Catastrofe annunciata alla G14-Ares

Ypsi K. Luvegg era uno dei tanti aiuti cuoco della stazione spaziale marziana G14-Ares. Erano tre mesi standard che lavorava nella cucina della mensa del personale addetto allo scarico merci del settore 4, e gli sembrava che fosse passato un secolo da quando aveva lasciato la casa paterna sulla Terra, in un sovraffollato condominio dei sobborghi di Houston, Texas. Suo padre, in realtà, era morto da un pezzo; era suo fratello maggiore Luis Fernando a tenere le redini della famiglia con una severità che rasentava i limiti della crudeltà. La madre era vecchia e stanca, sedeva davanti alla TV masticando gomme alla nicotina e bevendo birra, era perennemente in collera, pure quando dormiva imprecava contro chicchessia. Ypsi si muoveva in quell’angusto appartamento in punta di piedi cercando di mimetizzarsi negli squallidi arredi. Invidiava Marika e Tania, le sue due sorelle che, pur essendo due prostitute da quando erano appena adolescenti, almeno se ne erano andate di casa e vivevano in centro, lontano da quel posto grigio e infame.

Ypsi aveva sempre sognato di andarsene. Mollare tutto e tutti e proseguire da solo il cammino della sua vita. Non aveva amici nei sobborghi dove era nato; il suo nome stesso, Ypsi, era stato una condanna dal momento in cui era venuto al mondo e suo padre, ubriaco di vino della più infima qualità, aveva insistito nel chiamarlo come il nome del cavallo sul quale aveva appena puntato 15 dollari, così, per buon auspicio. Peccato che il quadrupede aveva pure perso la gara e il neonato, già nei suoi primi istanti di vita, inspirò quella dannata aria di sconfitta che gli sarebbe rimasta appiccicata addosso come una maledizione.

La sveglia suonò le 4 nella minuscola cabina della stazione spaziale: il turno iniziava tra meno di un’ora. Le pareti di metallo del bugigattolo che Ypsi si era abituato a considerare “casa” erano debolmente illuminate da un tenue neon che si accendeva automaticamente al suono della sveglia. Il turno precedente era terminato meno di sei ore prima. Erano giorni di carenza di personale: tutti gettavano la spugna alla cucina degli scaricatori del settore 4. Lui no. Potrebbe sembrare strano, ma amava quella vita: per la prima volta nella sua esistenza era lui l’artefice del suo destino, o almeno così gli pareva. Si alzò dal letto strisciando fuori dal suo sacco per il sonno e si sfregò il viso con una salvietta umida, lavarsi con l’acqua era un lusso che nessun operaio comune poteva permettersi nella stazione spaziale. Indossò la sua abituale divisa beige e si intrecciò i lunghi capelli castani per poi riporli dentro un berrettino anch’esso beige che recava sul davanti la scritta “Ares Galactic Corp.”.

I lunghi corridoi nel ventre della stazione spaziale G14-Ares erano come grotte di metallo  percorse da cavi, tubazioni, condotti d’aria; era come camminare dentro un immenso apparato cardiocircolatorio costituito di materiali sintetici. A quell’ora erano praticamente deserti, i passi svelti di Ypsi risuonavano nella metallica semioscurità. Incrociò vari robot SPASP, gli spazzini-aspiratori addetti alle pulizie, si salutarono cortesemente. Erano gentili, quei robot, sempre pronti a due chiacchiere nelle pause dal lavoro. Ypsi avvicinò il dorso della mano al lettore di microchip che, dopo un segnale acustico, gli consentì l’accesso al settore 4.

Lara Parmedis, nata nella faccia oscura della Luna, terza figlia di una famiglia greco-cinese, avanzò verso di lui allungandogli la mano per il loro consueto saluto, le batterono sul palmo e sul dorso e poi sulla propria fronte e sul cuore: così si salutavano gli esseri umani. “Sei carico?” disse lei con una smorfia sorridente mentre si avviavano all’entrata del personale. “Come no! Tanto quanto sei ore fa… ” fece Ypsi facendole notare le sue profonde occhiaie. “Mulbert ci ha proprio lasciati nella merda… ” sospirò lei scostandosi dagli occhi una ribelle ciocca bionda che le usciva dal berretto in dotazione per gli aiuti cuoco “anche io dopo questo turno devo riattaccare dopo sei ore”. Ypsi le indicò il distributore di capsule ad alto dosaggio di caffeina con un espressione rassegnata. “Col cavolo che butto via la mia paga per quella roba!” ruggì Lara “lasciamola agli sfigati, andiamo a farci un vero caffè prima che arrivi quello stronzo di Solomon!”.

Ypsi adorava iniziare il turno con Lara Parmedis, lo metteva subito di buon umore! Avevano il loro rituale caffè con la loro personale moka, un cimelio che lei aveva vinto ai dadi utilizzando i suoi poteri psichici, così raccontava; mentre l’enorme cucina era ancora deserta e silenziosa era difficile immaginarla mentre lavorava a pieno regime, talmente caotica che uno perdeva pure la percezione di se stesso mentre schizzava da una parte all’altra sotto le brutali sferzate di Solomon, un cuoco da quattro soldi che esigeva essere chiamato “chef”. Al suono della sirena di inizio turno apparve Bomzi che, sistemandosi il grembiule da lavapiatti, avanzò verso di loro con aria truce. “Ehi, Bomzi!” lo apostrofò Lara: “lo sai che se inverti la B e la Z nel tuo nome, viene Zombi?”. Lo salutava sempre così: rideva e quando Ypsi notava la solita espressione di rassegnato disappunto del nuovo arrivato, scoppiava a ridere anche lui. “Sei proprio originale, Lara… ” replicava lui con un tono talmente risentito da non poter far altro che incrementare l’ilarità. Bomzi Romero aveva un nome buffo, ad ogni modo. E lui lo odiava proprio, il suo nome. Stava risparmiando come un pazzo da qualche anno ormai per potersi pagare un viaggio su Marte, nel suo distretto di competenza, per potersi cambiare finalmente quello stupido appellativo che gli aveva affibbiato quella svitata di sua madre. Aveva già inoltrato la richiesta ormai un anno addietro, lo sapeva che i tempi della burocrazia marziana, specialmente quelli del distretto di Rimandor, erano biblici a dir poco. “Beh, io andrò a pulire le rape prima che arrivi Solomon… ” gemette Ypsi sciacquando le tazzine nel gigantesco lavabo e sistemandole ad asciugare a testa in giù. “Prometeo, invece? E’ in ritardo come al solito?” continuò mentre trafficava con il laccio del grosso sacco in yuta contenente le radici. “Prometeo non viene. Si è tagliato un dito mentre preparava il trito per i soffritti. Secondo me l’ha fatto apposta, si vedeva che aveva bisogno di una pausa” sentenziò Bomzi senza mutare espressione. Anche lui aveva fatto l’ultimo turno sei ore prima ed era visibilmente provato. Lara aveva un’espressione sconcertata: “Fantastico! Quindi oggi siamo solo noi tre! Se lo sapevo me la prendevo eccome una capsula magica!”

Solomon arrivò come un tornado sfoggiando un grembiule nuovo di zecca con scritto a caratteri cubitali: “Simply the Best”. Era già adirato per qualche motivo a loro ignoto, si notava da come gli vibravano i baffi scarlatti. Poco dopo erano tutti al lavoro per i preparativi delle tre colazioni divise in ondate successive che li avrebbero impegnati per le seguenti quattro ore. Gli scaricatori del settore 4 erano numerosissimi: c’erano per  primi quelli che smontavano dal turno notturno, poi quelli dei servizi doganali e infine  quelli che attaccavano alle 7 del mattino; la scelta alimentare era dettata da ciò che i magazzini della stazione spaziale mettevano a disposizione e dall’estro creativo di Solomon che ogni giorno era in vena di nuove sperimentazioni culinarie con le quali tediava i suoi sottoposti.

Bomzi era alle prese con una pila di teglie incrostate di torta di pseudo-carote e rafano quando arrivarono i camerieri, pochi minuti prima che aprisse la mensa. I camerieri erano un gruppo a sé stante che confabulava sempre e si nascondeva nello sgabuzzino dell’aspira-rifiuti per fumare durante i turni. Non erano umani: erano Ukini, una specie aliena proveniente dal pianeta Paruvian; avevano la pelle gialla e sembravano tutti uguali, tutti con una smorfia di superiorità stampata in faccia. L’unico diverso era Kikooji, il più giovane, si distingueva dagli altri perché la sua pelle non aveva ancora completamente virato al giallo dal colorito verde che li caratterizza durante l’infanzia: era giallo-verdino. Gli altri lo schernivano sostenendo che era sottosviluppato per la sua età. Kikooji aveva perennemente un’espressione malinconica. Ypsi sapeva bene cosa significasse essere disprezzato dai propri simili, da coloro che consideri la tua famiglia. Per questo aveva sempre una parola gentile per lui, una fetta di torta appena fatta, un bicchiere di centrifugato di rape del quale la sua gente andava matta. Kikooji lo cercava con lo sguardo e loro si trovavano sempre, avevano un’intesa psichica non indifferente.

Lara spadellava uova al burro e cavallette fritte, Solomon gridava di “muovere il culo con quelle tazze!” a Bomzi che era sudato fradicio e imprecava tra i denti; tre dei camerieri erano spariti e c’erano un mucchio di stoviglie sporche da andare a prendere: “Fumano, quei bastardi musi gialli!” tuonò il cuoco, rosso in viso quasi come il colore dei suoi mustacchi. Dallo sgabuzzino uscì il solito gruppetto insieme ad una nuvola di fumo dileguandosi in mensa alla velocità della luce.

“Oddio! Tra poco arrivano quelli del mattino!” disse Lara sbirciando dall’oblò della cucina la calca di gente che si stava ammucchiando all’entrata della mensa. “E’ pronto l’impasto delle focacce?!” “Sì, chef!” gracchiò Ypsi dopo aver inspirato l’aria bollente del forno che aveva appena aperto per estrarre i muffin ai mirtilli idroponici. “Bene, allora forza con quelle teglie! Parmedis, datti una mossa, aspettiamo tutti te!” .

Alla fine del turno, stremati, i tre colleghi si congedarono con il loro abituale saluto. Lara attaccava subito alla cella frigorifera ed era di pessimo umore. “Tra sei ore ci rivediamo qui, ragazzi.” disse infine inoltrandosi nel corridoio. “Cavoli, sei ore… ” sibilò Ypsi “Se ci fosse Prometeo… o Mulbert… potrei staccare.” “Scordatelo, è già un miracolo se Prometeo non si fa trasferire su un’altra stazione, lui e Solomon non si possono vedere.” “Di questo passo… moriremo.” Ypsi non era affatto ottimista quella mattina.

Quando egli tornò in cabina si sentiva spossato e aveva freddo. Fissò a lungo i pannelli metallici che componevano il soffitto della sua stanza prima di riuscire a prendere sonno. Dormì un sonno agitato e, nemmeno due ore dopo che finalmente si era addormentato, qualcuno bussò alla sua porta. Si alzò in preda ad un inizio di mal di testa, di quelli che non possono far altro che aumentare a meno che non si abbia il tempo materiale per dare modo al corpo di riposarsi. “Ypsi, fammi entrare, è importante!” disse una voce che lui conosceva al punto da capire quanto fosse inconsueta quella visita. “Entra, Kikooji, accomodati”. L’Ukini entrò e rimase in piedi al centro della cabina, con un certo imbarazzo. La sua pelle, verde chiarissimo, pareva azzurrina illuminata dalle luci al neon.”Siamo in pericolo, è terribile…” esordì lui quasi sussurrando. “Come, in pericolo?! Che vuoi dire?!”

“E’ arrivato un carico da Paruvian, il mio pianeta natale” proseguì lui “ho sentito Kejim e gli altri che ne parlavano, avevano paura perché percepivano una presenza, la Sua presenza… e anche io, nonostante non sia in piena sintonia con loro, sento l’avvicinarsi di una enorme catastrofe!” la voce di Kikooji tremava e i suoi occhi neri poi si posarono sul volto di Ypsi “Tu… sei sempre stato gentile con me… se hai qualcuno a cui tieni ti consiglio di avvisarlo e di andarvene da qui, in qualsiasi modo sia possibile. Qui tra poche ore regneranno soltanto il caos… E le mosche. “

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