Catastrofe annunciata alla G14-Ares

Ypsi K. Luvegg era uno dei tanti aiuti cuoco della stazione spaziale marziana G14-Ares. Erano tre mesi standard che lavorava nella cucina della mensa del personale addetto allo scarico merci del settore 4, e gli sembrava che fosse passato un secolo da quando aveva lasciato la casa paterna sulla Terra, in un sovraffollato condominio dei sobborghi di Houston, Texas. Suo padre, in realtà, era morto da un pezzo; era suo fratello maggiore Luis Fernando a tenere le redini della famiglia con una severità che rasentava i limiti della crudeltà. La madre era vecchia e stanca, sedeva davanti alla TV masticando gomme alla nicotina e bevendo birra, era perennemente in collera, pure quando dormiva imprecava contro chicchessia. Ypsi si muoveva in quell’angusto appartamento in punta di piedi cercando di mimetizzarsi negli squallidi arredi. Invidiava Marika e Tania, le sue due sorelle che, pur essendo due prostitute da quando erano appena adolescenti, almeno se ne erano andate di casa e vivevano in centro, lontano da quel posto grigio e infame.

Ypsi aveva sempre sognato di andarsene. Mollare tutto e tutti e proseguire da solo il cammino della sua vita. Non aveva amici nei sobborghi dove era nato; il suo nome stesso, Ypsi, era stato una condanna dal momento in cui era venuto al mondo e suo padre, ubriaco di vino della più infima qualità, aveva insistito nel chiamarlo come il nome del cavallo sul quale aveva appena puntato 15 dollari, così, per buon auspicio. Peccato che il quadrupede aveva pure perso la gara e il neonato, già nei suoi primi istanti di vita, inspirò quella dannata aria di sconfitta che gli sarebbe rimasta appiccicata addosso come una maledizione.

La sveglia suonò le 4 nella minuscola cabina della stazione spaziale: il turno iniziava tra meno di un’ora. Le pareti di metallo del bugigattolo che Ypsi si era abituato a considerare “casa” erano debolmente illuminate da un tenue neon che si accendeva automaticamente al suono della sveglia. Il turno precedente era terminato meno di sei ore prima. Erano giorni di carenza di personale: tutti gettavano la spugna alla cucina degli scaricatori del settore 4. Lui no. Potrebbe sembrare strano, ma amava quella vita: per la prima volta nella sua esistenza era lui l’artefice del suo destino, o almeno così gli pareva. Si alzò dal letto strisciando fuori dal suo sacco per il sonno e si sfregò il viso con una salvietta umida, lavarsi con l’acqua era un lusso che nessun operaio comune poteva permettersi nella stazione spaziale. Indossò la sua abituale divisa beige e si intrecciò i lunghi capelli castani per poi riporli dentro un berrettino anch’esso beige che recava sul davanti la scritta “Ares Galactic Corp.”.

I lunghi corridoi nel ventre della stazione spaziale G14-Ares erano come grotte di metallo  percorse da cavi, tubazioni, condotti d’aria; era come camminare dentro un immenso apparato cardiocircolatorio costituito di materiali sintetici. A quell’ora erano praticamente deserti, i passi svelti di Ypsi risuonavano nella metallica semioscurità. Incrociò vari robot SPASP, gli spazzini-aspiratori addetti alle pulizie, si salutarono cortesemente. Erano gentili, quei robot, sempre pronti a due chiacchiere nelle pause dal lavoro. Ypsi avvicinò il dorso della mano al lettore di microchip che, dopo un segnale acustico, gli consentì l’accesso al settore 4.

Lara Parmedis, nata nella faccia oscura della Luna, terza figlia di una famiglia greco-cinese, avanzò verso di lui allungandogli la mano per il loro consueto saluto, le batterono sul palmo e sul dorso e poi sulla propria fronte e sul cuore: così si salutavano gli esseri umani. “Sei carico?” disse lei con una smorfia sorridente mentre si avviavano all’entrata del personale. “Come no! Tanto quanto sei ore fa… ” fece Ypsi facendole notare le sue profonde occhiaie. “Mulbert ci ha proprio lasciati nella merda… ” sospirò lei scostandosi dagli occhi una ribelle ciocca bionda che le usciva dal berretto in dotazione per gli aiuti cuoco “anche io dopo questo turno devo riattaccare dopo sei ore”. Ypsi le indicò il distributore di capsule ad alto dosaggio di caffeina con un espressione rassegnata. “Col cavolo che butto via la mia paga per quella roba!” ruggì Lara “lasciamola agli sfigati, andiamo a farci un vero caffè prima che arrivi quello stronzo di Solomon!”.

Ypsi adorava iniziare il turno con Lara Parmedis, lo metteva subito di buon umore! Avevano il loro rituale caffè con la loro personale moka, un cimelio che lei aveva vinto ai dadi utilizzando i suoi poteri psichici, così raccontava; mentre l’enorme cucina era ancora deserta e silenziosa era difficile immaginarla mentre lavorava a pieno regime, talmente caotica che uno perdeva pure la percezione di se stesso mentre schizzava da una parte all’altra sotto le brutali sferzate di Solomon, un cuoco da quattro soldi che esigeva essere chiamato “chef”. Al suono della sirena di inizio turno apparve Bomzi che, sistemandosi il grembiule da lavapiatti, avanzò verso di loro con aria truce. “Ehi, Bomzi!” lo apostrofò Lara: “lo sai che se inverti la B e la Z nel tuo nome, viene Zombi?”. Lo salutava sempre così: rideva e quando Ypsi notava la solita espressione di rassegnato disappunto del nuovo arrivato, scoppiava a ridere anche lui. “Sei proprio originale, Lara… ” replicava lui con un tono talmente risentito da non poter far altro che incrementare l’ilarità. Bomzi Romero aveva un nome buffo, ad ogni modo. E lui lo odiava proprio, il suo nome. Stava risparmiando come un pazzo da qualche anno ormai per potersi pagare un viaggio su Marte, nel suo distretto di competenza, per potersi cambiare finalmente quello stupido appellativo che gli aveva affibbiato quella svitata di sua madre. Aveva già inoltrato la richiesta ormai un anno addietro, lo sapeva che i tempi della burocrazia marziana, specialmente quelli del distretto di Rimandor, erano biblici a dir poco. “Beh, io andrò a pulire le rape prima che arrivi Solomon… ” gemette Ypsi sciacquando le tazzine nel gigantesco lavabo e sistemandole ad asciugare a testa in giù. “Prometeo, invece? E’ in ritardo come al solito?” continuò mentre trafficava con il laccio del grosso sacco in yuta contenente le radici. “Prometeo non viene. Si è tagliato un dito mentre preparava il trito per i soffritti. Secondo me l’ha fatto apposta, si vedeva che aveva bisogno di una pausa” sentenziò Bomzi senza mutare espressione. Anche lui aveva fatto l’ultimo turno sei ore prima ed era visibilmente provato. Lara aveva un’espressione sconcertata: “Fantastico! Quindi oggi siamo solo noi tre! Se lo sapevo me la prendevo eccome una capsula magica!”

Solomon arrivò come un tornado sfoggiando un grembiule nuovo di zecca con scritto a caratteri cubitali: “Simply the Best”. Era già adirato per qualche motivo a loro ignoto, si notava da come gli vibravano i baffi scarlatti. Poco dopo erano tutti al lavoro per i preparativi delle tre colazioni divise in ondate successive che li avrebbero impegnati per le seguenti quattro ore. Gli scaricatori del settore 4 erano numerosissimi: c’erano per  primi quelli che smontavano dal turno notturno, poi quelli dei servizi doganali e infine  quelli che attaccavano alle 7 del mattino; la scelta alimentare era dettata da ciò che i magazzini della stazione spaziale mettevano a disposizione e dall’estro creativo di Solomon che ogni giorno era in vena di nuove sperimentazioni culinarie con le quali tediava i suoi sottoposti.

Bomzi era alle prese con una pila di teglie incrostate di torta di pseudo-carote e rafano quando arrivarono i camerieri, pochi minuti prima che aprisse la mensa. I camerieri erano un gruppo a sé stante che confabulava sempre e si nascondeva nello sgabuzzino dell’aspira-rifiuti per fumare durante i turni. Non erano umani: erano Ukini, una specie aliena proveniente dal pianeta Paruvian; avevano la pelle gialla e sembravano tutti uguali, tutti con una smorfia di superiorità stampata in faccia. L’unico diverso era Kikooji, il più giovane, si distingueva dagli altri perché la sua pelle non aveva ancora completamente virato al giallo dal colorito verde che li caratterizza durante l’infanzia: era giallo-verdino. Gli altri lo schernivano sostenendo che era sottosviluppato per la sua età. Kikooji aveva perennemente un’espressione malinconica. Ypsi sapeva bene cosa significasse essere disprezzato dai propri simili, da coloro che consideri la tua famiglia. Per questo aveva sempre una parola gentile per lui, una fetta di torta appena fatta, un bicchiere di centrifugato di rape del quale la sua gente andava matta. Kikooji lo cercava con lo sguardo e loro si trovavano sempre, avevano un’intesa psichica non indifferente.

Lara spadellava uova al burro e cavallette fritte, Solomon gridava di “muovere il culo con quelle tazze!” a Bomzi che era sudato fradicio e imprecava tra i denti; tre dei camerieri erano spariti e c’erano un mucchio di stoviglie sporche da andare a prendere: “Fumano, quei bastardi musi gialli!” tuonò il cuoco, rosso in viso quasi come il colore dei suoi mustacchi. Dallo sgabuzzino uscì il solito gruppetto insieme ad una nuvola di fumo dileguandosi in mensa alla velocità della luce.

“Oddio! Tra poco arrivano quelli del mattino!” disse Lara sbirciando dall’oblò della cucina la calca di gente che si stava ammucchiando all’entrata della mensa. “E’ pronto l’impasto delle focacce?!” “Sì, chef!” gracchiò Ypsi dopo aver inspirato l’aria bollente del forno che aveva appena aperto per estrarre i muffin ai mirtilli idroponici. “Bene, allora forza con quelle teglie! Parmedis, datti una mossa, aspettiamo tutti te!” .

Alla fine del turno, stremati, i tre colleghi si congedarono con il loro abituale saluto. Lara attaccava subito alla cella frigorifera ed era di pessimo umore. “Tra sei ore ci rivediamo qui, ragazzi.” disse infine inoltrandosi nel corridoio. “Cavoli, sei ore… ” sibilò Ypsi “Se ci fosse Prometeo… o Mulbert… potrei staccare.” “Scordatelo, è già un miracolo se Prometeo non si fa trasferire su un’altra stazione, lui e Solomon non si possono vedere.” “Di questo passo… moriremo.” Ypsi non era affatto ottimista quella mattina.

Quando egli tornò in cabina si sentiva spossato e aveva freddo. Fissò a lungo i pannelli metallici che componevano il soffitto della sua stanza prima di riuscire a prendere sonno. Dormì un sonno agitato e, nemmeno due ore dopo che finalmente si era addormentato, qualcuno bussò alla sua porta. Si alzò in preda ad un inizio di mal di testa, di quelli che non possono far altro che aumentare a meno che non si abbia il tempo materiale per dare modo al corpo di riposarsi. “Ypsi, fammi entrare, è importante!” disse una voce che lui conosceva al punto da capire quanto fosse inconsueta quella visita. “Entra, Kikooji, accomodati”. L’Ukini entrò e rimase in piedi al centro della cabina, con un certo imbarazzo. La sua pelle, verde chiarissimo, pareva azzurrina illuminata dalle luci al neon.”Siamo in pericolo, è terribile…” esordì lui quasi sussurrando. “Come, in pericolo?! Che vuoi dire?!”

“E’ arrivato un carico da Paruvian, il mio pianeta natale” proseguì lui “ho sentito Kejim e gli altri che ne parlavano, avevano paura perché percepivano una presenza, la Sua presenza… e anche io, nonostante non sia in piena sintonia con loro, sento l’avvicinarsi di una enorme catastrofe!” la voce di Kikooji tremava e i suoi occhi neri poi si posarono sul volto di Ypsi “Tu… sei sempre stato gentile con me… se hai qualcuno a cui tieni ti consiglio di avvisarlo e di andarvene da qui, in qualsiasi modo sia possibile. Qui tra poche ore regneranno soltanto il caos… E le mosche. “

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Un libro: Riso nero

Mi è capitato ultimamente di imbattermi in qualche libro di Charles Bukowski. Poi mi è venuta la curiosità di leggere qualcosa che parlasse di Charles Bukowski. Ho letto una breve biografia e una raccolta di interviste che attraversa la sua vita e un bel pezzo di storia d’America, i giornalisti che gli chiedevano opinioni di questo o quell’altro fatto di attualità. Gli venivano fatte anche molte domande circa gli scrittori che l’avevano colpito, che aveva apprezzato, che l’avevano ispirato, perché prima di essere scrittori si è anche lettori solitamente. Ne sono usciti fuori parecchi, ma quando sono andata in biblioteca per affittare qualcosa di nuovo mi è caduto l’occhio su uno: Sherwood Anderson. Mi era rimasto impresso per via del nome, pensavo alla “Foresta di Sherwood”, quella di Robin Hood. Quindi, ispirata da ciò che piacque a Buk, quel giorno sono tornata a casa con un invitante libro da scoprire: “Riso nero”.

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Devo dire che temevo un po’ la traduzione di Cesare Pavese. Spesso quando la traduzione è affidata a scrittori mi aspetto delle particolarità stilistiche che, nonostante siano certamente degne di nota, mi rendono più difficile addentrarmi nella lettura. Ad ogni modo non è stato così, certo questo libro ha una forma che rappresenta un tassello importante dell’opera, ma ci si abitua presto al “flow” e senza problemi.

Le vicende che accadono sono piuttosto semplici, ordinarie, si direbbe. Il luogo: una cittadina sul fiume Ohio, Old Harbor. Poi si vola in altri posti, parallelamente ai pensieri/ricordi dei pochi personaggi che, condizionati da avvenimenti passati apparentemente non pertinenti al presente, ne sono invece fortemente influenzati e, in base ad essi, che li definiscono profondamente come individui, agiscono. L’ex giornalista Bruce Dudley, sua moglie Bernice, l’operaio Sponge Martin, Fred Grey il proprietario della fabbrica di ruote e uomo più ricco di Old Harbor, Aline la sofisticata moglie di Grey sono coloro che l’autore ci porta a conoscere intimamente, ci guida nei loro pensieri che si ripetono ciclicamente, come mantra. E tutto questo loro rimuginare, sprofondare in se stessi e nel loro passato, subordina i fatti presenti che avvengono come azioni fulminee, dietro le quali però c’è un’impalcatura di eventi che ha radici nella giovinezza stessa degli attori in scena.

Il fiume Ohio, che imperterrito si riversa nel Mississippi, scorre trasportando battelli, tronchi, vicende umane. I negri lavorano dietro le quinte. Sono quella forza che, silente, muove le cose senza alcun protagonismo. Un popolo a parte che assiste allo spettacolo dell’uomo bianco capendo ogni cosa ancor prima che succeda. Gente con un particolare modo di parlare, di cantare, di ridere. Risate acute e squillanti che arrivano fino al cielo.

“Riso nero” mi è piaciuto molto man mano che lo leggevo ed entravo in quel mondo che all’inizio mi pareva così distante. Mi piace leggere autori che sono piaciuti ad altri autori che amo. E’ un modo trasversale di conoscerli e anche efficace secondo me.

 

Le mosche

Un forte ronzio accolse Lindberg in quella parte di bosco. C’era un odore acre di un’umidità malsana. Si sentiva un gocciolio provenire da chissà dove. Le foglie degli alberi erano scure e pesanti, pendevano mollemente nell’aria stantia. Il sole, fuori dal bosco e dalle sue ombre, era insopportabile, ma lì, dove era finito Lindberg a forza di girovagare in cerca di acqua, c’era qualcosa di sgradevole che gli faceva rimpiangere le precedenti sferzate di luce. Dove fossero gli altri non gli importava, erano testardi, erano pronti a morire di sete piuttosto che avventurarsi nella selva, ma lui no: lui voleva vivere!

Le cortecce erano impregnate di umidità, la gola secca di Lindberg agognava molecole d’acqua. Egli continuava a deglutire e a muoversi circospetto, mentre i suoi occhi saettavano famelici in cerca di una fonte. Sentiva, però, un certo disagio, qualcosa dentro di lui gli diceva che se avesse ceduto alla sete e attinto da quelle gocce invitanti che striavano le fronde cascanti attorno a lui, qualcosa sarebbe andato storto. Quel ronzio insistente lo faceva vacillare, era arrivato al punto di essersi dimenticato come fosse vivere senza quel rumore perforante che gli tediava l’udito. Gli parve che un gatto, un’ombra fugace, gli passasse davanti. Pensò, camminando malfermo, che stava perdendo la ragione. Avrebbe dovuto fidarsi degli occhi della guida Ukini, vibranti di paura: le superstizioni che tanto aveva deriso tra sé mentre si lasciava il gruppo alle spalle e si addentrava nel folto del bosco gli parvero sotto tutt’altra luce. Stava cominciando a crederci. Chi? Lui? Lindberg il pragmatico? Se glielo avessero detto qualche giorno prima, che il suo cervello avrebbe partorito simili pensieri, si sarebbe messo a ridere fino a doversi asciugare le lacrime.

La foresta era sempre più buia e impraticabile, il procedere era difficoltoso, scivoloso; certi fiori che adornavano alcune piante erano meravigliosi, ma con un’aspetto sinistro, fatale. Lindberg non si era mai sentito così smarrito prima di allora. Il suo viso liscio e austero era butterato dalle punture di piccolissime zanzare che infestavano l’aria. Voleva grattarsi, scorticarsi la pelle con le unghie, ma sapeva che non sarebbe servito a niente, anzi, avrebbe pericolosamente ulcerato la sua cute esponendola all’assalto di agenti esterni. Ad un tratto, due maestosi massi emersero dall’intrico dinnanzi a lui. Erano alti almeno cinque o sei metri, coperti di muschi, fronde, arbusti e piccoli fiori viola scuro. Tra loro si apriva un sentiero angusto e coperto da un odoroso pacciame. Lindberg procedeva incespicando, si appoggiò alle rocce che lo circondavano con le mani per non scivolare. Era concentrato, ogni passo era calibrato attentamente, non si azzardava a guardare più avanti di un suo singolo passo. Così ne sarebbe uscito, sì,  ce l’avrebbe fatta, avrebbe ritrovato gli altri e la strada per il campo.

Un urlo di donna esplose all’improvviso. Gridava un nome: “Bert! Bert! Puoi sentirmi, Bert?!”. Lindberg la riconobbe all’istante, non gli pareva vero: era Lysanna Giaromi, la biologa molecolare che faceva parte della sua spedizione. “Bert” era il nome di battesimo del dottor Ormel, il capo del loro gruppo, un uomo severo con un forte senso di responsabilità. Come gli parve dolce il suono stridulo della voce di quella donna!

Lindberg affrettò il passo, per quanto gli fosse possibile, trainato da un impulso che gli faceva sfavillare gli occhi di speranza. Il ronzio persisteva, ma lui non lo sentiva tanto era concentrato a localizzare la fonte di quelle grida sconnesse. Si poteva percepire dal tono della Giaromi una disperazione e un’isteria che non sapeva se sarebbe stato in grado di placare. Urtò violentemente un ramo basso e cadde con un grugnito al suolo. I rami neri, visti da quella prospettiva, parevano arti protesi ad afferrarlo. Un gatto ci camminava sopra con grazia. No, non era possibile, Lindberg si schiaffeggiò forte, le punture di zanzara bruciarono come se ci avesse gettato sopra dell’acido, ma almeno era tornato in sé aggrappandosi al dolore che provava. Poi la vide, la sagoma di quella donna che non aveva sopportato per un attimo dal momento che si erano conosciuti: Lysanna gli parve addirittura bella mentre con gli abiti fradici e un evidente pallore funereo si faceva strada tra un intrico di giunchi brandendo un machete con la forza della disperazione. Lindberg si schiarì la voce e la chiamò. Dalle labbra screpolate non uscì che un belato che lo fece vergognare di se stesso. Lei alzò gli occhi dal sentiero e, quando si posarono su di lui, arsero di un misto di collera e gioia.

Lindberg si sentiva profondamente in colpa. Lei gli aveva appena raccontato come erano andate le cose da quando lui “li aveva mollati come degli stronzi”, non erano andate affatto bene, una sequela di eventi drammatici che avevano portato alla morte e alla dispersione il resto della comitiva della Règia Esplorazione Solmeda, della quale anche lui, Fausto Lindberg, faceva parte insieme ad altri sette membri, più le due guide e tre portatori che si erano trascinati le loro costose attrezzature per le rilevazioni per mezzo pianeta. Aveva visto morire Sammy, il giovane geografo. Un mattino l’avevano trovato al suo posto di guardia, ma non era più lui: era solo un involucro di pelle pieno di mosche, migliaia di piccole mosche che si fregavano avidamente le zampette e ronzavano. Ronzavano così intensamente da far perdere la ragione.

Lysanna intervallava il suo racconto con smorfie orribili, singhiozzava e il suo corpo latteo e fradicio sussultava. Lindberg si chiese se avrebbe dovuto abbracciarla in quel frangente, si chiese anche se lei non lo avrebbe respinto, sembrava attribuirgli tutte le colpe delle tragedie che non smetteva di elencare. Irma Cotton, l’entomologa aliena, era sparita, dispersa nel nulla. Era negli insetti che avrebbero trovato delle risposte a come uscire da quell’inferno, aveva decretato quella donna la notte prima di sparire; la sua faccia ossuta con un naso prominente sul quale fremevano le narici ad ogni sua parola rifulgeva illuminata da una piccola frontale, la frontale del Dott. Ormel, che, come un serio professionista tutto d’un pezzo, asseriva col capo con aria grave.

“Sembrava in crisi mistica quella pazza della Cotton!” bisbigliò infine Lysanna con un mezzo sorriso che si trasformò presto in un singhiozzo. Ormai erano calate le tenebre, il ronzio sembrava essersi affievolito, o forse erano le loro orecchie che si erano abituate. Difficile dirlo. Era troppo umido per accendere un fuoco. La torcia era al limite con la batteria, sarebbe stato saggio accenderla solo in situazioni di emergenza e non per darsi un illusorio conforto. E poi la luce avrebbe attirato nugoli di insetti. Lindberg si passò la mano sulla faccia, sentiva le cunette pulsanti delle punture di insetto che gli invadevano le gote. La Giaromi, lungi dal desiderare il suo conforto, si era assopita con la schiena contro un tronco e il suo respiro era tenue e regolare. Lui rimase solo coi suoi pensieri, le vicende tragiche che lei gli aveva narrato lo avevano reso sgomento lì per lì, ma ora non sapeva, si sentiva distante come se fosse già morto e sepolto da un pezzo. Pensò poi al gatto che aveva intravisto nella foresta e gli venne da piangere. Pianse in silenzio e, mentre copiose lacrime sgorgavano nell’oscurità, si addormentò.

La mattina successiva, Lindberg si svegliò con dei forti dolori in tutto il corpo, non era mai stato peggio, pensò mentre cercava di stirarsi la schiena aggrappandosi ad un ramo d’albero. Lysanna dormiva ancora, in una posizione che lui giudicò innaturale e malsana. Si avvicinò a lei e la scosse un poco, dovevano andarsene di lì, e in fretta. Il capo della Giaromi ciondolò e le ricadde in avanti, sul petto. Fausto tentò di sollevarglielo, ma ben presto si rese conto che era un corpo senza vita quello che si sforzava di rianimare. Il suo viso pallido ora sembrava in pace; le sue palpebre si alzarono all’improvviso rilasciando centinaia di mosche che uscirono dalle cavità oculari in una nube nera e minacciosa.

Egli cadde all’indietro con un grido e annaspò con le gambe prima di riuscire ad alzarsi tanto la paura lo cingeva in una morsa fatale. Non mangiava da giorni, ma il suo corpo pareva infischiarsene di quella debolezza: l’adrenalina che gli montava dentro lo fece correre come un ossesso in una direzione qualsiasi, l’importante era che lo portasse via da lì.

Quando il fiato corto lo obbligò a fermarsi, si rese conto di aver agito senza la minima lucidità. Il machete avrebbe potuto essergli utile per farsi strada nella vegetazione, invece l’aveva lasciato accanto al corpo di Lysanna, dove non sarebbe servito a niente. Il ronzio si era attenuato, almeno così gli parve, mentre il suo udito captava un rumore di acqua, uno scroscio in lontananza. Lindberg camminò per un tempo a lui indefinibile verso quel suono che si faceva via via più chiaro, mentre l’aria si appesantiva: era calda, densa, fili di nebbia strisciavano tra i tronchi come grigi serpenti. Un gatto guizzò davanti a lui, fulmineo. Egli raccolse le ultime forze che aveva e balzò nella sua direzione… voleva prenderlo! La nebbia, che ormai si era fatta fitta, nascondeva alla vista di Lindberg un crepaccio profondissimo nel quale egli precipitò venendo inghiottito dall’oscurità. Non emise nemmeno un gemito mentre, incredulo, si inabissava nelle viscere di un pianeta sconosciuto.

L’acqua lo avvolse e lo fece roteare, era salata, era calda, nera come l’abisso dal quale sgorgava. Fausto Lindberg si preparò a morire, i suoi pensieri non si riuscivano a focalizzare su una cosa precisa, frammenti di frasi, di volti, di suoni affollavano la sua mente sgomenta. Diane era una soldatessa addetta alla sicurezza della loro missione, i suoi capelli castano chiaro erano così luminosi, così vivi, così… La sua voce gli ricordava il suono dell’oboe, una strana voce per una donna, lui la trovava così sensuale… L’acqua lo sbatteva senza pietà, ma il colpo di grazia non arrivava, non ancora. Si chiamava Leopold, il suo gatto, come aveva potuto dimenticarlo? Da bambino, sulla stazione spaziale di Vega IV, lo seguiva nei condotti di aerazione, era impossibile perdersi se si seguiva la scia di Leopold, la sua coda sinuosa disegnava volute nell’aria. Leopold… Possibile che?…

I bambini Ukini hanno pelle verde che poi diventa gialla dopo i primi quindici anni di età. Lindberg aprì gli occhi e si trovò sotto lo sguardo di una miriade di facce verdi dall’aria stupita e divertita. Il cielo indaco del pianeta Paruvian lo folgorò con la sua primordiale bellezza. I suoi piedi erano carezzati dall’acqua di un fiume tiepido.