– Lifavre –

Lifavre è un antico borgo di mare, profuma di salsedine e di pini marittimi. Le case sono piccole e arrampicate le une sulle altre, sono perlopiù gialle, ma qualcuna è blu. L’ora più bella è quando, al mattino presto, salpano dal porticciolo le imbarcazioni da pesca, ognuna sventolando le sue bandierine colorate, festeggiano il mare, i venti e le correnti propizie ogni mattina prima della pesca. Il sole a quell’ora rifulge dorato carezzando gli stretti viottoli lastricati di pietra chiara e cinti dalle ginestre, che in questa regione, pullulano in ogni dove. Gli abitanti di Lifavre sono pescatori o mercanti, ma anche artisti, sebbene in quel luogo l’arte non trovi fertili terreni. Il faro della sera richiama, oltre ad orde di uccelli marini, immagini cariche di malinconie e porta il sognatore a desiderare nuovi destini, nuovi lidi dove approdare.

Internet e non

Basta social, anche Instagram ha rotto le scatole, per ora vado avanti ancora un po’, ma quando si ripresenta, ‘sto pensiero, dovrò prenderne atto, fare qualcosa, agire, cancellare  quella me e le sue mille e passa fotografie quadrate.  Per ora va bene così, l’inquietudine è gestibile, per così dire. Perché le vite degli altri sono così opprimenti?

Perché la libertà di espressione non esiste?

Quando avevo circa dodici anni pensavo che internet fosse una figata, collegavo il computer alla presa del telefono e cercavo freneticamente informazioni su ciò che mi interessava, avevo i minuti contati, era scomodo e costoso, internet, nessuno ti poteva telefonare mentre navigavi.

Ora invece sono una cosa sola, il telefono ed internet, e non è che io ne faccia un uso proprio essenziale, un uso mirato, agendo e non subendo la caterva di informazioni vere, false, utili, inutili, deprimenti o allegre che si susseguono continuamente imprimendosi subdolamente in qualche anfratto cerebrale come quella stupida canzone pop che ti farebbe schifo, ma non riesci a levarti dalla testa perché…il perché non lo sai.

Io non lo so, ma sento puzza di malato.

 

 

E come un orso che si lascia alle spalle l’inverno…

La rigidità del clima invernale sembra un ricordo, ma…tornerà, e pensando questo adocchio cumuli di legna abbondonati al sottobosco, prendi questo, prendi quello, riempi il bancale di tocchetti. L’inverno è finito, ma in campagna lo devi tener presente che ce ne sarà un altro, presto, troppo presto, quindi la legna va fatta, con disciplina, calma, rigore…tutte qualità che non mi sono molto affini, ma mi piace mettermi alla prova…

La primavera è incredibilmente bella, calda, viva…il verde ha soppiantato i toni bruni nei boschi,  i prati sfoggiano erba alta e smeraldina, i fiori ondeggiano al vento e tingono i campi di giallo, bianco, azzurrino.

I cani lasciano la loro scia nell’erba mentre ci corrono a predifiato, piccoli motoscafi in un mare verde! Hanno spesso il naso all’insù e le orecchie in allerta, sperano di sentire la presenza di qualche animale selvatico e di potersi buttare così in un folle inseguimento, verso le loro origini di predatori. Molte volte mi coglie una certa preoccupazione vedendoli sparire nella boscaglia e sentendoli latrare per l’eccitazione di aver adocchiato una preda, ma devo ammettere che vederli correre vicini, come dei lupi in formazione da caccia, è davvero emozionante e a volte non riesco a resistere alla tentazione di vederli correre ancora in questo modo, meraviglioso e ancestrale.

In questi mesi credo di aver capito che cosa s’intende con l’accezione “clima continentale”. Eppure non sono poi così distante da dove vivevo prima. Ma dal punto di vista climatico cambia tutto, davvero!

Oggi il tempo è piovoso, la pioggia è verticalissima. Non una bava di vento. Nebbia. Nebbia che da stamani avvolge la collina come una vecchia ragnatela impolverata. E io che guardo fuori e vedo apparire e scomparire il bosco di fronte.  Non ero abituata alla nebbia, nè a questo tipo di piovosità…i cani fanno la cuccia e io mi sento così distante dal resto di cose che stanno al di là della nebbia.

I soffioni bagnati hanno tutto un altro aspetto.

Attendo il profumo dei campi all’apparire del prossimo sole.

 

 

 

Del cielo notturno

Le luci della città nascondono il firmamento. Le luci della città non ci permettono di vedere. La bellezza dell’oscurità quando ci inghiotte completamente affina i nostri sensi perduti nel pallore delle luci artificiali. Le stelle timidamente appaiono a chi popola la città, un tempo erano le compagne dell’uomo nella notte, erano miti e direzioni scritti nella volta celeste, erano magia e silenziose amiche distanti, ma sempre presenti ogniqualvolta calava il sole e il cielo era privo di nubi.

Fuggendo dall’urbe invadente che il buio disprezza, la selva mi accoglie nel diradarsi di quei tristi fumi riflettenti. La Luna per prima si fa avanti nell’intricato e getta luci e ombre. Gli occhi si calibrano su quelle tonalità. Blu, squarci marmorei, e alle spalle il ricordo giallognolo dell’illuminazione cittadina. Non ci si può voltare, sarebbe come volgere lo sguardo al precipizio durante una scalata, la vista vacillerebbe abbagliata da quel chiarore e si sarebbe colti da spaesatezza e vertigine.

Quando la città scompare e la notte la inghiotte il mio passo non si ferma e va incontro a un nuovo mattino.

Tanto per cominciare

Mia madre mi dimostra il suo bene in quantità di legumi secchi che mi appioppa.

Perché fanno bene.

Dodici ore dopo che ho deciso di mangiarli (ci vuole l’ammollo, eccheccacchio!) posso iniziare a prepararli… qui tira aria di neve, la pasta e fagioli mi sembra un ottimo inizio per un blog che, tra le altre cose, parla anche di cucina…

PASTA E FAGIOLI CON SALSICCIA E ROSMARINO

Ingredienti (per due persone, anzi due lupi…)

250 grammi di fagioli secchi del purgatorio (non chiedetemi dove si comprano, mia madre ha i suoi ganci)
200 grammi di ditali rigati
Due salsiccette di suino
Una cipolla rossa
Una carota
Tre rametti freschi di rosmarino
Una dado da brodo vegetale
Sale, peperoncino

Preparazione!

Soffriggere la cipolla e la carota tagliare a pezzettini in una pentola di coccio. Quando hanno hanno preso una leggera doratura e sfrigolano allegramente aggiungere i fagioli precedentemente ammollati per 12 ore e poi scolati e sciacquati, aggiungere a questo punto il dado da brodo sbriciolandolo e mescolandolo al tutto. Aggiungere acqua quanto basta per coprire il tutto di almeno un dito e due rametti di rosmarino fresco che daranno il loro aroma durante la cottura. Far bollicchiare per almeno un’ora. Bisogna assaggiare, comunque… i fagioli devono essere belli morbidi. A questo punto spegnere il fuoco e lasciar riposare una decina di minuti. Poi, con il frullatore ad immersione, frullare grossolanamente, dopo aver estratto ciò che rimane dei rametti di rosmarino dopo la cottura, ottenendo una zuppa cremosa, nella quale però si intravedono dei i fagioli interi. Aggiustare di sale e continuare la cottura a fuoco lento.
Far rosolare a parte, in una padellina, la salsiccia sminuzzata con un rametto di rosmarino.
Mettere sul fuoco una pentola con abbondante acqua salata e portare a bollore, appena bolle buttare i ditali rigati e cuocerli al dente. Aggiungere alla zuppa la salsiccia appena cotta e la pasta appena scolata, mescolare bene e incoperchiare lasciando riposare qualche minuto prima di servire. Spolverare con abbondante peperoncino in polvere. Gustare!

pasta e fagioli con salsiccia

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È un dannato rettilineo. Quello che sorprende sono tutte quelle metafore sulla tortuosità, i bivi, le curve. Stronzate. È un rettilineo. Semmai sono gli ostacoli, naturali o artificiali, che accompagnano questa passeggiata verso la tomba. Salta questo, salta quello… un ramo nei denti, uno che pensavi di avere evitato e invece ti è rimasto attaccato alla lana del maglione e te lo stai trascinando dietro inconsapevolmente per qualche chilometro, non una roba pesante, è vero, ma capace di modificarti almeno temporaneamente la postura; qualche schivata ben riuscita c’è… le migliori sono quelle inconsapevoli, quelle d’istinto. L’istinto è capace di grande perfezione. Ma chi siamo quando agiamo in tal modo?