Solo al mondo

Era successo tutto così in fretta, troppo in fretta. Jay Fox Middlethorne stava vivendo un brutale distacco dalla realtà. Erano stati i cinque giorni più intensi della sua giovane vita ed ora, sedeva accanto a quell’uomo che inizialmente aveva detto di chiamarsi miss Coney, poi era diventato il soldato semplice Preston, fino a diventare un certo Uro Moggie, membro di un’organizzazione paramilitare interplanetaria. Il bambino era confuso, il colore della sua pelle aveva virato al giallognolo, i neri capelli intrisi di sporcizia e sudore gli si erano incollati alla fronte. Uro Moggie era immobile, sdraiato a terra, nella polvere, con una pallottola nelle viscere; il suo respiro era flebile, il suo volto teso dallo sforzo per non perdere conoscenza;  “Acqua… ” bisbigliò “F-Fox… Dammi… Acqua…”
Jay si guardò intorno con fare smarrito finché notò una pozzanghera fangosa sul fondo di un fosso a pochi metri dal loro nascondiglio; dopo aver brevemente ragionato sul da farsi, egli si decise a muoversi verso di essa, strisciando a terra come un serpente. Gli erano sempre piaciuti, i serpenti, del resto. Era quasi buio e la paura di essere avvistato dai soldati, che gli serrava la gola, lo aveva trasformato in un animale guardingo e sfuggente. Il terreno scuro scorreva sotto il suo ventre; Jay avanzava lento, ma costante con gli occhi fissi sul riverbero dorato che l’ultima luce del giorno proiettava sulla liscia superficie di quell’acqua torbida. Gli venne quasi da sorridere, una smorfia di disperazione, quando vi giunse, tanto era passato da quando aveva bevuto l’ultima volta e da quanto gli sembrava allettante quella brodaglia terrosa che gli si parava davanti. Le sue labbra si tesero leggermente e il dolore che provò gli ricordò che erano coperte di piaghe, da cui fluirono alcune gocce di sangue delle quali percepì il sapore. Non sapeva come trasportare l’acqua a Uro Moggie quando, mentre il pensiero lo tormentava e i suoi occhi saettavano qua e là cercando una soluzione, notò che il suo braccio, ormai sprofondato nella pozza, vestiva la sua logora giacca di lana che si era puntualmente intrisa del prezioso liquido.

Il bambino pensò che forse l’uomo era morto. Era più pallido di prima, marmoreo. La bocca tiratissima, semiaperta, gli occhi chiusi. Gli fece gocciolare dell’acqua sul viso strizzando piano la sua manica, poi sulle labbra, qualche goccia si insinuò dentro. Uro emise un lieve colpo di tosse. Era vivo. Jay si sentì sollevato, non voleva rimanere solo, alla mercé di quelle orde di soldati affamati di vendetta. Avrebbe voluto che Uro gli parlasse, che gli dicesse che sarebbe andato tutto bene, che sarebbero usciti da quell’incubo; o al limite, che gli desse degli ordini, che gli dicesse cosa fare in modo da farlo sentire utile e occupargli la mente per un po’. Invece l’uomo giaceva al confine tra la vita e la morte e taceva. La notte era giunta, buia e senza luci. Jay tremava di freddo, gli umidi stracci che portava addosso gli stavano appiccicati alla pelle.
L’ultimo pasto, per così dire, che aveva consumato, risaliva al giorno prima quando, furtivamente, aveva depredato un bidone dell’immondizia dai rifiuti provenienti dalla mensa dei militari di Salburn. L’edificio, in realtà, era andato completamente distrutto nel poderoso incendio del quale lui e Uro erano responsabili, ma, ironia della sorte, il cassonetto della spazzatura lì adiacente, era rimasto intatto.
Al momento, Jay aveva così fame che il pensiero di sgranocchiare qualche foglia di cavolo marcia e del pane ammuffito, gli faceva venire l’acquolina in bocca. Mentre era immerso in questi sconsolati pensieri, il suo stomaco non la smetteva di contrarsi e brontolare; era come se si torcesse su sé stesso. “Si sta mangiando da solo” pensò il bambino scrutando nell’oscurità. Ad un certo punto, dopo pochi istanti che Jay si era assopito con la testa ciondolante sul petto, Uro Moggie parlò appena percettibilmente: “Sei qui, F-Fox?…R-Rispondi, Fox…”
“Sono qui!” esclamò lui destandosi all’improvviso “Sono qui, Uro, puoi sentirmi?”. La voce del piccolo Middlethorne era incrinata dalla disperazione, nonostante egli cercasse di mascherarlo; si rese conto, proprio in quel momento, che Uro Moggie era l’unica persona al mondo che gli fosse rimasta, l’unico testimone della sua esistenza. “D-Devi chiamarli… Non possiamo più… P-Più f-farcela da soli…” biascicò l’uomo morente con voce flebile. “Chi?! Chi devo chiamare?! Uro! Dimmelo, ti prego!” proruppe il bambino con voce acuta. “L-Lei.” rispose Moggie “ È scesa dopo di noi… L-La fermata… T-Treno… Lei sa.” un lunghissimo sospiro seguì tali parole; “Lei sa.” ripeté.

Poi iniziò a nevicare.

Dapprima non si posava. Poi iniziò a depositarsi, strato su strato e, in poco tempo, ogni cosa fu ricoperta. Si stava mettendo davvero male, pensò Jay. Uro invece, dopo l’immane sforzo di pronunciare le ultime, poche parole, era caduto in un sonno pesante. Era talmente buio che il bambino non poteva vedergli il viso, ma percepiva la distensione dei suoi lineamenti; il suo volto di giovane uomo, appena punteggiato di barba color rame, era placido come il suo respiro. Si stava forse arrendendo alla morte? Jay si sdraiò accanto a lui, meditava sul da farsi e sulle sue ultime frasi. “Lei sa.” rimuginò “Ma lei, chi?”. La sua coscienza si stava dibattendo tra il sonno e la veglia, gli pareva di vedere delle ombre più scure della notte che danzavano dinnanzi a lui. Una stella lontana ardeva di un calore irreale, una stella cadente, una stella che sfrecciava nell’oscurità. Era così vicina che gli parve di poterla afferrare, un sogno bellissimo, pensava il bambino, “Anche Uro si scalderà…”
“Ehi! Ragazzo, sveglia, accidenti!” la voce roca di un uomo giungeva, da lontanissimo, alle orecchie di Jay. “Ehi! Ehi! Forza, su!” l’uomo prese a scuoterlo come un fuscello, la luce di una lanterna gli illuminava parzialmente il viso che era coperto da una foltissima barba grigia. Dai baffi pendevano alcuni ghiaccioli come stalattiti. “Lui… lui sta male, sta male, aiutalo!” gracchiò il bambino indicando il corpo di Uro Moggie che, giaceva lì accanto, coperto di neve. L’uomo barbuto gli si avvicinò, esaminandolo. “Mi dispiace, figliolo…” disse infine scuotendo la testa “Il tuo amico non ce l’ha fatta.”
Jay non credeva alle sue orecchie, non voleva crederci! Un grido gli si strozzò in gola e prese a dimenarsi ed annaspare cercando di raggiungere il corpo di Uro Moggie, ma era troppo debole e l’uomo lo agguantò e, depositandolo sulla sua slitta, iniziò a legarlo ad essa con delle cinghie di cuoio. “Ascoltami, ragazzo, per lui non c’è più niente da fare, ma tu, tu puoi vivere! Però dobbiamo andare via ora, adesso, mi capisci?” fece poi egli scuotendolo nuovamente, ma Jay non capiva affatto, aveva gli occhi grondanti di lacrime e un lamento disperato che gli gorgogliava dentro. La slitta partì ad un grido dell’uomo, era trainata da cani le cui teste ondeggiavano ritmicamente mentre correvano nella tempesta.

 

 

 

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Catastrofe annunciata alla G14-Ares

Ypsi K. Luvegg era uno dei tanti aiuti cuoco della stazione spaziale marziana G14-Ares. Erano tre mesi standard che lavorava nella cucina della mensa del personale addetto allo scarico merci del settore 4, e gli sembrava che fosse passato un secolo da quando aveva lasciato la casa paterna sulla Terra, in un sovraffollato condominio dei sobborghi di Houston, Texas. Suo padre, in realtà, era morto da un pezzo; era suo fratello maggiore Luis Fernando a tenere le redini della famiglia con una severità che rasentava i limiti della crudeltà. La madre era vecchia e stanca, sedeva davanti alla TV masticando gomme alla nicotina e bevendo birra, era perennemente in collera, pure quando dormiva imprecava contro chicchessia. Ypsi si muoveva in quell’angusto appartamento in punta di piedi cercando di mimetizzarsi negli squallidi arredi. Invidiava Marika e Tania, le sue due sorelle che, pur essendo due prostitute da quando erano appena adolescenti, almeno se ne erano andate di casa e vivevano in centro, lontano da quel posto grigio e infame.

Ypsi aveva sempre sognato di andarsene. Mollare tutto e tutti e proseguire da solo il cammino della sua vita. Non aveva amici nei sobborghi dove era nato; il suo nome stesso, Ypsi, era stato una condanna dal momento in cui era venuto al mondo e suo padre, ubriaco di vino della più infima qualità, aveva insistito nel chiamarlo come il nome del cavallo sul quale aveva appena puntato 15 dollari, così, per buon auspicio. Peccato che il quadrupede aveva pure perso la gara e il neonato, già nei suoi primi istanti di vita, inspirò quella dannata aria di sconfitta che gli sarebbe rimasta appiccicata addosso come una maledizione.

La sveglia suonò le 4 nella minuscola cabina della stazione spaziale: il turno iniziava tra meno di un’ora. Le pareti di metallo del bugigattolo che Ypsi si era abituato a considerare “casa” erano debolmente illuminate da un tenue neon che si accendeva automaticamente al suono della sveglia. Il turno precedente era terminato meno di sei ore prima. Erano giorni di carenza di personale: tutti gettavano la spugna alla cucina degli scaricatori del settore 4. Lui no. Potrebbe sembrare strano, ma amava quella vita: per la prima volta nella sua esistenza era lui l’artefice del suo destino, o almeno così gli pareva. Si alzò dal letto strisciando fuori dal suo sacco per il sonno e si sfregò il viso con una salvietta umida, lavarsi con l’acqua era un lusso che nessun operaio comune poteva permettersi nella stazione spaziale. Indossò la sua abituale divisa beige e si intrecciò i lunghi capelli castani per poi riporli dentro un berrettino anch’esso beige che recava sul davanti la scritta “Ares Galactic Corp.”.

I lunghi corridoi nel ventre della stazione spaziale G14-Ares erano come grotte di metallo  percorse da cavi, tubazioni, condotti d’aria; era come camminare dentro un immenso apparato cardiocircolatorio costituito di materiali sintetici. A quell’ora erano praticamente deserti, i passi svelti di Ypsi risuonavano nella metallica semioscurità. Incrociò vari robot SPASP, gli spazzini-aspiratori addetti alle pulizie, si salutarono cortesemente. Erano gentili, quei robot, sempre pronti a due chiacchiere nelle pause dal lavoro. Ypsi avvicinò il dorso della mano al lettore di microchip che, dopo un segnale acustico, gli consentì l’accesso al settore 4.

Lara Parmedis, nata nella faccia oscura della Luna, terza figlia di una famiglia greco-cinese, avanzò verso di lui allungandogli la mano per il loro consueto saluto, le batterono sul palmo e sul dorso e poi sulla propria fronte e sul cuore: così si salutavano gli esseri umani. “Sei carico?” disse lei con una smorfia sorridente mentre si avviavano all’entrata del personale. “Come no! Tanto quanto sei ore fa… ” fece Ypsi facendole notare le sue profonde occhiaie. “Mulbert ci ha proprio lasciati nella merda… ” sospirò lei scostandosi dagli occhi una ribelle ciocca bionda che le usciva dal berretto in dotazione per gli aiuti cuoco “anche io dopo questo turno devo riattaccare dopo sei ore”. Ypsi le indicò il distributore di capsule ad alto dosaggio di caffeina con un espressione rassegnata. “Col cavolo che butto via la mia paga per quella roba!” ruggì Lara “lasciamola agli sfigati, andiamo a farci un vero caffè prima che arrivi quello stronzo di Solomon!”.

Ypsi adorava iniziare il turno con Lara Parmedis, lo metteva subito di buon umore! Avevano il loro rituale caffè con la loro personale moka, un cimelio che lei aveva vinto ai dadi utilizzando i suoi poteri psichici, così raccontava; mentre l’enorme cucina era ancora deserta e silenziosa era difficile immaginarla mentre lavorava a pieno regime, talmente caotica che uno perdeva pure la percezione di se stesso mentre schizzava da una parte all’altra sotto le brutali sferzate di Solomon, un cuoco da quattro soldi che esigeva essere chiamato “chef”. Al suono della sirena di inizio turno apparve Bomzi che, sistemandosi il grembiule da lavapiatti, avanzò verso di loro con aria truce. “Ehi, Bomzi!” lo apostrofò Lara: “lo sai che se inverti la B e la Z nel tuo nome, viene Zombi?”. Lo salutava sempre così: rideva e quando Ypsi notava la solita espressione di rassegnato disappunto del nuovo arrivato, scoppiava a ridere anche lui. “Sei proprio originale, Lara… ” replicava lui con un tono talmente risentito da non poter far altro che incrementare l’ilarità. Bomzi Romero aveva un nome buffo, ad ogni modo. E lui lo odiava proprio, il suo nome. Stava risparmiando come un pazzo da qualche anno ormai per potersi pagare un viaggio su Marte, nel suo distretto di competenza, per potersi cambiare finalmente quello stupido appellativo che gli aveva affibbiato quella svitata di sua madre. Aveva già inoltrato la richiesta ormai un anno addietro, lo sapeva che i tempi della burocrazia marziana, specialmente quelli del distretto di Rimandor, erano biblici a dir poco. “Beh, io andrò a pulire le rape prima che arrivi Solomon… ” gemette Ypsi sciacquando le tazzine nel gigantesco lavabo e sistemandole ad asciugare a testa in giù. “Prometeo, invece? E’ in ritardo come al solito?” continuò mentre trafficava con il laccio del grosso sacco in yuta contenente le radici. “Prometeo non viene. Si è tagliato un dito mentre preparava il trito per i soffritti. Secondo me l’ha fatto apposta, si vedeva che aveva bisogno di una pausa” sentenziò Bomzi senza mutare espressione. Anche lui aveva fatto l’ultimo turno sei ore prima ed era visibilmente provato. Lara aveva un’espressione sconcertata: “Fantastico! Quindi oggi siamo solo noi tre! Se lo sapevo me la prendevo eccome una capsula magica!”

Solomon arrivò come un tornado sfoggiando un grembiule nuovo di zecca con scritto a caratteri cubitali: “Simply the Best”. Era già adirato per qualche motivo a loro ignoto, si notava da come gli vibravano i baffi scarlatti. Poco dopo erano tutti al lavoro per i preparativi delle tre colazioni divise in ondate successive che li avrebbero impegnati per le seguenti quattro ore. Gli scaricatori del settore 4 erano numerosissimi: c’erano per  primi quelli che smontavano dal turno notturno, poi quelli dei servizi doganali e infine  quelli che attaccavano alle 7 del mattino; la scelta alimentare era dettata da ciò che i magazzini della stazione spaziale mettevano a disposizione e dall’estro creativo di Solomon che ogni giorno era in vena di nuove sperimentazioni culinarie con le quali tediava i suoi sottoposti.

Bomzi era alle prese con una pila di teglie incrostate di torta di pseudo-carote e rafano quando arrivarono i camerieri, pochi minuti prima che aprisse la mensa. I camerieri erano un gruppo a sé stante che confabulava sempre e si nascondeva nello sgabuzzino dell’aspira-rifiuti per fumare durante i turni. Non erano umani: erano Ukini, una specie aliena proveniente dal pianeta Paruvian; avevano la pelle gialla e sembravano tutti uguali, tutti con una smorfia di superiorità stampata in faccia. L’unico diverso era Kikooji, il più giovane, si distingueva dagli altri perché la sua pelle non aveva ancora completamente virato al giallo dal colorito verde che li caratterizza durante l’infanzia: era giallo-verdino. Gli altri lo schernivano sostenendo che era sottosviluppato per la sua età. Kikooji aveva perennemente un’espressione malinconica. Ypsi sapeva bene cosa significasse essere disprezzato dai propri simili, da coloro che consideri la tua famiglia. Per questo aveva sempre una parola gentile per lui, una fetta di torta appena fatta, un bicchiere di centrifugato di rape del quale la sua gente andava matta. Kikooji lo cercava con lo sguardo e loro si trovavano sempre, avevano un’intesa psichica non indifferente.

Lara spadellava uova al burro e cavallette fritte, Solomon gridava di “muovere il culo con quelle tazze!” a Bomzi che era sudato fradicio e imprecava tra i denti; tre dei camerieri erano spariti e c’erano un mucchio di stoviglie sporche da andare a prendere: “Fumano, quei bastardi musi gialli!” tuonò il cuoco, rosso in viso quasi come il colore dei suoi mustacchi. Dallo sgabuzzino uscì il solito gruppetto insieme ad una nuvola di fumo dileguandosi in mensa alla velocità della luce.

“Oddio! Tra poco arrivano quelli del mattino!” disse Lara sbirciando dall’oblò della cucina la calca di gente che si stava ammucchiando all’entrata della mensa. “E’ pronto l’impasto delle focacce?!” “Sì, chef!” gracchiò Ypsi dopo aver inspirato l’aria bollente del forno che aveva appena aperto per estrarre i muffin ai mirtilli idroponici. “Bene, allora forza con quelle teglie! Parmedis, datti una mossa, aspettiamo tutti te!” .

Alla fine del turno, stremati, i tre colleghi si congedarono con il loro abituale saluto. Lara attaccava subito alla cella frigorifera ed era di pessimo umore. “Tra sei ore ci rivediamo qui, ragazzi.” disse infine inoltrandosi nel corridoio. “Cavoli, sei ore… ” sibilò Ypsi “Se ci fosse Prometeo… o Mulbert… potrei staccare.” “Scordatelo, è già un miracolo se Prometeo non si fa trasferire su un’altra stazione, lui e Solomon non si possono vedere.” “Di questo passo… moriremo.” Ypsi non era affatto ottimista quella mattina.

Quando egli tornò in cabina si sentiva spossato e aveva freddo. Fissò a lungo i pannelli metallici che componevano il soffitto della sua stanza prima di riuscire a prendere sonno. Dormì un sonno agitato e, nemmeno due ore dopo che finalmente si era addormentato, qualcuno bussò alla sua porta. Si alzò in preda ad un inizio di mal di testa, di quelli che non possono far altro che aumentare a meno che non si abbia il tempo materiale per dare modo al corpo di riposarsi. “Ypsi, fammi entrare, è importante!” disse una voce che lui conosceva al punto da capire quanto fosse inconsueta quella visita. “Entra, Kikooji, accomodati”. L’Ukini entrò e rimase in piedi al centro della cabina, con un certo imbarazzo. La sua pelle, verde chiarissimo, pareva azzurrina illuminata dalle luci al neon.”Siamo in pericolo, è terribile…” esordì lui quasi sussurrando. “Come, in pericolo?! Che vuoi dire?!”

“E’ arrivato un carico da Paruvian, il mio pianeta natale” proseguì lui “ho sentito Kejim e gli altri che ne parlavano, avevano paura perché percepivano una presenza, la Sua presenza… e anche io, nonostante non sia in piena sintonia con loro, sento l’avvicinarsi di una enorme catastrofe!” la voce di Kikooji tremava e i suoi occhi neri poi si posarono sul volto di Ypsi “Tu… sei sempre stato gentile con me… se hai qualcuno a cui tieni ti consiglio di avvisarlo e di andarvene da qui, in qualsiasi modo sia possibile. Qui tra poche ore regneranno soltanto il caos… E le mosche. “

Le mosche

Un forte ronzio accolse Lindberg in quella parte di bosco. C’era un odore acre di un’umidità malsana. Si sentiva un gocciolio provenire da chissà dove. Le foglie degli alberi erano scure e pesanti, pendevano mollemente nell’aria stantia. Il sole, fuori dal bosco e dalle sue ombre, era insopportabile, ma lì, dove era finito Lindberg a forza di girovagare in cerca di acqua, c’era qualcosa di sgradevole che gli faceva rimpiangere le precedenti sferzate di luce. Dove fossero gli altri non gli importava, erano testardi, erano pronti a morire di sete piuttosto che avventurarsi nella selva, ma lui no: lui voleva vivere!

Le cortecce erano impregnate di umidità, la gola secca di Lindberg agognava molecole d’acqua. Egli continuava a deglutire e a muoversi circospetto, mentre i suoi occhi saettavano famelici in cerca di una fonte. Sentiva, però, un certo disagio, qualcosa dentro di lui gli diceva che se avesse ceduto alla sete e attinto da quelle gocce invitanti che striavano le fronde cascanti attorno a lui, qualcosa sarebbe andato storto. Quel ronzio insistente lo faceva vacillare, era arrivato al punto di essersi dimenticato come fosse vivere senza quel rumore perforante che gli tediava l’udito. Gli parve che un gatto, un’ombra fugace, gli passasse davanti. Pensò, camminando malfermo, che stava perdendo la ragione. Avrebbe dovuto fidarsi degli occhi della guida Ukini, vibranti di paura: le superstizioni che tanto aveva deriso tra sé mentre si lasciava il gruppo alle spalle e si addentrava nel folto del bosco gli parvero sotto tutt’altra luce. Stava cominciando a crederci. Chi? Lui? Lindberg il pragmatico? Se glielo avessero detto qualche giorno prima, che il suo cervello avrebbe partorito simili pensieri, si sarebbe messo a ridere fino a doversi asciugare le lacrime.

La foresta era sempre più buia e impraticabile, il procedere era difficoltoso, scivoloso; certi fiori che adornavano alcune piante erano meravigliosi, ma con un’aspetto sinistro, fatale. Lindberg non si era mai sentito così smarrito prima di allora. Il suo viso liscio e austero era butterato dalle punture di piccolissime zanzare che infestavano l’aria. Voleva grattarsi, scorticarsi la pelle con le unghie, ma sapeva che non sarebbe servito a niente, anzi, avrebbe pericolosamente ulcerato la sua cute esponendola all’assalto di agenti esterni. Ad un tratto, due maestosi massi emersero dall’intrico dinnanzi a lui. Erano alti almeno cinque o sei metri, coperti di muschi, fronde, arbusti e piccoli fiori viola scuro. Tra loro si apriva un sentiero angusto e coperto da un odoroso pacciame. Lindberg procedeva incespicando, si appoggiò alle rocce che lo circondavano con le mani per non scivolare. Era concentrato, ogni passo era calibrato attentamente, non si azzardava a guardare più avanti di un suo singolo passo. Così ne sarebbe uscito, sì,  ce l’avrebbe fatta, avrebbe ritrovato gli altri e la strada per il campo.

Un urlo di donna esplose all’improvviso. Gridava un nome: “Bert! Bert! Puoi sentirmi, Bert?!”. Lindberg la riconobbe all’istante, non gli pareva vero: era Lysanna Giaromi, la biologa molecolare che faceva parte della sua spedizione. “Bert” era il nome di battesimo del dottor Ormel, il capo del loro gruppo, un uomo severo con un forte senso di responsabilità. Come gli parve dolce il suono stridulo della voce di quella donna!

Lindberg affrettò il passo, per quanto gli fosse possibile, trainato da un impulso che gli faceva sfavillare gli occhi di speranza. Il ronzio persisteva, ma lui non lo sentiva tanto era concentrato a localizzare la fonte di quelle grida sconnesse. Si poteva percepire dal tono della Giaromi una disperazione e un’isteria che non sapeva se sarebbe stato in grado di placare. Urtò violentemente un ramo basso e cadde con un grugnito al suolo. I rami neri, visti da quella prospettiva, parevano arti protesi ad afferrarlo. Un gatto ci camminava sopra con grazia. No, non era possibile, Lindberg si schiaffeggiò forte, le punture di zanzara bruciarono come se ci avesse gettato sopra dell’acido, ma almeno era tornato in sé aggrappandosi al dolore che provava. Poi la vide, la sagoma di quella donna che non aveva sopportato per un attimo dal momento che si erano conosciuti: Lysanna gli parve addirittura bella mentre con gli abiti fradici e un evidente pallore funereo si faceva strada tra un intrico di giunchi brandendo un machete con la forza della disperazione. Lindberg si schiarì la voce e la chiamò. Dalle labbra screpolate non uscì che un belato che lo fece vergognare di se stesso. Lei alzò gli occhi dal sentiero e, quando si posarono su di lui, arsero di un misto di collera e gioia.

Lindberg si sentiva profondamente in colpa. Lei gli aveva appena raccontato come erano andate le cose da quando lui “li aveva mollati come degli stronzi”, non erano andate affatto bene, una sequela di eventi drammatici che avevano portato alla morte e alla dispersione il resto della comitiva della Règia Esplorazione Solmeda, della quale anche lui, Fausto Lindberg, faceva parte insieme ad altri sette membri, più le due guide e tre portatori che si erano trascinati le loro costose attrezzature per le rilevazioni per mezzo pianeta. Aveva visto morire Sammy, il giovane geografo. Un mattino l’avevano trovato al suo posto di guardia, ma non era più lui: era solo un involucro di pelle pieno di mosche, migliaia di piccole mosche che si fregavano avidamente le zampette e ronzavano. Ronzavano così intensamente da far perdere la ragione.

Lysanna intervallava il suo racconto con smorfie orribili, singhiozzava e il suo corpo latteo e fradicio sussultava. Lindberg si chiese se avrebbe dovuto abbracciarla in quel frangente, si chiese anche se lei non lo avrebbe respinto, sembrava attribuirgli tutte le colpe delle tragedie che non smetteva di elencare. Irma Cotton, l’entomologa aliena, era sparita, dispersa nel nulla. Era negli insetti che avrebbero trovato delle risposte a come uscire da quell’inferno, aveva decretato quella donna la notte prima di sparire; la sua faccia ossuta con un naso prominente sul quale fremevano le narici ad ogni sua parola rifulgeva illuminata da una piccola frontale, la frontale del Dott. Ormel, che, come un serio professionista tutto d’un pezzo, asseriva col capo con aria grave.

“Sembrava in crisi mistica quella pazza della Cotton!” bisbigliò infine Lysanna con un mezzo sorriso che si trasformò presto in un singhiozzo. Ormai erano calate le tenebre, il ronzio sembrava essersi affievolito, o forse erano le loro orecchie che si erano abituate. Difficile dirlo. Era troppo umido per accendere un fuoco. La torcia era al limite con la batteria, sarebbe stato saggio accenderla solo in situazioni di emergenza e non per darsi un illusorio conforto. E poi la luce avrebbe attirato nugoli di insetti. Lindberg si passò la mano sulla faccia, sentiva le cunette pulsanti delle punture di insetto che gli invadevano le gote. La Giaromi, lungi dal desiderare il suo conforto, si era assopita con la schiena contro un tronco e il suo respiro era tenue e regolare. Lui rimase solo coi suoi pensieri, le vicende tragiche che lei gli aveva narrato lo avevano reso sgomento lì per lì, ma ora non sapeva, si sentiva distante come se fosse già morto e sepolto da un pezzo. Pensò poi al gatto che aveva intravisto nella foresta e gli venne da piangere. Pianse in silenzio e, mentre copiose lacrime sgorgavano nell’oscurità, si addormentò.

La mattina successiva, Lindberg si svegliò con dei forti dolori in tutto il corpo, non era mai stato peggio, pensò mentre cercava di stirarsi la schiena aggrappandosi ad un ramo d’albero. Lysanna dormiva ancora, in una posizione che lui giudicò innaturale e malsana. Si avvicinò a lei e la scosse un poco, dovevano andarsene di lì, e in fretta. Il capo della Giaromi ciondolò e le ricadde in avanti, sul petto. Fausto tentò di sollevarglielo, ma ben presto si rese conto che era un corpo senza vita quello che si sforzava di rianimare. Il suo viso pallido ora sembrava in pace; le sue palpebre si alzarono all’improvviso rilasciando centinaia di mosche che uscirono dalle cavità oculari in una nube nera e minacciosa.

Egli cadde all’indietro con un grido e annaspò con le gambe prima di riuscire ad alzarsi tanto la paura lo cingeva in una morsa fatale. Non mangiava da giorni, ma il suo corpo pareva infischiarsene di quella debolezza: l’adrenalina che gli montava dentro lo fece correre come un ossesso in una direzione qualsiasi, l’importante era che lo portasse via da lì.

Quando il fiato corto lo obbligò a fermarsi, si rese conto di aver agito senza la minima lucidità. Il machete avrebbe potuto essergli utile per farsi strada nella vegetazione, invece l’aveva lasciato accanto al corpo di Lysanna, dove non sarebbe servito a niente. Il ronzio si era attenuato, almeno così gli parve, mentre il suo udito captava un rumore di acqua, uno scroscio in lontananza. Lindberg camminò per un tempo a lui indefinibile verso quel suono che si faceva via via più chiaro, mentre l’aria si appesantiva: era calda, densa, fili di nebbia strisciavano tra i tronchi come grigi serpenti. Un gatto guizzò davanti a lui, fulmineo. Egli raccolse le ultime forze che aveva e balzò nella sua direzione… voleva prenderlo! La nebbia, che ormai si era fatta fitta, nascondeva alla vista di Lindberg un crepaccio profondissimo nel quale egli precipitò venendo inghiottito dall’oscurità. Non emise nemmeno un gemito mentre, incredulo, si inabissava nelle viscere di un pianeta sconosciuto.

L’acqua lo avvolse e lo fece roteare, era salata, era calda, nera come l’abisso dal quale sgorgava. Fausto Lindberg si preparò a morire, i suoi pensieri non si riuscivano a focalizzare su una cosa precisa, frammenti di frasi, di volti, di suoni affollavano la sua mente sgomenta. Diane era una soldatessa addetta alla sicurezza della loro missione, i suoi capelli castano chiaro erano così luminosi, così vivi, così… La sua voce gli ricordava il suono dell’oboe, una strana voce per una donna, lui la trovava così sensuale… L’acqua lo sbatteva senza pietà, ma il colpo di grazia non arrivava, non ancora. Si chiamava Leopold, il suo gatto, come aveva potuto dimenticarlo? Da bambino, sulla stazione spaziale di Vega IV, lo seguiva nei condotti di aerazione, era impossibile perdersi se si seguiva la scia di Leopold, la sua coda sinuosa disegnava volute nell’aria. Leopold… Possibile che?…

I bambini Ukini hanno pelle verde che poi diventa gialla dopo i primi quindici anni di età. Lindberg aprì gli occhi e si trovò sotto lo sguardo di una miriade di facce verdi dall’aria stupita e divertita. Il cielo indaco del pianeta Paruvian lo folgorò con la sua primordiale bellezza. I suoi piedi erano carezzati dall’acqua di un fiume tiepido.

 

 

 

Bonucci

Giornate calde, giornate afose, il calciomercato impazzava in un’estate arida come non mai. E poi la pianura, quella dannata pianura colma di magazzini e container. La pianura ardeva. L’aria danzava sopra un asfalto cocente. Alla radio stavano parlando della faccenda di Bonucci, il difensore della Juventus. Alla fine di una veloce trattativa era passato al Milan del quale sarebbe inoltre diventato capitano. Avevano intervistato alcuni “illustri” del calcio italiano e ognuno di loro aveva detto la sua. C’erano gli indignati e gli stoici. Una bella parata di opinioni fine a se stesse.

Mario Cristoforo Bonucci rimuginava su questa e quella cosa e gli veniva da ridere pensando a “Bonucci qua, Bonucci là…”, lui manco si interessava di calcio, solo il nome aveva in comune, con quel tal Bonucci. Intanto continuava a camminare sul bordo della provinciale che la canicola pomeridiana aveva trasformato in un girone dell’inferno. La sua auto lo aveva mollato poco più indietro, nel bel mezzo di una trasmissione radiofonica dove venivano date le ultime news di mercato del campionato di serie A.

Non aveva il cellulare, lo aveva lasciato a casa, non amava portarselo sempre appresso, come un fottuto schiavo. Si immaginava come uno di quei portatori che si caricavano le portantine dei monarchi sulle loro schiene spezzate. Solo che il suo, di monarca, era leggero e piatto come una sottiletta, uno smartphone che vibrava per qualsiasi inezia: e mail, whatsapp, sua madre che non resisteva più di ventiquattr’ore senza fargli una telefonata, la fidanzata, Stefania, che si preoccupava per lui inutilmente, gli amici del circolo ciclistico che continuavano a taggarlo su facebook. Certo, un monarca potente, quello stupido smartphone; se tu non lo veneravi abbastanza, non lo guardavi, non lo toccavi, ci pensavano i tuoi conoscenti, quelli “nelle tue cerchie”, a rimetterti in carreggiata a colpi di notifiche. Ma che fine avevano fatto i “cazzi propri”?!

Bonucci ansimava ad ogni passo sotto un sole che pareva volerlo schiacciare come un insetto. Appoggiò debolmente la mano sul guardrail metallico alla sua destra e la ritrasse di colpo. Ustionava. Ci mancava che non prendesse fuoco. Ma quanti gradi ci saranno stati? Quaranta? Anche di più… Con questo caldo chissà quanti anziani che… Morire dal caldo? Ma come avveniva, precisamente?

I suoi piedi, rinchiusi in un paio di mocassini marroni dall’aspetto logoro, pulsavano. Una stazione di rifornimento all’orizzonte appariva un po’ sfocata, ma doveva essere vera, non un miraggio. Mario percepiva che i pensieri gli stavano sovraffollando la testa. Decise di concentrarsi su uno: arrivare là. Godersi una bella coca ghiacciata. O una fanta. O una sprite. Non importava. Arrivare. Passo dopo passo. Il sudore della sua fronte gli gocciolava negli occhi, abbassò la testa e proseguì guardando per terra. La linea bianca che delimitava la carreggiata era a tratti sbiadita. Pietroline. Vetri rotti sminuzzati piccolissimi. Cicche. Cicche. Cicche. Grette. Fazzoletti usati. Ciuffi d’erba impertinenti che il guardrail non riusciva a contenere. Una mano umana. Una mano?!

Bonucci scartò bruscamente di lato, come lo avesse morso un serpente, verso il centro della strada. Una motocicletta che arrivava a tutta velocità alle sue spalle lo evitò per un pelo riempiendolo di improperi. Lui saltò nuovamente per lo sgomento, questa volta nella direzione opposta, atterrò male su una caviglia e si accasciò a terra sbucciandosi i palmi delle mani. A quel punto il suo corpo aveva espulso più sudore che in tutta la camminata fino a lì. Aveva la camicia fradicia e, tremante, si alzò barcollando. Cercò con lo sguardo ciò che lo aveva così fortemente turbato. Poteva essersela immaginata, quella mano, uno scherzo del caldo… aveva sentito, non ricordava precisamente dove, di allucinazioni dovute all’aumento di temperatura, deliri della mente momentanei, una cosa normale, poteva capitare a tutti. Le sue ricerche continuarono per circa un quarto d’ora senza dare il benché minimo risultato. Percorse avanti e indietro il breve tratto di strada senza trovare la minima traccia di ciò che cercava. Si sentì sollevato. Poi inquieto. Avrebbe potuto stenderlo quella moto! E per cosa?! Una mano inventata? Pazzesco.

Zoppicava un po’, ma ormai la stazione di servizio era vicina. Nitida e definita. Una Punto nera lo affiancò rallentando, il finestrino del passeggero si aprì con un ronzio metallico. Al volante c’era una donna sulla quarantina con una sigaretta tra le dita e dei grossi occhiali scuri nei quali Bonucci si vide riflesso. Aveva davvero l’aria del derelitto. Lei aveva una voce energica e parlava con un tono altissimo, voleva essere gentile, forse, chiedendogli se aveva bisogno di aiuto, avrebbe potuto dargli uno strappo in città, lei era diretta lì, nessun disturbo, con il caldo che faceva, lei sarebbe già stata lì in preda alle visioni. Poi la donna tirò violentemente una boccata dalla sua sigaretta, il suo viso si allungò tanto che la sua pelle aderì con vigore al suo teschio. Solo allora Mario notò due bambini che con aria annoiata fissavano il vuoto, seduti sui sedili posteriori. Decise di ringraziare “del suo buon cuore” la signora fumatrice della Punto nera, lei aveva avuto un’impressione sbagliata, lui non aveva affatto bisogno d’aiuto, stava solo facendo una passeggiata. Quest’ultima frase gli sembrò una delle idiozie più grosse che avesse mai concepito, ma non aveva la benché minima voglia di essere catapultato nella macchina di una “buona samaritana” come quella.

La stazione di servizio proiettava sull’asfalto sottostante un’enorme ombra quadrata. Passarci attraverso, in quell’ombra paradisiaca, lo fece sentire davvero bene. Bonucci, una caviglia gonfia e il viso tendente al purpureo, entrò nel piccolo spaccio adiacente ai distributori di benzina. La temperatura era talmente bassa che si sentì una saetta ghiacciata percorrergli la spina dorsale. C’erano alcuni espositori zeppi di accessori per auto. Accanto alla cassa c’era un frigorifero ben fornito di bibite. Si sarebbe fatto una birra, ma non c’erano alcolici. Acchiappò una coca e si rivolse all’uomo alla cassa. Era un tipo grassoccio, pareva giovane, ma dimostrava di più. Aveva uno sguardo ebete. Portava il maglioncino. Cazzo, fuori c’erano quaranta gradi e lui se ne stava lì con il maglioncino! Certo che sto riscaldamento globale ce lo meritiamo proprio!

Da una minuscola televisione alle sue spalle stavano martellando con “il caso Bonucci” anche al Tg. Mentre pagava e il commesso gli porgeva lo scontrino Mario si accorse che egli aveva una mano sola. Indugiò un po’ troppo con lo sguardo sul moncherino. L’uomo gli disse che l’aveva persa in un incidente d’auto, quando era bambino, a un paio di chilometri da lì, fece un gesto vago nella direzione dalla quale l’avventore era venuto.

Guidava sua madre e, mentre si accendeva l’ennesima sigaretta, aveva sbandato ed era finita contro il guardrail a 90 km orari. A lui piaceva tenere il braccio fuori dal finestrino e la sua piccola mano era stata tranciata di netto dall’urto. Sua sorella era rimasta scioccata, non aveva voluto mai prendere la patente. L’uomo rise, ormai era acqua passata. Sua madre era morta di cancro. Sembrava trovare tutto molto divertente. Mario Cristoforo Bonucci non sapeva che dire, aveva esaurito le parole e aveva la gola secca, la coca era finita.

La calura di fuori lo avvolse come un’anaconda. La strada per la città era ancora lunga.

 

 

Flaming Monroe

Nacque da un utero divorato dal cancro, un miracolo a detta di tutti. Tutti poi, chi erano? La ridicola combriccola di sopravvissuti all’ultima, devastante, tempesta di radiazioni. Glenn Otherman, il Vecchio, aveva trentasei anni ed era il più vecchio esemplare umano, a detta loro, in circolazione; Kiku, la bambina cieca era arrivata al loro sgangherato accampamento la sera prima, disidratata e sporca di fuliggine fino al midollo, aveva spiegato la sua situazione con parole infantili e con riferimenti sensoriali parecchio strani e, ad ogni modo, non c’era stato il tempo materiale di preoccuparsi della sua storia dato l’imminente parto di Minnie Monroe, giovinetta, rossa di capelli e dal colorito verdastro, con un utero a puttane da chissà quanto. Edmund Periny era un ragazzino prossimo alla pubertà con un viso rotondo e una bocca carnosa sormontata da una fitta peluria vellutata, aveva occhi grigi duri come pietre e maneggiava la sua Smith&Wesson come uno sceriffo del far west.  Martha Stevenson si improvvisò levatrice. La vocazione le venne lì per lì e seppe che era la cosa giusta da fare, con il suo viso serio e concentrato e le mani insanguinate con le quali si scostava i biondi capelli a spaghetto che le scivolavano davanti agli occhi. Quando Minnie esalò il suo ultimo respiro, poco dopo il primo vagito di lui, Flaming, gli astanti si domandarono chi avesse fatto la parte del fecondatore per quell’ennesimo sciagurato abitante di un pianeta prossimo alla morte. Glenn disse che no, lui l’aveva incontrata circa cinque mesi prima e già lei lo era, in “dolce attesa”.  Edmund si fece una risatina; avrebbe voluto essere lui, il padre, eccome.

Martha fu come una madre per Flaming Monroe. Lei uccise per lui, per il suo dannato latte in polvere, per le sue medicine, per la sua protezione. Poi si puliva il coltello sulla coscia, sulla tela ruvida e color kaki dei pantaloni. Aveva un alone scuro in quel punto, a volte ne rideva. Gli altri presenti all’avvento della sua nascita presero col tempo direzioni diverse. Sicuramente fu di Glenn Otherman che Flaming sentì di più la mancanza, ma non lo disse a nessuno, nemmeno a sé stesso.

Niente saluti, niente cazzate. Martha era coriacea come uno stegosauro, aveva una ruga verticale tra gli occhi che non spariva mai. Il deserto arido era stupendo al tramonto, Flaming glielo vedeva riflesso negli occhi, sapeva che quello era il suo momento preferito della giornata e ne rispettava il silenzio, la sacralità.

Magari avrebbero incontrato qualcuno dei vecchi al prossimo pozzo, magari Glenn, magari avrebbero barattato un po’ di zeolite con dell’acquavite di fior di cactus. Sarebbe andata bene così.

 

Un libro: Il libro dei morti viventi

Nonostante sull’accattivante copertina troneggi il nome “Stephen King” scritto a caratteri cubitali, questa efficace raccolta di racconti che tratta il tema dei morti viventi, degli zombies, dalle più svariate prospettive, ne contiene solamente uno attribuito al suddetto scrittore e, a parer mio, non è nemmeno tra i più belli. Ce ne sono altri quindici, di racconti, e si fanno gustare come noccioline condite con un poco di sano raccapriccio.

illibrodeimortiviventi

Con questo libro ho ufficialmente inaugurato la mia entrata nel mondo degli zombies passando dalla magica porta della letteratura e l’effetto che ne ho ricevuto è stato la nascita di una fame crescente di altri titoli, libri, avventure tra orde di morti viventi in scenari postapocalittici popolati da un genere umano plasmato dall’orrore di una nuova sconvolgente realtà.

Uno dei racconti che più mi ha colpita è stato “I pezzi migliori” che, con un ribaltamento della prospettiva, affidando le redini della narrazione ad un orripilante morto vivente obeso, ha creato una piccola perla che non può che arricchire il fantastico universo zombie. Poi il racconto lungo “Come i cani di Pavlov” l’ho trovato molto coinvolgente e con un’ambientazione davvero suggestiva e claustrofobica; seguono le tetre atmosfere di “Sassofono” che si svolge un’Europa dell’Est devastata dalla guerra dove si uccide per accaparrarsi gli organi da vendere in un prolifico mercato asservito ai bisogni dell’Occidente.

Ciò che ha a che fare con il sangue, la carne, il sesso regna sovrano tra queste pagine che si destreggiano tra la marcescenza, lo scabroso e le più disparate devianze di un’umanità alla deriva; anche il romanticismo trova spazio però nel racconto che conclude l’antologia firmato Robert R. McCammon, un amore tenero e “carnale”al tempo stesso che riesce a condurre il lettore al di là dei confini del genere ed approdare a sensazioni inaspettate.

E…oh! L’introduzione dei curatori della raccolta e la prefazione del gran maestro George A. Romero non sono affatto da saltare!

 

 

– Lifavre –

Lifavre è un antico borgo di mare, profuma di salsedine e di pini marittimi. Le case sono piccole e arrampicate le une sulle altre, sono perlopiù gialle, ma qualcuna è blu. L’ora più bella è quando, al mattino presto, salpano dal porticciolo le imbarcazioni da pesca, ognuna sventolando le sue bandierine colorate, festeggiano il mare, i venti e le correnti propizie ogni mattina prima della pesca. Il sole a quell’ora rifulge dorato carezzando gli stretti viottoli lastricati di pietra chiara e cinti dalle ginestre, che in questa regione, pullulano in ogni dove. Gli abitanti di Lifavre sono pescatori o mercanti, ma anche artisti, sebbene in quel luogo l’arte non trovi fertili terreni. Il faro della sera richiama, oltre ad orde di uccelli marini, immagini cariche di malinconie e porta il sognatore a desiderare nuovi destini, nuovi lidi dove approdare.