveva capelli devastati dall’abuso della piastra e denti storti e macchiati. Aveva un volto paffuto e un’espressione cordiale che metteva i clienti a loro agio. Il pizzaiolo, che tutti lì intorno conoscevano come “Il Professore”, perché si vociferava si fosse diplomato al liceo classico, era un uomo massiccio con braccia da lottatore e gambe a X. 

Verdiano si frugò in tasca in cerca di un fiammifero, poi si accese una bionda e rimase davanti alla pizzeria abbandonata. Meditava. Ora si rammaricava di non aver mai assaggiato una di quelle pizze. Voleva immaginarsi un sapore, qualcosa di particolarmente gradevole alla vista e al gusto e all’olfatto, ma non ci riusciva, non sapeva da dove partire. Chissà che fine avevano fatto tutti? Erano scappati? Erano morti? 

Verdiano schiacciò la cicca sul marciapiede. Perché lui era ancora lì? Perché era ancora vivo?

Uno scarafaggio dall’esoscheletro color Coca-Cola uscì circospetto dalla porta della pizzeria.

Il giovane lo osservò con interesse, come se finalmente avesse avuto la risposta per un qualcosa che gli ronzava in testa, ma non riusciva ancora bene a definire. Si accucciò e gli tese la mano, lo scarafaggio ne saggiò il palmo solleticandolo con le sue lunghe antenne, poi vi salì.

Gli uccelli cantavano a Neuborg

C’era una volta un giovane suonatore di flauto che si chiamava Hans Stunde. Viveva con l’anziana madre in un paesino sul grande fiume Danubio: Neuborg an der Donau. 

Erano anni duri, quelli della giovinezza di Hans; la siccità imperversava e i raccolti erano magri, gli alberi da frutto morirono o si ammalarono per via di un insetto tropicale che si era insediato lì nella zona, proprio a causa di quel clima inusuale. 

Hans pedalava sulla sua bicicletta azzurra come il cielo. Le strade polverose che si inoltravano nella campagna erano circondate da distese di campi color ruggine, bruciati da quella calura inclemente. Il livello delle acque del fiume era sceso sotto un limite mai raggiunto prima, gli abitanti di Neuborg avevano paura. Molti di loro decisero di emigrare a sud, verso le Alpi, per cercare un po’ di refrigerio e, soprattutto, dell’acqua. 

L’abbondanza d’acqua era sempre stata data per scontata in quel ridente paesino, ma ora le cose erano cambiate. 

Il rumore delle ruote della bicicletta sul sentiero cullava i pensieri di Hans, permettendo alla sua giovane mente di librarsi al di sopra delle continue preoccupazioni. 

La tanica di plastica vuota ballonzolava sulla sua schiena, legata con dello spago. 

Quel giorno Hans aveva deciso di pedalare ancora più lontano per cercare l’acqua. La fonte alla quale la maggior parte degli abitanti di Neueborg attingeva era quasi secca e l’acqua aveva un odore terribile anche dopo essere stata fatta bollire. 

I cittadini del piccolo paese un tempo erano cordiali, amichevoli e sempre pronti a salutare chiunque incontrassero per la via, ma ora era diverso: la sofferenza li aveva resi schivi e brutali.

La madre di Hans, Frieda, una donna mite e piccola di statura, era stata calpestata dalla folla mentre tentava di accaparrarsi una razione d’acqua e un pacco di riso lanciati da un velivolo dell’ONU; le avevano così fratturato una gamba in tre punti e, soltanto qualche ora più tardi, il buon custode del museo civico, il signor Schliemann, la trovò per puro caso mentre ella tentava inutilmente di trascinarsi verso casa, le labbra riarse dalla sete. 

Per questo motivo il giovane Hans Stunde era inquieto e spingeva sui pedali con un’energia rabbiosa. Le rugginose distese dei campi parevano infinite, il sole aveva quasi raggiunto lo zenit. Un gruppetto di alberi secchi si innalzava tristemente poco distante dal sentiero; Hans decise di raggiungerli per fare una sosta, aveva bisogno di riprender fiato. Distese un vecchio lenzuolo che era ormai abituato a portare con sé tra i rami duri dell’albero più basso. Ottenne così un rettangolo d’ombra preziosa e vi si sedette al centro. Si guardò in giro asciugandosi con la manica il sudore dalla fronte. Il silenzio era totale. L’allegro canto degli uccelli era scomparso da tempo immemore. Fu in quel momento che Hans ebbe voglia di suonare il flauto, anche se più che di una voglia si trattava di una necessità. 

Il suo flauto era smontato in tre parti in modo che potesse tenerlo comodamente in tasca. Dopo averlo ricomposto lo portò alle labbra con una gestualità quasi religiosa. Poi suonò.

La sua musica riempì l’aria con un’allegra polka che gli ricordava gli antichi giorni di festa. Poi la melodia mutò in un malinconico valzer che sfociò in una appassionata improvvisazione che lo condusse, nel finale, a imitare il chioccolare del merlo. 

Era molto tempo che Hans non suonava così, con tutto quel trasporto. Quando terminò l’ultima nota aveva le gote rigate di lacrime di commozione. Rimase per un po’ immobile, con le palpebre chiuse.  Poi decise che era ora di ripartire. 

Quando raggiunse finalmente il sentiero e si fu sistemato sul sellino della bicicletta, Hans alzò lo sguardo sulla strada che ancora doveva percorrere. Un’ombra scura si intravedeva in lontananza. Come aveva fatto a non notarla prima? Pareva proprio la silhouette di un albero, ma di un albero vivo!

Il caldo era insopportabile e le mani sudate di Hans Stunde scivolavano sul manubrio, ma egli pedalava sempre con più vigore, spinto dalla curiosità e dalla speranza. 

Non avrebbe saputo dire esattamente per quanto tempo fosse andato avanti, fatto sta che quando giunse a destinazione le ombre della sera si allungavano sul selciato e quella proiettata da ciò che gli era parso un miraggio da lontano era immensa e fresca come il respiro di un torrente. 

Hans non credeva ai suoi occhi, la bocca spalancata per lo stupore lo faceva assomigliare ad una trota appena pescata. 

Un gigantesco albero di pere carico di frutti sani e maturi svettava dinnanzi a lui in tutta la sua maestosa bellezza. Hans credette di stare sognando. Si pizzicò così le braccia e le gote con forza, fino a farsi male, ma non accadeva nulla: non si svegliava. Non c’era nessuno in giro lì attorno, niente che indicasse che quel meraviglioso albero apparteneva a qualcuno, che si dovesse chiedere il permesso per cogliere quel ben di Dio. La gratuità dei doni della natura aveva un che di disarmante e celestiale al tempo stesso.

Al ritorno la strada sembrava più breve, forse perché la notte era alle porte e il fresco dell’oscurità che avanzava dava sollievo alle membra. 

La tanica che occorreva per l’acqua era piena di pere mature e pure le tasche di Hans ne traboccavano, e il lenzuolo, annodato a mo’ di fagotto.

Erano così tante, quelle pere, che avrebbero potuto saziare lui e sua madre per molti giorni. Per un attimo gli balenò nella mente l’idea di dividerle con il resto del villaggio, ma presto scacciò il pensiero: era ancora furente per ciò che era accaduto a sua madre.

Fu così che, sulla via del ritorno, Hans incontrò la piccola Leda. Ella era una bambina bionda che un tempo era stata rotonda come un krapfen. Ma dopo le privazioni e gli stenti della carestia era diventata sottile come un filo di paglia.  Giocava sul bordo del sentiero, metteva in fila dei sassolini. 

Quando i loro occhi si incontrarono quelli della piccola si illuminarono e lo salutò a gran voce. Hans si fermò e, nonostante avesse pensato di tenerle tutte per sé, decise di donare una pera alla bambina che, con quel volto scavato, gli faceva tanta pena. 

Quella sera, a casa di Hans e Frieda, si tenne un banchetto come non ne ricordavano da tempo. Avevano entrambi le mascelle indolenzite a forza di masticare quelle pere così gustose. 

Frieda tirò fuori dall’armadio il vecchio calderone per fare la marmellata. Il figlio la guardava muoversi per la cucina con l’agilità di una ballerina nonostante l’evidente zoppia, sorrideva assorto, ebbro di quella fugace felicità.

Il mattino dopo furono entrambi svegliati da dei forti colpi sulla porta di casa. Avevano dormito a lungo e si levarono dai loro giacigli pigramente mentre i battiti crescevano di intensità. 

Frieda si legò i capelli con un nastro e si diresse ad aprire. Ad attenderla c’era un cospicuo gruppo di abitanti di Neuborg: il vecchio sindaco Brauer, il capitano della polizia Krunn, il panettiere Hildeborg e sua moglie, e altre famiglie. 

Avevano tutti un aspetto dimesso ed emaciato, ma la cosa che si notava più di ogni altra era la turpe espressione disegnata sui loro volti. 

Hans Stunde sbirciò la scena dalla finestrella del bagno, dove era andato per fare i suoi bisogni. 

Notò subito il volto costernato di Leda che stava aggrappata con entrambe le mani all’ampia veste della madre. Fu allora che il giovane capì il motivo di quella visita e, sospirando, si passò una mano sul viso. La sua mano odorava ancora del fresco nettare delle pere che aveva divorato.

Frieda era ammutolita, percepiva la foga della folla e ne aveva paura; stava appoggiata allo stipite della porta col fiato corto e sentiva pulsare la gamba menomata.

Come avrebbe voluto incontrare lo sguardo rassicurante del signor Schliemann! Ma lui se n’era andato il mese prima, devastato da una dissenteria che lo aveva spedito a ingrossare le fila del camposanto, come molti altri del resto. 

La gente vibrava di risentimento, volevano parlare con Hans, con quel “ladruncolo senza Dio di suo figlio”.

Il giovane apparve al fianco della madre; aveva le braccia conserte ed era pallido. Il capo della polizia Krunn avanzò verso di lui brandendo un paio di manette luccicanti. Frieda gridò con una voce rauca e disperata, voleva sapere perché accusavano il suo buon Hans, quel ragazzo riservato e gentile. 

Era accusato di furto. Jurgen Gödze, il padre della piccola Leda, sosteneva che egli avesse derubato le sue scorte di cibo privandolo delle pere: esigeva un’ammenda e che gli si tagliasse una mano, la mano lunga del ladro.

Dalla gola di Hans non usciva alcun suono sebbene volesse parlare; se ne stava lì con lo sguardo perso nel vuoto mentre Krunn lo agguantava con quelle grosse mani ricoperte di peli rossastri.

La madre urlò che ci doveva almeno essere un processo, che suo figlio era innocente e che aveva il sacrosanto diritto di difendersi. 

La moglie di Gödze, una grassona che nemmeno la carestia era riuscita ad assottigliare, le disse che l’indomani sarebbe giunto il giudice Müller da Bittenbrun e che giustizia sarebbe stata fatta.

Poco dopo il cortile di casa Stunde fu vuoto, c’era ancora una certa elettricità nell’aria, un presagio funesto che pesava sulla schiena di Frieda la quale si mise a pregare sommessamente un dio che da tempo l’aveva dimenticata.

La cella nella quale Hans Stunde fu imprigionato non era altro che la cantina del capitano Krunn. Era buio lì dentro e c’era un odore acre, di vino ammuffito. Gli avevano dato una coperta e un secchio per i bisogni. Il giovane aveva letto sui loro volti che il pensiero che lui potesse essere innocente e che tutto fosse solamente un gigantesco sbaglio non li aveva nemmeno sfiorati. 

Rimase a digiuno per molto tempo, ma era difficile stabilire con esattezza quanto, data la totale assenza di luce in cui si trovava. Forse volevano indurlo a confessare costringendolo al buio e privandolo anche del minimo sostentamento. 

Hans si addormentò e si svegliò di soprassalto molte volte, tormentato dagli incubi. Arrivò persino a pensare che quell’albero miracoloso dal quale aveva attinto non fosse stato altro che una costruzione della sua fantasia per accettare il misfatto che aveva compiuto derubando Gödze. Poi però pensò alla figlia di quell’uomo, Leda dai capelli che parevano fili d’oro, al suo viso che raccontava una storia diversa che nessuno si sarebbe degnato di ascoltare. Pensò alla sua bocca piena di polpa di frutto e al sorriso pieno di gratitudine e sorpresa, correndo poi a casa a raccontare  allegra alla mamma e al papà di quella grazia che le era toccata così inaspettatamente.

Gli abitanti di Neuborg an der Donau erano diventati crudeli e assetati di violenza come un’orda di diavoli, ponderò Hans con amarezza.

Era stata la mancanza d’acqua, la sterilità dei campi o il silenzio del bel canto degli uccelli a operare quella tragica trasformazione?

I giorni passavano e il giudice Müller tardava. Frieda chiedeva invano notizie del figlio, deambulava sulla piazza come una questuante supplicando ogni passante. Le rispondevano tutti la stessa cosa: che Hans stava bene, che tornasse a casa.

Il giorno del processo fu finalmente deciso. Nessun avvocato voleva difendere Hans Stunde contro l’opinione di tutto il paese. La paura serpeggiava nell’aria, la folla di affamati esigeva il suo tributo di sangue. 

Quando il giovane fu condotto in aula era la prima volta da quasi un mese che rivedeva la luce del sole. Era molto dimagrito, aveva la pelle grigiastra, i capelli sporchi e arruffati, gli zigomi sporgenti e gli occhi di un animale ferito. Nessuno sguardo di pietà si levò su di lui. Frieda voleva toccarlo, abbracciare quel mucchio d’ossa che il figlio era diventato, ma le fu negato.

Il giudice Müller arrivò in bicicletta con la toga che svolazzava, pareva la morte pronta ad abbattere la falce.

Hans raccontò la sua versione dei fatti con voce flebile e fu accusato ripetutamente di mentire. Egli ribatté che li avrebbe portati lì, al cospetto di quell’albero prodigioso, se gli avessero dato l’opportunità.

Dopo averci riflettuto il giudice concesse di andare. La popolazione di Neuborg si riunì in uno scalcinato corteo dietro l’ombra di quello che era stato Hans Stunde, un dì ragazzo tenero e gioviale. Egli inciampava sui suoi passi, la strada pareva non finire mai. Giunsero così in un luogo inospitale contornato da interminabili campi arsi dal sole.

Un ceppo dal considerevole diametro stazionava proprio al centro della strada. Doveva essere stato mozzato da parecchio: anni, decenni. Hans cadde in ginocchio davanti a quel tronco monco.

Qualcuno gridò di procedere con la sentenza, di tagliargli la mano lì, su quel ceppo beffardo.

Frieda assisteva muta a quello sfacelo, i suoi occhi erano ridotti a caverne scure.

Fu così che il boia giunse con la mannaia e Hans, nel vederla, fu preso da una forte nostalgia. Aveva pensato al suo flauto e che non avrebbe più potuto suonarlo. La sua mente vagava. Poi si abituò a quel pensiero, aveva già rinunciato a tanto fino a quel momento, poteva anche rinunciare alla sua mano. Solo una cosa non era mai riuscito ad accettare: il non udire più il canto degli uccelli che popolavano i boschi lungo il Danubio, le loro note perfette, uniche, combinate con lo stormire delle foglie degli alberi che nella brezza danzavano come fate. Si ricordò di suo padre che lo portava a pescare in primavera, quando l’aria era satura dei batuffoli di lanugine dei pioppi che sfoggiavano le loro foglie nuove, pronte a sventolare come tante verdi bandierine. 

Suo padre era stato un buon musicista, fu lui a trasmettergli la passione per il flauto.

-Voglio suonare- disse infine Hans Stunde con una fermezza che nessuno osò contraddire; non potevano negargli questa ultima richiesta prima che egli non lo potesse più fare. 

Il flauto era sempre stato con lui, smontato in tre pezzi, nella tasca. Lo assemblò con delicatezza e lo portò alle labbra che erano sottili e piagate. 

Il popolo di Neuborg rimase stregato già dopo la prima nota; ognuno di loro avrebbe giurato di non aver mai udito niente di più bello. 

Ma la cosa che lasciò ancor di più quella gente paralizzata dallo stupore fu il cielo: si ingrigì progressivamente e si riempì di nubi. Si udirono tuoni, le saette si delinearono con la loro abbagliante bellezza. Sembrava che tutta l’acqua del mondo stesse per riversarsi su Neuborg, e i suoi abitanti erano lì ad attenderla con i loro volti sgomenti e le fauci spalancate. 

Quando Hans Stunde emise l’ultima nota ci fu un boato fragoroso, l’applauso venuto dal cielo sotto forma di una pioggia scrosciante. 

La folla ululava di felicità e inneggiava al miracolo, aveva già trasformato il ragazzo da agnello sacrificale a santo. 

Iniziarono i festeggiamenti di quell’orda di uomini e donne che traboccavano di un’euforia che, assieme alla pioggia, li possedeva totalmente. 

C’era chi ballava, chi cantava, chi s’abbracciava, chi suggerì di portare Hans in trionfo sulla piazza, di farlo sindaco, presidente, santo protettore! 

Ma di Hans non v’era traccia ormai. Era scomparso, e con lui anche Frieda e la piccola Leda. 

Erano saliti su una barca e, cullati dal grande fiume, erano scivolati via. Verso il mare.

Piccola parentesi

Mi piace scrivere storie, leggerle, inventarne, fantasticarci su… Non sono molto costante però, scrivo quando mi va e se il risultato mi soddisfa allora pubblico oppure archivio; sono sempre stata creativa, ma appunto il “creare” non è un rubinetto che possiamo aprire e chiudere a nostro piacimento; quando ero bambina spesso disegnavo e poi buttavo via subito il disegno, era come se volessi metterla alla prova, questa fantasia, volevo cavalcare le onde degli universi interiori, volevo dimostrare a me stessa che viaggiavo nell’infinito; ma a volte mi dico che è proprio la finitezza, al pari di quella della nostra vita di esseri umani, ciò che da valore a quello che facciamo, che creiamo, che viviamo.

Tutto questo per dire cosa? Ecco, io ho iniziato da poco una nuova vita, una vita on the road con la mia famiglia umano-canina; tante cose sono finite e altre ne sono iniziate, ma niente è fine a sé stesso, tutto è collegato come nelle fiabe in cui l’eroe riceve un dono da un anziano viandante e poi esso gli tornerà utile per svelare un enigma o salvargli la vita, molto tempo più in là.

E’ molto tempo che non pubblico su questo blog, dal giorno del mio trentunesimo compleanno. Spesso leggo i blog che seguo quando mi arrivano le e mail di notifica, ma da qualche giorno a questa parte e forse anche in futuro non potrò essere così solerte nel farlo, e un po’ mi dispiace. Ma, come si dice: “You win some, you lose some.”

Approfitto di questo momento per salutare i blog che mi seguono e che seguo e dire che seppure io sia un’eremita, specialmente nel mondo di internet, ho apprezzato molto questa avventura e tutte le diramazioni e le informazioni che da essa sono cresciute e germogliate e anche quelle che sono finite lì, perché anche i vicoli ciechi hanno un loro senso e li rispetto.

Ah! Un’ultima cosa! Oggi ho saputo che un mio racconto che si chiama “Agenzia Transiti Geriatrici” è stato pubblicato su una rivista online di fantascienza: “Storie Bizzarre”. E’ molto carina, specialmente per chi ama il genere, e contiene sia racconti inediti che illustrazioni fantascientifiche, fantasy e di tutto ciò che riguarda il bizzarro, l’assurdo, il “potrebbe”.

http://www.storiebizzarre.wixsite.com/sbonline

“Che la Forza sia con voi!”

 

 

Andiamo “al ciàina”

Cioè: “Andiamo al ristorante cinese.” Ci pensavo proprio stamattina al ristorante cinese, nel senso di “cosa che esiste”, che fa parte della mia realtà. Una delle tipologie di ristoranti che ho frequentato di più, forse. I prezzi modici hanno certamente inciso sul perpetrarsi di queste mie esperienze. Quando ero bambina i miei mi ci portarono qualche volta, ci andavano coi loro amici, coi miei zii, e si immergevano in quell’esotismo galoppante. Io ero decisamente più tradizionalista. Mangiavo solo riso bianco lottando disperatamente con le bacchette per acchiapparlo. Poi desistevo ripiegando su un caratteristico cucchiaio di porcellana; quei cucchiai mi lasciavano sgomenta, non si potevano mettere in bocca come i “nostri” cucchiai, erano troppo grossi, troppo squadrati.

Il film d’animazione “Mulan” ha segnato un mio progressivo avvicinamento alla cultura orientale. Una certa curiosità gastronomica anche. Per un periodo ho fatto colazione con tè verde e riso bianco condito con salsa di soja. Ho imparato a usare le bacchette.

Poi all’epoca della scuola media, quando facevo “i moduli” e uscivo all’una, mi incontravo con mia madre per pranzare insieme; lei faceva il part-time. Spesso andavamo a casa, a volte andavamo al ristorante cinese “Da Chang”. C’era un’ipnotica musica cinese a basso volume, quadri con soggetti campestri cinesi, ventagli giganteschi appesi alle pareti sfoggiavano fiori e montagne spennellati con maestria. Le pareti di quel luogo parevano di plastica. Ma c’era una pace, un clima così scenografico e avvolgente che non si poteva fare a meno di fondersi con esso. Gran parte delle cameriere non parlava italiano e capitava, quando magari volevi ordinare qualcos’altro, di attirare l’attenzione di una di loro con un: “Mi scusi, signorina…” L’interpellata di solito  faceva un’espressione smarrita e scappava letteralmente via per mandare in avanscoperta un/una collega che avesse più dimestichezza con la nostra lingua. Poi c’era pure un cameriere figo, anche secondo mia madre. Eravamo sempre felici quando veniva a prendere le ordinazioni. Mi ricordo che prendevo sempre le alghe fritte, c’era qualcosa, nella loro consistenza evanescente, che mi incantava e mi spingeva a consumarle come per volerne carpire il segreto. Poi la zuppa di pinne di pescecane, con la sua consistenza vischiosa e il suo nome degno di comparire in una delle avventure di Indiana Jones. Il tè cinese al gelsomino è sempre stato (ed è tutt’ora) un must.

“Il sushi” era ancora percepito come stranezza al limite della commestibilità a quel tempo (fine degli anni ’90). Io lo provai relativamente presto perché, sempre durante il periodo della scuola media, ero letteralmente “impallata” con il Giappone. I manga, il cinema (era uscito “L’estate di Kikujiro” di Takeshi Kitano che mi aveva incantata), i samurai, Final Fantasy,  il fascino di un luogo così distante geograficamente e culturalmente mi rapirono infiammando la mia immaginazione. Mi ricordo che fu il giorno del compleanno di mio padre che, per festeggiarlo, andammo io e lui a cena nel primo “sushi” aperto a Genova, al Porto Antico: l’ “Irifune Sushi-Bar”, che ora non c’è manco più. Ero emozionatissima, mi misi la maglietta rossa di Dragon Ball e la giacca di jeans. Ebbi qualche problema con il wasabi. I prezzi NON avevano nulla a che vedere con quelli del ristorante cinese.

Negli anni successivi, durante la scuola superiore e dopo, è capitato spesso di andare al ristorante cinese. Complice il mio essere perennemente squattrinata, ma anche quella “cinesità” che mi metteva profondamente a mio agio. Quella riservatezza e cortesia che erano il marchio di fabbrica di ciascuno di quei luoghi. Potrei dire che in quel periodo, tra una cosa e l’altra, andai spesso ad un ristorante Sotto Ripa che si chiamava “Ta-Chung”. Andavo con alcuni amici e amiche della scuola e ci sedevamo ad un ampio tavolo rotondo che aveva al centro un piatto girevole molto comodo per servirsi delle più disparate pietanze. Ci andammo anche il giorno della laurea di Hell a prendere un po’ di roba d’asporto; io, Hell, Lou e i nostri cani Scacchi e Rumba ci ritrovammo poi a mangiare sedute per terra al Porto Antico bevendo birrette e passandoci le salsine dove intingere involtini e ravioli al vapore.

Poi c’era il ristorante in cima a via Venti, “Da Chen”. Lì ci andai con mia zia Jean e Amir un giorno a pranzo, poi con una collega con la quale eravamo rimaste in buoni rapporti, poi con Hell, la mia amica cara. In via Venti c’era pure un altro  luogo degno di nota, un cinese che sembrava la scenografia di un film di David Lynch: il ristorante cinese “Parigi”. Era il mio preferito, adoravo quell’atmosfera. Ma non ci sono andata molte volte, ad ogni modo. C’era un’austera tappezzeria blu notte, un’illuminazione soffusa e delle enormi lampade stazionavano su ogni tavolo, erano così basse che si rischiava di batterci la fronte contro se ci si sporgeva troppo in avanti. Era il luogo perfetto per andare a cena. Tra le altre cose quel ristorante non si trovava al livello della strada, era al primo piano di un antico palazzo, le sue finestre si intravedevano dalla strada che faceva angolo, via Ceccardi e, anche guardandolo dall’esterno, quel posto per me era pieno di poesia.

 

04. Vecchie abitudini, nuovo Sé

La slitta trainata dai cani giunse ad un villaggio le cui basse abitazioni erano coperte da una spessa coltre di neve. L’uomo che la conduceva gridava secchi comandi ai suoi cani con una voce roca che si perdeva nel silenzio della notte innevata; gli animali ubbidivano come un unico, possente essere. I pattini della slitta sibilavano e Jay, legato strettamente al corpo di essa, era semiaddormentato, cullato da quel suono ipnotico. Improvvisamente, appena dopo l’ennesimo urlo del conduttore, i cani sterzarono e si infilarono in uno stretto viottolo che, contornato da due muri di cinta, portava al cortile di un edificio basso e lungo. A prima vista pareva un ambulatorio o una scuola. Una donna era ferma in piedi sul porticato di cemento, probabilmente li stava aspettando. Il suo volto era imperscrutabile, freddo e geometrico, i suoi lineamenti sembravano disegnati col righello. La slitta era ferma ormai. Jay Fox Middlethorne si guardò intorno muovendo a fatica la testa pesante, si sentiva stanchissimo, privo di forze. Il respiro caldo dei cani produceva delle ritmiche nuvolette di vapore che apparivano intermittenti, rischiarate dalla luce che illuminava il porticato, dove quell’austera donna non aveva mutato posizione.

“Ne ho trovato un altro, miss Adelby!” gracchiò il conduttore rivolto alla donna, poi iniziò a trafficare con le cinghie che assicuravano Jay alla slitta. Miss Adelby sembrava annoiata, sbuffò e scribacchiò qualcosa su un taccuino che aveva in tasca. Portava un rigido tailleur militare color cachi con sopra una pesante giacca foderata di pelliccia sintetica. “Pensavamo che la tormenta vi avesse inghiottito, signor Porlen.” disse lei infine sospirando. “Naaa,” fece lui gonfiandosi leggermente “questa è poca roba, signora. Potremmo partire seduta stante per un’altra ricognizione, io e la mia muta”; la donna accennò un glaciale sorriso, poi disse: “E il ragazzo? Può camminare?”

“È conciato male questo qui, rischia l’ipotermia.” rispose Porlen caricandosi l’esile corpo di Jay su una spalla, come un sacco di patate, dirigendosi nell’edificio attraversando il porticato illuminato da freddi neon. Due giovani donne, forse infermiere, gli vennero incontro aiutandolo a deporre il bambino su una branda ospedaliera le cui lenzuola puzzavano di disinfettante ed erano in certi punti macchiate di sangue che, nonostante fosse stato lavato, non era venuto via. Jay si sentì sprofondare in quella morbidezza avvolgente, su quel materasso sfondato che aveva accompagnato alla morte una moltitudine di soldati; non si accorse nemmeno di quando gli bucarono il braccio per infilargli una flebo di vitamine. Sentiva un vociare confuso e ombre indistinte che si muovevano nella stanza, poi si addormentò.

Il signor Porlen uscì sul porticato e tirò una boccata d’aria fresca a pieni polmoni, detestava l’odore degli ambulatori: puzzavano di malattia, di infezione, di morte, pensava. Miss Adelby stava fumando una sigaretta, una di quelle lunghe e strette. Una neve sottile aveva ripreso a cadere, turbinando freneticamente. Nonostante quello che aveva sostenuto prima con spavalderia, l’uomo pensò che la cosa migliore da fare fosse far riposare i cani e dargli una ciotola di meritata zuppa. Anche lui aveva fame, del resto; meditò di fare un salto alla mensa per vedere se fosse avanzato qualcosa dalla cena di quei ragazzini. Non ci sperava nemmeno troppo, mangiavano come cavallette, quelli.

“Ottimo lavoro, signor Porlen.” echeggiò alle sue spalle la voce della Adelby, mentre conduceva i cani al ricovero delle bestie, nella vecchia palestra. “Grazie, signora.” tagliò corto lui sparendo nell’oscurità punteggiata di bianchi fiocchi ballerini.

Quando Jay si svegliò doveva essere l’alba o poco prima. Spalancò i grandi occhi color del ghiaccio cerchiati di nero e si ritrovò a fissare il grigio soffitto della camerata dove era stato portato. Le prime luci penetravano da alcune anguste finestre situate molto in alto e fornite di pesanti sbarre dalle quali si stiracchiavano delle lunghe ombre oblique. C’erano altri letti oltre al suo, nella stanza, e anche altri bambini. Jay si chiese se non fosse capitato nuovamente in un orfanotrofio, quel pensiero gli piombò addosso avvilendolo profondamente. Poi pensò a quell’uomo: Uro Moggie. Era morto per davvero? Quello che era certo era che anche il vecchio Jay Fox Middlethorne era morto con lui. Era cambiato. Qualcosa di nuovo era germogliato dentro di lui, qualcosa di vivo. Lo doveva forse a quel giovane uomo che avevano abbandonato a ricoprirsi di neve sul ciglio di una strada? Jay pensava di sì, ne era convinto fermamente. E così meditando si rese conto di avere un obiettivo: tornare da Uro, ovunque egli si trovasse. Doveva sincerarsi di persona della sua dipartita. Altrimenti sarebbe stato un inutile vigliacco che meritava di marcire ai lavori forzati come tutti quei ragazzini che si aggiravano come spettri nelle miniere di Salburn.

Il suono di un campanaccio lo fece sussultare. Una donna, alta e grassa, entrò con passo pesante nella camerata, scuotendo energicamente una grossa campana da bestiame. Il suo volto esprimeva una cupa soddisfazione per quello che stava facendo. I dormienti si svegliarono bruscamente e scattarono in piedi a fianco del letto e iniziarono a rassettarlo freneticamente, le facce pallide e smunte e gli occhi privi d’espressione parevano appartenere a un’orda di catatonici. Jay li imitò alla svelta percependo il glaciale contatto dei suoi piedi nudi sul pavimento. La donna abbaiò un comando e i ragazzini si bloccarono sull’attenti. Indossavano tutti un grigio pigiama con il colletto bianco e dei piccoli bottoni avorio. Al segnale successivo iniziarono a spogliarsi fino a rimanere con addosso la sola biancheria: faceva un freddo del diavolo, pensò Jay, il cui sguardo andò immediatamente alla sedia metallica accanto al suo letto. Vi erano adagiati dei vestiti, perfettamente piegati e, sotto di essa, un paio di scarponcini di pelle che somigliavano vagamente a quelli che indossava miss Coney giorni addietro. I bambini si vestirono in fretta e presto anche Fox fu pronto a seguire i compagni che, in fila indiana, si apprestavano ad uscire dalla camerata. Quei vestiti erano consunti e pungevano, i pantaloni erano troppo corti per lui, che era alto per la sua età, ma si guardò bene dal grattarsi o dal manifestare una lamentela qualsiasi, aveva capito perfettamente che nessuno lo avrebbe  ascoltato.

I ragazzini giunsero, marciando a testa bassa, ad una stanza di fattura simile a quella del loro dormitorio, solo molto più grande: la mensa. C’erano lunghe file di tavoli e sedie. Alcuni erano già seduti e mangiavano avidamente da grosse tazze. Jay e quelli della sua camerata si misero in fila per ricevere la loro tazza e il cucchiaio. Alcune donne dall’aspetto severo, che, come miss Adelby, indossavano tailleur militari, sovrintendevano alla situazione. Impugnavano dei lucidi frustini per cavalli. Avevano tutte i capelli raccolti in una stretta crocchia sulla nuca e un imperscrutabile volto dal quale non traspariva un accenno di umanità. C’erano altre donne, poi: servivano una brodaglia beige pescandola con grossi mestoli da pentoloni fumanti. Esse erano abbigliate diversamente: indossavano delle retine nere sulla testa e un grosso grembiule azzurrino, dal quale spuntavano le maniche grigie e la lunga gonna di un ampio vestito dal tessuto pesante e grezzo. Jay guardava la nuca rasata del ragazzino dinnanzi a lui, dalla sommità del suo capo spuntavano ciuffi di capelli rossicci. “Chissà chi è costui?” si domandò, mentre la fila avanzava lentamente. Poi il suo sguardo si posò furtivamente sulle teste dei presenti e notò che tutti i bambini erano rapati allo stesso modo. Istintivamente si portò le mani scheletriche alla nuca e scoprì che avevano rasato anche lui.

“Ehi carino, mani lungo i fianchi!” sbraitò una donna non distante da lui. Jay si ricompose all’istante, chinando la testa. “Così si ragiona.” continuò lei. Fox percepì qualcosa di beffardo nel suo tono: gli montò una collera rovente che gli infiammò le orecchie e gli strinse la gola. Poco dopo teneva in mano una ciotola bianca di ceramica dai bordi venati e un cucchiaio recante delle poco invitanti macchie di unto; la lunga fila davanti alle pentole era quasi terminata. La brodaglia fluì nella ciotola che Jay protendeva in direzione di colei che, instancabilmente, ne riempiva una dopo l’altra. Il volto di quella donna era solcato da alcune rughe e la sua bianca pelle tremolava come un budino ad ogni suo movimento. Aveva occhi blu piegati all’ingiù che le conferivano un espressione sconsolata, da Madonna. La sua bocca sottile, malamente ispessita dal trucco, era rivolta anch’essa verso il basso. Jay pensò che la sua faccia somigliava a quella di un vecchio pesce infelice; poi egli si diresse a sedere accanto a due ragazzini smunti che trangugiavano avidamente la loro razione intingendovi alcuni tozzi di pane raffermo. Nessuno parlava, nessuno alzava la testa, nessuno guardava altrove. Tutti tenevano la testa china sulla loro tazza o sul mucchietto di pane secco, che veniva rimpolpato non appena si esauriva, rovesciandolo da dei grossi sacchi di carta che puzzavano di muffa. Jay imitava gli altri, ma percepiva nel suo intimo che qualcosa non andava, a prescindere dall’idea che si era fatto della situazione che stava vivendo. Sapeva bene cosa significasse vivere con degli altri bambini: dormire nella camerata, essere svegliati all’alba, mangiare in mensa tutti insieme; essere obbligati a nutrirsi di qualcosa di squallido, di rancido. Ma quel luogo era diverso. Non c’erano cameratismo, occhiate furtive, né l’ombra di un qualsivoglia dissenso: quel luogo era strano, spettrale. Gli unici rumori erano lo sciabordio di quel liquido caldo che scivolava giù per le avide gole dei presenti; i loro cucchiai che urtavano contro il materiale della tazza; il pane vuotato al centro del tavolo. Fugaci manine pallide scattavano procacciandosi quell’alimento secco e, altrettanto velocemente, lo portavano alla bocca ingurgitandolo dopo rapide masticate da criceto. Il contenuto della tazza di Jay emanava un vago odore di caffè sintetico. Il suo calore gli scaldava le mani, che cingevano il contenitore, ed egli rimase così, assorto, nell’atto di assorbirne il tepore. Jay fissò a lungo la superficie del liquido beige. Da quanto tempo non mangiava? Non lo ricordava. Poi si decise e portò la tazza alle labbra. Un forte dolore alla caviglia lo distolse dal suo intento. Il bambino davanti a lui gli aveva appena dato un calcio!

03. Solo al mondo

Era successo tutto così in fretta, troppo in fretta. Jay Fox Middlethorne stava vivendo un brutale distacco dalla realtà. Erano stati i cinque giorni più intensi della sua giovane vita ed ora, sedeva accanto a quell’uomo che inizialmente aveva detto di chiamarsi miss Coney, poi era diventato il soldato semplice Preston, fino a diventare un certo Uro Moggie, membro di un’organizzazione paramilitare interplanetaria. Il bambino era confuso, il colore della sua pelle aveva virato al giallognolo, i neri capelli intrisi di sporcizia e sudore gli si erano incollati alla fronte. Uro Moggie era immobile, sdraiato a terra, nella polvere, con una pallottola nelle viscere; il suo respiro era flebile, il suo volto teso dallo sforzo per non perdere conoscenza;  “Acqua… ” bisbigliò “F-Fox… Dammi… Acqua…”
Jay si guardò intorno con fare smarrito finché notò una pozzanghera fangosa sul fondo di un fosso a pochi metri dal loro nascondiglio; dopo aver brevemente ragionato sul da farsi, egli si decise a muoversi verso di essa, strisciando a terra come un serpente. Gli erano sempre piaciuti, i serpenti, del resto. Era quasi buio e la paura di essere avvistato dai soldati, che gli serrava la gola, lo aveva trasformato in un animale guardingo e sfuggente. Il terreno scuro scorreva sotto il suo ventre; Jay avanzava lento, ma costante con gli occhi fissi sul riverbero dorato che l’ultima luce del giorno proiettava sulla liscia superficie di quell’acqua torbida. Gli venne quasi da sorridere, una smorfia di disperazione, quando vi giunse, tanto era passato da quando aveva bevuto l’ultima volta e da quanto gli sembrava allettante quella brodaglia terrosa che gli si parava davanti. Le sue labbra si tesero leggermente e il dolore che provò gli ricordò che erano coperte di piaghe, da cui fluirono alcune gocce di sangue delle quali percepì il sapore. Non sapeva come trasportare l’acqua a Uro Moggie quando, mentre il pensiero lo tormentava e i suoi occhi saettavano qua e là cercando una soluzione, notò che il suo braccio, ormai sprofondato nella pozza, vestiva la sua logora giacca di lana che si era puntualmente intrisa del prezioso liquido.

Il bambino pensò che forse l’uomo era morto. Era più pallido di prima, marmoreo. La bocca tiratissima, semiaperta, gli occhi chiusi. Gli fece gocciolare dell’acqua sul viso strizzando piano la sua manica, poi sulle labbra, qualche goccia si insinuò dentro. Uro emise un lieve colpo di tosse. Era vivo. Jay si sentì sollevato, non voleva rimanere solo, alla mercé di quelle orde di soldati affamati di vendetta. Avrebbe voluto che Uro gli parlasse, che gli dicesse che sarebbe andato tutto bene, che sarebbero usciti da quell’incubo; o al limite, che gli desse degli ordini, che gli dicesse cosa fare in modo da farlo sentire utile e occupargli la mente per un po’. Invece l’uomo giaceva al confine tra la vita e la morte e taceva. La notte era giunta, buia e senza luci. Jay tremava di freddo, gli umidi stracci che portava addosso gli stavano appiccicati alla pelle.
L’ultimo pasto, per così dire, che aveva consumato, risaliva al giorno prima quando, furtivamente, aveva depredato un bidone dell’immondizia dai rifiuti provenienti dalla mensa dei militari di Salburn. L’edificio, in realtà, era andato completamente distrutto nel poderoso incendio del quale lui e Uro erano responsabili, ma, ironia della sorte, il cassonetto della spazzatura lì adiacente, era rimasto intatto.
Al momento, Jay aveva così fame che il pensiero di sgranocchiare qualche foglia di cavolo marcia e del pane ammuffito, gli faceva venire l’acquolina in bocca. Mentre era immerso in questi sconsolati pensieri, il suo stomaco non la smetteva di contrarsi e brontolare; era come se si torcesse su sé stesso. “Si sta mangiando da solo” pensò il bambino scrutando nell’oscurità. Ad un certo punto, dopo pochi istanti che Jay si era assopito con la testa ciondolante sul petto, Uro Moggie parlò appena percettibilmente: “Sei qui, F-Fox?…R-Rispondi, Fox…”
“Sono qui!” esclamò lui destandosi all’improvviso “Sono qui, Uro, puoi sentirmi?”. La voce del piccolo Middlethorne era incrinata dalla disperazione, nonostante egli cercasse di mascherarlo; si rese conto, proprio in quel momento, che Uro Moggie era l’unica persona al mondo che gli fosse rimasta, l’unico testimone della sua esistenza. “D-Devi chiamarli… Non possiamo più… P-Più f-farcela da soli…” biascicò l’uomo morente con voce flebile. “Chi?! Chi devo chiamare?! Uro! Dimmelo, ti prego!” proruppe il bambino con voce acuta. “L-Lei.” rispose Moggie “ È scesa dopo di noi… L-La fermata… T-Treno… Lei sa.” un lunghissimo sospiro seguì tali parole; “Lei sa.” ripeté.

Poi iniziò a nevicare.

Dapprima non si posava. Poi iniziò a depositarsi, strato su strato e, in poco tempo, ogni cosa fu ricoperta. Si stava mettendo davvero male, pensò Jay. Uro invece, dopo l’immane sforzo di pronunciare le ultime, poche parole, era caduto in un sonno pesante. Era talmente buio che il bambino non poteva vedergli il viso, ma percepiva la distensione dei suoi lineamenti; il suo volto di giovane uomo, appena punteggiato di barba color rame, era placido come il suo respiro. Si stava forse arrendendo alla morte? Jay si sdraiò accanto a lui, meditava sul da farsi e sulle sue ultime frasi. “Lei sa.” rimuginò “Ma lei, chi?”. La sua coscienza si stava dibattendo tra il sonno e la veglia, gli pareva di vedere delle ombre più scure della notte che danzavano dinnanzi a lui. Una stella lontana ardeva di un calore irreale, una stella cadente, una stella che sfrecciava nell’oscurità. Era così vicina che gli parve di poterla afferrare, un sogno bellissimo, pensava il bambino, “Anche Uro si scalderà…”
“Ehi! Ragazzo, sveglia, accidenti!” la voce roca di un uomo giungeva, da lontanissimo, alle orecchie di Jay. “Ehi! Ehi! Forza, su!” l’uomo prese a scuoterlo come un fuscello, la luce di una lanterna gli illuminava parzialmente il viso che era coperto da una foltissima barba grigia. Dai baffi pendevano alcuni ghiaccioli come stalattiti. “Lui… lui sta male, sta male, aiutalo!” gracchiò il bambino indicando il corpo di Uro Moggie che, giaceva lì accanto, coperto di neve. L’uomo barbuto gli si avvicinò, esaminandolo. “Mi dispiace, figliolo…” disse infine scuotendo la testa “Il tuo amico non ce l’ha fatta.”
Jay non credeva alle sue orecchie, non voleva crederci! Un grido gli si strozzò in gola e prese a dimenarsi ed annaspare cercando di raggiungere il corpo di Uro Moggie, ma era troppo debole e l’uomo lo agguantò e, depositandolo sulla sua slitta, iniziò a legarlo ad essa con delle cinghie di cuoio. “Ascoltami, ragazzo, per lui non c’è più niente da fare, ma tu, tu puoi vivere! Però dobbiamo andare via ora, adesso, mi capisci?” fece poi egli scuotendolo nuovamente, ma Jay non capiva affatto, aveva gli occhi grondanti di lacrime e un lamento disperato che gli gorgogliava dentro. La slitta partì ad un grido dell’uomo, era trainata da cani le cui teste ondeggiavano ritmicamente mentre correvano nella tempesta.

 

 

 

Un libro: Spider

Anni fa mi fu regalato “Spider” di Patrick McGrath. Ciò avvenne proprio in concomitanza dell’uscita dell’omonimo film di David Cronemberg. Io non lessi il libro, non vidi il film, non mi interessavano insomma. E’ proprio vero quando si dice che lo stesso libro, letto da persone differenti, non è affatto lo stesso libro; io aggiungerei a questo anche il fattore temporale: lo stesso libro, letto dal medesimo lettore, in differenti periodi della sua vita, sarà diverso. Ci sono libri che ho addirittura riscoperto, avendoli, in un primo momento, giudicati noiosi o scogli insormontabili. Certi libri poi, dopo aver ottenuto il loro posto sulla libreria, sono stati, magari per anni, semplicemente lasciati lì. Vedendoli di sfuggita ho pensato che prima o poi li avrei letti, ma il momento giusto scivolava via via più lontano. Magari si sarebbe compiuto, magari no.

Qualche tempo fa mi son detta che era giunta l’ora di Spider! Solo la lettura mi avrebbe dato ragione o meno.

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Spider è proprio come il suo titolo: un romanzo che ti guida nella tela concentrica, delicata e vischiosa di un ragno. E’ un viaggio in una mente schizofrenica, in un personaggio e nei suoi demoni che lo accompagnano da quando era bambino. Il romanzo si articola su tre unità temporali: un presente nel quale il protagonista cerca di ricostruire la sua storia e di raccontarsi attraverso i due principali luoghi della sua vita; un passato più recente che comprende la sua esperienza ventennale in un istituto psichiatrico; un passato remoto, vivo e pulsante, motore dell’intera vicenda, che riguarda la sua infanzia, nei sobborghi dell’East End, e la sua sciagurata famiglia.

E’ stata una lettura molto intensa, un libro relativamente breve che mi ha imposto però un proseguire sensibile e ragionato. Non è, per me, uno di quei libri che si fanno divorare; non tanto per lo stile letterario, molto scorrevole, quanto per i contenuti e la tortuosità della trama che, essendo filtrata dalla mente del protagonista, spinge a domandarsi, ad un certo punto, cosa sia vero e cosa no. Ed in seguito che cosa sia la Verità stessa.

Patrick McGrath, figlio di uno psichiatra, avente vissuto parte dell’infanzia in ospedale psichiatrico al seguito del padre, sa delineare con maestria le caratteristiche proprie di quell’ambiente: la privazione, la solitudine, la psicosi, la routine giornaliera scandita dalle sigarette, l’attesa e la gratificazione.

Questo libro è l’ennesimo affresco sulla prevaricazione da parte dei portatori della fiaccola della “normalità”.

 

 

 

02. Le speranze del caporale

Nell’area ristoro della piccola stazione di rifornimento spaziale Beta-6 un gruppetto di uomini stava discutendo animatamente. Il più anziano aveva due folti baffi argentei e un cappellino da baseball con la visiera al contrario; ascoltava i presenti spostando gli occhi da un oratore all’altro, era serio, ogni tanto lo si udiva sbuffare lievemente, poi si passava una mano sulla ispida ricrescita della barba. “Ti dico che la missione è fallita!” sbottò un giovanotto lentigginoso interrompendo le elucubrazioni del suo interlocutore. “E si può sapere come lo sai, Dabron?” gli rispose un altro, più alto e con voce baritonale, la sua folta barba corvina era piena delle briciole di un panino che aveva gustato poc’anzi. “Ascoltatemi tutti,” disse pacatamente Denny Dabron, cercando di recuperare la calma perduta e squadrando i cinque compagni, “Primo: nessun contatto radio da cinque giorni a questa parte; secondo: non dimenticatevi con chi abbiamo a che fare, quei bastardi non si fanno problemi a bollire le persone e a inscatolarle per bene una volta che non ne hanno più bisogno! Terzo: non sarebbe certo la prima volta che perdiamo qualcuno, quindi…”

“No, non lo accetto.” proruppe il più anziano, Vlad Moggie, e la sua voce cavernosa fece abbassare la testa a tutti gli altri; ognuno di loro sapeva che il soldato che si era offerto per andare in missione era Uro Moggie, il figlio più piccolo di Vlad. Nessuno lo considerava all’altezza, ma il ragazzo aveva insistito con veemenza; lo consideravano troppo gracile e femmineo per una responsabilità così grande. Il padre aveva interceduto e garantito per lui, conosceva il suo valore, lui sì che si fidava del suo Uro.

“Dovremmo avvisare il capo, che dite?” esordì un giovane dal colorito latteo e dai capelli biondo chiarissimo “Non possiamo abbandonare la posizione senza il suo consenso, anche se sono dell’idea che qui il nostro lavoro possa considerarsi concluso.” Lo spettro del fallimento, che già serpeggiava tra loro, li costrinse ad un prolungato silenzio. I fratelli Brewer si scossero per primi e terminarono, quasi all’unisono, il poco caffè ormai freddo nei loro bicchieri di carta. Vlad aveva un colorito tendente alla tinta dei suoi baffi,  giorni di trepidante attesa lo avevano provato più di quanto si sarebbe immaginato. Si sentiva responsabile per l’esito di quella missione, lui e Uro l’avevano pianificata insieme per mesi, il capo gli aveva dato il suo benestare, si era fidato di loro, ma adesso? Cosa sarebbe successo di lì in poi? Non poteva credere che fosse tutto finito così, non avrebbe abbandonato suo figlio, era l’unico che gli rimaneva, perdio!

“Se siete d’accordo, cari amici, contatterò io il generale.” disse infine l’anziano con voce ferma “Sei sicuro, Moggie?” iniziò Trevor Brewer con voce preoccupata “Gli effetti collaterali potrebbero…”

“Ce la faccio!” tagliò corto Vlad “Questa volta spetta a me! Aspettatemi all’aeronave.” Gli astanti assentirono col capo e si avviarono verso l’uscita dell’area ristoro. Grave, l’altro Brewer, si avvicinò nuovamente al vecchio commilitone e, fissandolo con due occhi fiduciosi sovrastati da un bruno monociglio, gli fece: “Il capo capirà, magari saprà illuminarci con una nuova strategia… Io credo ancora in Uro, per quello che può valere.”

Vlad Moggie entrò dentro il bagno destinato agli esseri di sesso maschile, chiuse a chiave la porta alle sue spalle e si diresse verso il lavabo che era sovrastato da un piccolo specchio unto. Si squadrò in silenzio per un momento. Ne aveva passate tante, troppe in effetti. Ma perdere anche il suo ultimo figlio… No, non lo poteva sopportare. La sua divisa blu era decisamente vecchia e sporca, i bottoni dei taschini erano quasi saltati tutti via. Sbottonò con cautela l’ultimo bottoncino rimasto ed estrasse dalla tasca una fiala contenente un liquido violetto. Lo scosse un poco, poi lo aprì e lo bevve d’un fiato. Il cuore iniziò a battergli all’impazzata, si sentì mancare il fiato e caracollò all’indietro accasciandosi contro la bianca parete piastrellata. Scivolò a terra piano piano, concentrandosi sul suo respiro. Doveva solo respirare, respirare ancora, con calma. Dopo un tempo indefinibile, un’eternità per i suoi sensi intorpiditi, si ritrovò a prendere coscienza, come se si stesse destando da un lungo sonno e stesse poco a poco recuperando la lucidità. Il luogo dov’era seduto, lo squallido bagno di una stazione di rifornimento spaziale, gli pareva pervaso da una fluidità, un’armonia della quale si sentiva gioiosamente parte; colori caldi di una potenza tattile lo avvolgevano ed era come se un vortice di intenzionalità lo spingesse verso un riverbero azzurrino che baluginava sopra il lavandino. Lo specchio! Sì, lo specchio! Vlad si alzò e, con estrema lentezza, portò la visuale al suo livello. Ci guardò dentro.

“Vlad Moggie!” una voce femminile risuonò nell’aria e l’uomo, istintivamente, drizzò la schiena e mettendosi sull’attenti esordì: “Generale Middlethorne! I miei rispetti!”

Al posto del viso di Vlad c’era, nello specchio, il volto severo, ma sereno al tempo stesso, di una donna dai capelli cortissimi e occhi freddi come schegge di ghiaccio. “Felicitazioni, caporale!” gli sorrise lei, Vlad era confuso. “Sapevo che mi dovevo fidare del suo giudizio! La missione non è forse andata secondo i binari prestabiliti, ma… Mi aspetto che lei e i suoi andiate subito a fornire supporto sul campo. Su Limbion le cose sembrano essersi complicate parecchio.” Così dicendo, la donna, gli mostrò la prima pagina del Discreto Cartaceo, la testata giornalistica più importante del pianeta Limbion. Essa recava a caratteri cubitali la scritta: “Salburn brucia”. Un sorriso increspò le labbra del vecchio, percepì un forte pizzicore all’attaccatura degli argentei baffi e il peso di due grosse lacrime premergli da dentro gli occhi.

“A presto, caporale.” disse il generale, ma la sua voce era come un’eco in una tormenta. Il suo volto era ormai scomparso dallo specchio. Vlad Moggie rimase a tu per tu con se stesso. Due umide strisce gli attraversavano le gote.