02. Le speranze del caporale

Nell’area ristoro della piccola stazione di rifornimento spaziale Beta-6 un gruppetto di uomini stava discutendo animatamente. Il più anziano aveva due folti baffi argentei e un cappellino da baseball con la visiera al contrario; ascoltava i presenti spostando gli occhi da un oratore all’altro, era serio, ogni tanto lo si udiva sbuffare lievemente, poi si passava una mano sulla ispida ricrescita della barba. “Ti dico che la missione è fallita!” sbottò un giovanotto lentigginoso interrompendo le elucubrazioni del suo interlocutore. “E si può sapere come lo sai, Dabron?” gli rispose un altro, più alto e con voce baritonale, la sua folta barba corvina era piena delle briciole di un panino che aveva gustato poc’anzi. “Ascoltatemi tutti,” disse pacatamente Denny Dabron, cercando di recuperare la calma perduta e squadrando i cinque compagni, “Primo: nessun contatto radio da cinque giorni a questa parte; secondo: non dimenticatevi con chi abbiamo a che fare, quei bastardi non si fanno problemi a bollire le persone e a inscatolarle per bene una volta che non ne hanno più bisogno! Terzo: non sarebbe certo la prima volta che perdiamo qualcuno, quindi…”

“No, non lo accetto.” proruppe il più anziano, Vlad Moggie, e la sua voce cavernosa fece abbassare la testa a tutti gli altri; ognuno di loro sapeva che il soldato che si era offerto per andare in missione era Uro Moggie, il figlio più piccolo di Vlad. Nessuno lo considerava all’altezza, ma il ragazzo aveva insistito con veemenza; lo consideravano troppo gracile e femmineo per una responsabilità così grande. Il padre aveva interceduto e garantito per lui, conosceva il suo valore, lui sì che si fidava del suo Uro.

“Dovremmo avvisare il capo, che dite?” esordì un giovane dal colorito latteo e dai capelli biondo chiarissimo “Non possiamo abbandonare la posizione senza il suo consenso, anche se sono dell’idea che qui il nostro lavoro possa considerarsi concluso.” Lo spettro del fallimento, che già serpeggiava tra loro, li costrinse ad un prolungato silenzio. I fratelli Brewer si scossero per primi e terminarono, quasi all’unisono, il poco caffè ormai freddo nei loro bicchieri di carta. Vlad aveva un colorito tendente alla tinta dei suoi baffi,  giorni di trepidante attesa lo avevano provato più di quanto si sarebbe immaginato. Si sentiva responsabile per l’esito di quella missione, lui e Uro l’avevano pianificata insieme per mesi, il capo gli aveva dato il suo benestare, si era fidato di loro, ma adesso? Cosa sarebbe successo di lì in poi? Non poteva credere che fosse tutto finito così, non avrebbe abbandonato suo figlio, era l’unico che gli rimaneva, perdio!

“Se siete d’accordo, cari amici, contatterò io il generale.” disse infine l’anziano con voce ferma “Sei sicuro, Moggie?” iniziò Trevor Brewer con voce preoccupata “Gli effetti collaterali potrebbero…”

“Ce la faccio!” tagliò corto Vlad “Questa volta spetta a me! Aspettatemi all’aeronave.” Gli astanti assentirono col capo e si avviarono verso l’uscita dell’area ristoro. Grave, l’altro Brewer, si avvicinò nuovamente al vecchio commilitone e, fissandolo con due occhi fiduciosi sovrastati da un bruno monociglio, gli fece: “Il capo capirà, magari saprà illuminarci con una nuova strategia… Io credo ancora in Uro, per quello che può valere.”

Vlad Moggie entrò dentro il bagno destinato agli esseri di sesso maschile, chiuse a chiave la porta alle sue spalle e si diresse verso il lavabo che era sovrastato da un piccolo specchio unto. Si squadrò in silenzio per un momento. Ne aveva passate tante, troppe in effetti. Ma perdere anche il suo ultimo figlio… No, non lo poteva sopportare. La sua divisa blu era decisamente vecchia e sporca, i bottoni dei taschini erano quasi saltati tutti via. Sbottonò con cautela l’ultimo bottoncino rimasto ed estrasse dalla tasca una fiala contenente un liquido violetto. Lo scosse un poco, poi lo aprì e lo bevve d’un fiato. Il cuore iniziò a battergli all’impazzata, si sentì mancare il fiato e caracollò all’indietro accasciandosi contro la bianca parete piastrellata. Scivolò a terra piano piano, concentrandosi sul suo respiro. Doveva solo respirare, respirare ancora, con calma. Dopo un tempo indefinibile, un’eternità per i suoi sensi intorpiditi, si ritrovò a prendere coscienza, come se si stesse destando da un lungo sonno e stesse poco a poco recuperando la lucidità. Il luogo dov’era seduto, lo squallido bagno di una stazione di rifornimento spaziale, gli pareva pervaso da una fluidità, un’armonia della quale si sentiva gioiosamente parte; colori caldi di una potenza tattile lo avvolgevano ed era come se un vortice di intenzionalità lo spingesse verso un riverbero azzurrino che baluginava sopra il lavandino. Lo specchio! Sì, lo specchio! Vlad si alzò e, con estrema lentezza, portò la visuale al suo livello. Ci guardò dentro.

“Vlad Moggie!” una voce femminile risuonò nell’aria e l’uomo, istintivamente, drizzò la schiena e mettendosi sull’attenti esordì: “Generale Middlethorne! I miei rispetti!”

Al posto del viso di Vlad c’era, nello specchio, il volto severo, ma sereno al tempo stesso, di una donna dai capelli cortissimi e occhi freddi come schegge di ghiaccio. “Felicitazioni, caporale!” gli sorrise lei, Vlad era confuso. “Sapevo che mi dovevo fidare del suo giudizio! La missione non è forse andata secondo i binari prestabiliti, ma… Mi aspetto che lei e i suoi andiate subito a fornire supporto sul campo. Su Limbion le cose sembrano essersi complicate parecchio.” Così dicendo, la donna, gli mostrò la prima pagina del Discreto Cartaceo, la testata giornalistica più importante del pianeta Limbion. Essa recava a caratteri cubitali la scritta: “Salburn brucia”. Un sorriso increspò le labbra del vecchio, percepì un forte pizzicore all’attaccatura degli argentei baffi e il peso di due grosse lacrime premergli da dentro gli occhi.

“A presto, caporale.” disse il generale, ma la sua voce era come un’eco in una tormenta. Il suo volto era ormai scomparso dallo specchio. Vlad Moggie rimase a tu per tu con se stesso. Due umide strisce gli attraversavano le gote.

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