Un libro: Riso nero

Mi è capitato ultimamente di imbattermi in qualche libro di Charles Bukowski. Poi mi è venuta la curiosità di leggere qualcosa che parlasse di Charles Bukowski. Ho letto una breve biografia e una raccolta di interviste che attraversa la sua vita e un bel pezzo di storia d’America, i giornalisti che gli chiedevano opinioni di questo o quell’altro fatto di attualità. Gli venivano fatte anche molte domande circa gli scrittori che l’avevano colpito, che aveva apprezzato, che l’avevano ispirato, perché prima di essere scrittori si è anche lettori solitamente. Ne sono usciti fuori parecchi, ma quando sono andata in biblioteca per affittare qualcosa di nuovo mi è caduto l’occhio su uno: Sherwood Anderson. Mi era rimasto impresso per via del nome, pensavo alla “Foresta di Sherwood”, quella di Robin Hood. Quindi, ispirata da ciò che piacque a Buk, quel giorno sono tornata a casa con un invitante libro da scoprire: “Riso nero”.

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Devo dire che temevo un po’ la traduzione di Cesare Pavese. Spesso quando la traduzione è affidata a scrittori mi aspetto delle particolarità stilistiche che, nonostante siano certamente degne di nota, mi rendono più difficile addentrarmi nella lettura. Ad ogni modo non è stato così, certo questo libro ha una forma che rappresenta un tassello importante dell’opera, ma ci si abitua presto al “flow” e senza problemi.

Le vicende che accadono sono piuttosto semplici, ordinarie, si direbbe. Il luogo: una cittadina sul fiume Ohio, Old Harbor. Poi si vola in altri posti, parallelamente ai pensieri/ricordi dei pochi personaggi che, condizionati da avvenimenti passati apparentemente non pertinenti al presente, ne sono invece fortemente influenzati e, in base ad essi, che li definiscono profondamente come individui, agiscono. L’ex giornalista Bruce Dudley, sua moglie Bernice, l’operaio Sponge Martin, Fred Grey il proprietario della fabbrica di ruote e uomo più ricco di Old Harbor, Aline la sofisticata moglie di Grey sono coloro che l’autore ci porta a conoscere intimamente, ci guida nei loro pensieri che si ripetono ciclicamente, come mantra. E tutto questo loro rimuginare, sprofondare in se stessi e nel loro passato, subordina i fatti presenti che avvengono come azioni fulminee, dietro le quali però c’è un’impalcatura di eventi che ha radici nella giovinezza stessa degli attori in scena.

Il fiume Ohio, che imperterrito si riversa nel Mississippi, scorre trasportando battelli, tronchi, vicende umane. I negri lavorano dietro le quinte. Sono quella forza che, silente, muove le cose senza alcun protagonismo. Un popolo a parte che assiste allo spettacolo dell’uomo bianco capendo ogni cosa ancor prima che succeda. Gente con un particolare modo di parlare, di cantare, di ridere. Risate acute e squillanti che arrivano fino al cielo.

“Riso nero” mi è piaciuto molto man mano che lo leggevo ed entravo in quel mondo che all’inizio mi pareva così distante. Mi piace leggere autori che sono piaciuti ad altri autori che amo. E’ un modo trasversale di conoscerli e anche efficace secondo me.

 

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Un libro: Tarabas

Ho recentemente parlato delle biblioteche della mia città natale. Questo libro proviene da una biblioteca che frequento da poco: la biblioteca di Castelnovo ne’ Monti. Da quando l’ho scoperta, non riesco a smettere di affittarci libri nonostante ne abbia già molti miei, digitali e non, che aspettano di essere letti. Come mi piace aggirarmi tra gli scaffali in cerca di una “preda di lettura”! La cosa che mi dà più gusto è quella di scoprire autori che non conosco e che altrimenti non avrei mai conosciuto, farmi guidare dal caso, farmi solleticare l’interesse dalle grafiche delle copertine! Mi sono data una sola regola: mai prendere due volte la stessa casa editrice o lo stesso autore. Ho scoperto un paio di autori che credo leggerò ancora, uno è Elmore Leonard, americano, scrive roba pulp, apprezzato da Tarantino, leggendolo si capisce facilmente il perché; l’altro è lo svizzero Friederich Glauser, uomo che ebbe una vita turbolenta, girovaga e segnata dalla dipendenza da morfina, scrisse una serie di romanzi polizieschi che gli valsero il titolo di “Simenon svizzero”, la serie del sergente Studer, ed altri di cui una parte autobiografici ai quali appartiene “Morfina” che è quello che sto leggendo in questi giorni, una serie di racconti scollegati cronologicamente che prende il titolo da uno di essi, ma tratta di molteplici argomenti oltre che della sua travagliata relazione con la suddetta sostanza.

“Tarabas” invece è tutt’altra storia. L’autore, Joseph Roth, lo conoscevo già dai tempi del liceo, avevo letto un suo libro, “Confessione di un assassino”, e mi era piaciuto molto. Poi nel tempo me ne erano capitati altri: “La cripta dei cappuccini”, “La leggenda del santo bevitore”, “Il peso falso”.

Questo libro mi intrigò subito perchè narrava la vita di un uomo definito al contempo “un santo e un assassino”.

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Nikolaus Tarabas, questo è nome del protagonista, era senza dubbio un individuo inquieto. La sua forma mutò spesso nella sua esistenza, ma sempre adattandosi malamente alla sua epoca ed agli altri individui, ai valori comunemente ritenuti importanti, al sacro, alle aspettative della sua triste famiglia di piccoli proprietari terrieri cinta da un che di decadente e stantio. Egli non si risparmiò mai perseguendo la sua strada, proseguì fino all’estremo raschiando il fondo del barile di se stesso.

Joseph Roth dipinge attraverso la sua figura il cambiamento che segnò la Russia all’epoca della rivoluzione, l’estenuante conflitto mondiale che portò perdite e miseria, lo stravolgimento dei sistemi di potere che conseguì alla deposizione dello Zar e come questo mutamento si riversò tra le genti e tra coloro che tiravano le fila della società zarista.

“Tarabas” racconta un uomo profondamente solo, un uomo perennemente di passaggio, “un ospite su questa terra”.

A mio parere il libro più bello di Joseph Roth che abbia letto finora.

 

 

Biblioteche

Non sono mai stata un’assidua frequentatrice di biblioteche.

Forse, quando ero bambina, si usava di meno andarci, non lo so. La biblioteca per l’infanzia di Genova si chiama Edmondo De Amicis che fu l’autore del libro “Cuore” che mi fece versare copiose lacrime in tenera età, non tanto quando seguiva la storia principale, che trovavo noiosa, quanto quando proponeva quei racconti-tragedia dal vago sapore patriottico-retrò come: “Sangue romagnolo”, “La piccola vedetta lombarda”, “Dagli Appennini alle Ande”, “Tamburino sardo” ed altri che ora non ricordo. Tale biblioteca era situata in un luogo abbastanza infausto, una strada molto trafficata che terminava con una galleria nera dai fumi dello smog dato che era spesso zeppa di auto ferme al semaforo coi loro vibranti tubi di scappamento. Non mi ricordo molto di come fosse all’interno. Dal di fuori dava un po’ l’idea di una prigione tante erano le inferriate che cingevano la facciata. Ad essere toccate, quelle sbarre, ti lasciavano la mano nera dalla sporcizia e dai fumi dei gas di scarico. Non posso dire di averne un bel ricordo.

La suddetta biblioteca fu poi traslata al Porto Antico in un luogo decisamente più accattivante e forse anche meno inquinato all’interno dei cosiddetti “Magazzini del Cotone”. Ci si accedeva tramite due rampe di scale mobili. Mia sorella minore la frequentava perché cantava nel “Coro della Biblioteca”, un’attività alla quale non partecipai mai, nemmeno come presenza fisica accessoria. Il mio primo anno alla facoltà di Lingue e Letterature straniere andavo lì a preparare alcuni esami con alcuni compagni di corso o amici che erano iscritti ad altre università. La mattina era un posto molto piacevole. C’era poca gente, ampie vetrate dalle quali si godeva di una bella vista sul porto, una luce perlopiù naturale, tinte pastello e un clima molto tranquillo. Il pomeriggio era molto difficile trovare un posto libero, era pieno di studenti. A volte capitavano delle scolaresche delle elementari particolarmente chiassose. I bagni erano bianchi piastrellati.

Un’altra biblioteca dalla quale credo che ogni studente genovese sia passato almeno una volta nella sua carriera scolastica è la più austera biblioteca “Berio”, situata in una viuzza in salita dietro via Fieschi, in pieno centro città. Praticamente impossibile trovare un posto a sedere a meno che non si arrivasse con il canto del gallo a piantonare l’entrata cercando di schivare abilmente l’ennesimo adepto di “Lotta Comunista” che era capace di piantarti un pippone di mezzora se non lo mandavi a cagare o ti fingevi sordomuto. La biblioteca si sviluppava su tre piani, aveva una miriade di scaffali metallici pieni di testi dei più svariati argomenti e certi anche molto antiquati. C’erano poi dei libri in un magazzino ai quali potevi accedere solo chiedendone espressamente all’impiegata al momento di averli in prestito. Le pareti erano di grigio cemento armato, alla Le Corbusier. C’era anche un grosso gatto che si aggirava tra le corsie e i banchi. I posti a sedere erano davvero tanti, ma gremiti di gente. Spesso finiva che mi sedevo su una panchina dello spoglio cortile interno all’edificio a tentare di concentrarmi su una frase che rileggevo compulsivamente e a fumare una sigaretta dopo l’altra. I libri che prendevo in prestito non erano per piacere personale, ma esclusivamente funzionali allo studio. Qualche volta ho affittato dei VHS.

Non ho idea di quante biblioteche ci siano a Genova. Io ne ho frequentate tre. La mia preferita fu l’ultima che scoprii: la biblioteca “Lercari”. Si trova dentro Villa Imperiale, un piccolo parco nel quartiere di San Fruttuoso. Conoscevo quella villa, i miei nonni che abitavano nella parte alta di quel quartiere andavano spesso a fare la spesa lì vicino e a volte ci facevamo due passi, altre ci passavamo davanti e basta. Per un periodo mi trovai a fare le pulizie una volta a settimana in casa dei miei prozii che vivevano non distante da lì. Spesso mi portavo dietro la mia cagnolina, Rubia, che si annoiava da morire e mi piagnucolava dietro tutta la mattina, poi andavamo un po’ a Villa Imperiale, lei giocava e conosceva altri cani, io notai che nell’edificio che troneggiava sul parco c’era una splendida biblioteca. Era un po’ distante da casa dei miei, ma mi piaceva andarci, andavamo io e Rubia, a volte c’era qualche amico/a che studiava lì; il palazzo della “Lercari” era antico con ampie finestre e freschi pavimenti di marmo, c’era quasi sempre posto, ogni tanto mi prendevo una pausa per fumare e fare sgranchire il cane che mentre studiavo dormiva sotto il tavolo, una vera pacchia!

Le biblioteche sono luoghi a me graditi. Qualcuna mi piace più di altre. Ho pensato che, data la piega che ha preso al momento questo blog, tra il leggere e lo scrivere, ci poteva stare il parlare di questi luoghi di pace ancora magicamente silenti, o quasi, nei quali si respira una sacralità che è andata perduta in molti di quelli che si definiscono luoghi di culto.

Un posto dove si parla a voce bassa e dove si è protetti da pareti e pareti di libri che aspettano lì, come piccole porte verso luoghi ancora sconosciuti.

Un libro: Frank Carlucci Investigatore

Mai giudicare un libro dalla copertina…volete sapere il perché? Lo spiegherò con una semplice immagine:

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Questo libro mi è capitato per caso, un pdf saltato fuori dal vasto universo di internet. Odio leggere pdf sul mio lettore ebook: devo continuamente spostare la visuale della pagina per seguire la lettura, ingrandire per poter leggere delle lettere che sarebbero altresì microscopiche e anche tenere l’ebook reader in orizzontale, in modo da ridurre al minimo i miei movimenti per adattare ciò che compare sullo schermo alla lettura; una vera rottura di palle insomma! Eppure…

“Frank Carlucci Investigatore” mi ha tenuta incollata nonostante le evidenti scomodità; avevo voglia di leggere un giallo, ma avevo voglia anche di un’ambientazione fantascientifica… ed ecco qui una decadente San Francisco di un futuro imprecisato colpita da assassinii ed epidemie! Nonostante il titolo dell’opera lo suggerisca non affermerei che ci sia un solo protagonista, la storia è affrontata da punti di vista differenti e questo a mio parere permette di avere un coinvolgimento maggiore con anche gli altri personaggi. Carlucci è un tenente della omicidi in gamba, determinato e forse un po’ cinico, ma anche spesso impacciato e pieno d’umanità; è uno di quei poliziotti che crede ancora nella giustizia, che cerca di crederci nonostante la realtà suggerisca che quelli come lui siano prossimi all’estinzione.

La storia è coinvolgente in un mondo squallido, ma magnetico, che attira nelle sue spirali d’ombra, tra uomini e donne al limite della disperazione, ma avvinghiati alla vita; atmosfere ceree, malate, calura insana, odori pungenti di corpi e cibi di dubbia qualità.

E’ stato bello percorrere quelle strade, quei vicoli bui e lerci e osservare le pallide luminescenze delle insegne al neon, pensando: – E va bene, dai… dopo essermi domandata se prendere o no una birra al chioschetto malandato dell’anziana alcolista che staziona a quell’incrocio del Tenderloin da mattina a sera.

Un libro: Il libro dei morti viventi

Nonostante sull’accattivante copertina troneggi il nome “Stephen King” scritto a caratteri cubitali, questa efficace raccolta di racconti che tratta il tema dei morti viventi, degli zombies, dalle più svariate prospettive, ne contiene solamente uno attribuito al suddetto scrittore e, a parer mio, non è nemmeno tra i più belli. Ce ne sono altri quindici, di racconti, e si fanno gustare come noccioline condite con un poco di sano raccapriccio.

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Con questo libro ho ufficialmente inaugurato la mia entrata nel mondo degli zombies passando dalla magica porta della letteratura e l’effetto che ne ho ricevuto è stato la nascita di una fame crescente di altri titoli, libri, avventure tra orde di morti viventi in scenari postapocalittici popolati da un genere umano plasmato dall’orrore di una nuova sconvolgente realtà.

Uno dei racconti che più mi ha colpita è stato “I pezzi migliori” che, con un ribaltamento della prospettiva, affidando le redini della narrazione ad un orripilante morto vivente obeso, ha creato una piccola perla che non può che arricchire il fantastico universo zombie. Poi il racconto lungo “Come i cani di Pavlov” l’ho trovato molto coinvolgente e con un’ambientazione davvero suggestiva e claustrofobica; seguono le tetre atmosfere di “Sassofono” che si svolge un’Europa dell’Est devastata dalla guerra dove si uccide per accaparrarsi gli organi da vendere in un prolifico mercato asservito ai bisogni dell’Occidente.

Ciò che ha a che fare con il sangue, la carne, il sesso regna sovrano tra queste pagine che si destreggiano tra la marcescenza, lo scabroso e le più disparate devianze di un’umanità alla deriva; anche il romanticismo trova spazio però nel racconto che conclude l’antologia firmato Robert R. McCammon, un amore tenero e “carnale”al tempo stesso che riesce a condurre il lettore al di là dei confini del genere ed approdare a sensazioni inaspettate.

E…oh! L’introduzione dei curatori della raccolta e la prefazione del gran maestro George A. Romero non sono affatto da saltare!

 

 

Un libro: Panino al Prosciutto

Avevo in mente di scrivere qualche riga su qualche libro che mi è piaciuto. Ieri ne ho finito uno e mi sono detta: perché non iniziare proprio con questo? Premetto che non ho alcuna intenzione di scrivere recensioni, né di incensare o smerdare questo o quel libro…cioè è difficile che io mi imponga di finire un libro se non mi appaga leggerlo (non siamo mica obbligati a sorbirci le robe che scrive qualcuno se ci non dà piacere farlo, no?) e in definitiva la mia idea era giusto quella di fornire uno spunto a chi fosse a caccia di un libro condividendo semplicemente la mia esperienza di lettrice.

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Questo libro si fa leggere tutto di un fiato, periodi brevi, una mitragliatrice di parole che lasciano il segno, a tratti fanno anche inorridire. Parzialmente autobiografico, narra le vicende di Henri Chinaski, prima bambino, poi adolescente e uomo, nella Los Angeles della seconda metà degli anni ’30 fino a giungere all’entrata in guerra degli Usa nella seconda guerra mondiale. Henri, nato in Germania e poi emigrato negli Usa, vive con una famiglia il cui padre si appiglia con tutte le sue forze al sogno americano, alla sua idea di felicità, ad una ricchezza impossibile e ad un appagamento illusorio proiettando le sue aspettative su un figlio di tutt’altra sensibilità che deve scontare la pochezza e le angherie familiari e la ruvida realtà della Grande Depressione annacquata dalle bugie e dalle promesse infrante della classe dirigente con le quali la sua generazione è stata cresciuta per diventare un’esercito di animali da soma svolgendo quello che viene chiamato “un’onesto lavoro” e diventare poi carne da macello durante la guerra. L’alcool rappresenterà per lui una via fuga, una porta sul retro affacciata su un vicolo malfamato, non gli darà felicità, ma lo terrà almeno lontano da quell’aberrante normalità che le persone comuni chiamano vita. Personalmente ho apprezzato molto questo libro, alcuni hanno definito Bukowski un esponente del cosiddetto “realismo sporco”, ma non è forse vero che quando si vuole parlare francamente si fa appello alla “sporca realtà”?