Bonucci

Giornate calde, giornate afose, il calciomercato impazzava in un’estate arida come non mai. E poi la pianura, quella dannata pianura colma di magazzini e container. La pianura ardeva. L’aria danzava sopra un asfalto cocente. Alla radio stavano parlando della faccenda di Bonucci, il difensore della Juventus. Alla fine di una veloce trattativa era passato al Milan del quale sarebbe inoltre diventato capitano. Avevano intervistato alcuni “illustri” del calcio italiano e ognuno di loro aveva detto la sua. C’erano gli indignati e gli stoici. Una bella parata di opinioni fine a se stesse.

Mario Cristoforo Bonucci rimuginava su questa e quella cosa e gli veniva da ridere pensando a “Bonucci qua, Bonucci là…”, lui manco si interessava di calcio, solo il nome aveva in comune, con quel tal Bonucci. Intanto continuava a camminare sul bordo della provinciale che la canicola pomeridiana aveva trasformato in un girone dell’inferno. La sua auto lo aveva mollato poco più indietro, nel bel mezzo di una trasmissione radiofonica dove venivano date le ultime news di mercato del campionato di serie A.

Non aveva il cellulare, lo aveva lasciato a casa, non amava portarselo sempre appresso, come un fottuto schiavo. Si immaginava come uno di quei portatori che si caricavano le portantine dei monarchi sulle loro schiene spezzate. Solo che il suo, di monarca, era leggero e piatto come una sottiletta, uno smartphone che vibrava per qualsiasi inezia: e mail, whatsapp, sua madre che non resisteva più di ventiquattr’ore senza fargli una telefonata, la fidanzata, Stefania, che si preoccupava per lui inutilmente, gli amici del circolo ciclistico che continuavano a taggarlo su facebook. Certo, un monarca potente, quello stupido smartphone; se tu non lo veneravi abbastanza, non lo guardavi, non lo toccavi, ci pensavano i tuoi conoscenti, quelli “nelle tue cerchie”, a rimetterti in carreggiata a colpi di notifiche. Ma che fine avevano fatto i “cazzi propri”?!

Bonucci ansimava ad ogni passo sotto un sole che pareva volerlo schiacciare come un insetto. Appoggiò debolmente la mano sul guardrail metallico alla sua destra e la ritrasse di colpo. Ustionava. Ci mancava che non prendesse fuoco. Ma quanti gradi ci saranno stati? Quaranta? Anche di più… Con questo caldo chissà quanti anziani che… Morire dal caldo? Ma come avveniva, precisamente?

I suoi piedi, rinchiusi in un paio di mocassini marroni dall’aspetto logoro, pulsavano. Una stazione di rifornimento all’orizzonte appariva un po’ sfocata, ma doveva essere vera, non un miraggio. Mario percepiva che i pensieri gli stavano sovraffollando la testa. Decise di concentrarsi su uno: arrivare là. Godersi una bella coca ghiacciata. O una fanta. O una sprite. Non importava. Arrivare. Passo dopo passo. Il sudore della sua fronte gli gocciolava negli occhi, abbassò la testa e proseguì guardando per terra. La linea bianca che delimitava la carreggiata era a tratti sbiadita. Pietroline. Vetri rotti sminuzzati piccolissimi. Cicche. Cicche. Cicche. Grette. Fazzoletti usati. Ciuffi d’erba impertinenti che il guardrail non riusciva a contenere. Una mano umana. Una mano?!

Bonucci scartò bruscamente di lato, come lo avesse morso un serpente, verso il centro della strada. Una motocicletta che arrivava a tutta velocità alle sue spalle lo evitò per un pelo riempiendolo di improperi. Lui saltò nuovamente per lo sgomento, questa volta nella direzione opposta, atterrò male su una caviglia e si accasciò a terra sbucciandosi i palmi delle mani. A quel punto il suo corpo aveva espulso più sudore che in tutta la camminata fino a lì. Aveva la camicia fradicia e, tremante, si alzò barcollando. Cercò con lo sguardo ciò che lo aveva così fortemente turbato. Poteva essersela immaginata, quella mano, uno scherzo del caldo… aveva sentito, non ricordava precisamente dove, di allucinazioni dovute all’aumento di temperatura, deliri della mente momentanei, una cosa normale, poteva capitare a tutti. Le sue ricerche continuarono per circa un quarto d’ora senza dare il benché minimo risultato. Percorse avanti e indietro il breve tratto di strada senza trovare la minima traccia di ciò che cercava. Si sentì sollevato. Poi inquieto. Avrebbe potuto stenderlo quella moto! E per cosa?! Una mano inventata? Pazzesco.

Zoppicava un po’, ma ormai la stazione di servizio era vicina. Nitida e definita. Una Punto nera lo affiancò rallentando, il finestrino del passeggero si aprì con un ronzio metallico. Al volante c’era una donna sulla quarantina con una sigaretta tra le dita e dei grossi occhiali scuri nei quali Bonucci si vide riflesso. Aveva davvero l’aria del derelitto. Lei aveva una voce energica e parlava con un tono altissimo, voleva essere gentile, forse, chiedendogli se aveva bisogno di aiuto, avrebbe potuto dargli uno strappo in città, lei era diretta lì, nessun disturbo, con il caldo che faceva, lei sarebbe già stata lì in preda alle visioni. Poi la donna tirò violentemente una boccata dalla sua sigaretta, il suo viso si allungò tanto che la sua pelle aderì con vigore al suo teschio. Solo allora Mario notò due bambini che con aria annoiata fissavano il vuoto, seduti sui sedili posteriori. Decise di ringraziare “del suo buon cuore” la signora fumatrice della Punto nera, lei aveva avuto un’impressione sbagliata, lui non aveva affatto bisogno d’aiuto, stava solo facendo una passeggiata. Quest’ultima frase gli sembrò una delle idiozie più grosse che avesse mai concepito, ma non aveva la benché minima voglia di essere catapultato nella macchina di una “buona samaritana” come quella.

La stazione di servizio proiettava sull’asfalto sottostante un’enorme ombra quadrata. Passarci attraverso, in quell’ombra paradisiaca, lo fece sentire davvero bene. Bonucci, una caviglia gonfia e il viso tendente al purpureo, entrò nel piccolo spaccio adiacente ai distributori di benzina. La temperatura era talmente bassa che si sentì una saetta ghiacciata percorrergli la spina dorsale. C’erano alcuni espositori zeppi di accessori per auto. Accanto alla cassa c’era un frigorifero ben fornito di bibite. Si sarebbe fatto una birra, ma non c’erano alcolici. Acchiappò una coca e si rivolse all’uomo alla cassa. Era un tipo grassoccio, pareva giovane, ma dimostrava di più. Aveva uno sguardo ebete. Portava il maglioncino. Cazzo, fuori c’erano quaranta gradi e lui se ne stava lì con il maglioncino! Certo che sto riscaldamento globale ce lo meritiamo proprio!

Da una minuscola televisione alle sue spalle stavano martellando con “il caso Bonucci” anche al Tg. Mentre pagava e il commesso gli porgeva lo scontrino Mario si accorse che egli aveva una mano sola. Indugiò un po’ troppo con lo sguardo sul moncherino. L’uomo gli disse che l’aveva persa in un incidente d’auto, quando era bambino, a un paio di chilometri da lì, fece un gesto vago nella direzione dalla quale l’avventore era venuto.

Guidava sua madre e, mentre si accendeva l’ennesima sigaretta, aveva sbandato ed era finita contro il guardrail a 90 km orari. A lui piaceva tenere il braccio fuori dal finestrino e la sua piccola mano era stata tranciata di netto dall’urto. Sua sorella era rimasta scioccata, non aveva voluto mai prendere la patente. L’uomo rise, ormai era acqua passata. Sua madre era morta di cancro. Sembrava trovare tutto molto divertente. Mario Cristoforo Bonucci non sapeva che dire, aveva esaurito le parole e aveva la gola secca, la coca era finita.

La calura di fuori lo avvolse come un’anaconda. La strada per la città era ancora lunga.