Biblioteche

Non sono mai stata un’assidua frequentatrice di biblioteche.

Forse, quando ero bambina, si usava di meno andarci, non lo so. La biblioteca per l’infanzia di Genova si chiama Edmondo De Amicis che fu l’autore del libro “Cuore” che mi fece versare copiose lacrime in tenera età, non tanto quando seguiva la storia principale, che trovavo noiosa, quanto quando proponeva quei racconti-tragedia dal vago sapore patriottico-retrò come: “Sangue romagnolo”, “La piccola vedetta lombarda”, “Dagli Appennini alle Ande”, “Tamburino sardo” ed altri che ora non ricordo. Tale biblioteca era situata in un luogo abbastanza infausto, una strada molto trafficata che terminava con una galleria nera dai fumi dello smog dato che era spesso zeppa di auto ferme al semaforo coi loro vibranti tubi di scappamento. Non mi ricordo molto di come fosse all’interno. Dal di fuori dava un po’ l’idea di una prigione tante erano le inferriate che cingevano la facciata. Ad essere toccate, quelle sbarre, ti lasciavano la mano nera dalla sporcizia e dai fumi dei gas di scarico. Non posso dire di averne un bel ricordo.

La suddetta biblioteca fu poi traslata al Porto Antico in un luogo decisamente più accattivante e forse anche meno inquinato all’interno dei cosiddetti “Magazzini del Cotone”. Ci si accedeva tramite due rampe di scale mobili. Mia sorella minore la frequentava perché cantava nel “Coro della Biblioteca”, un’attività alla quale non partecipai mai, nemmeno come presenza fisica accessoria. Il mio primo anno alla facoltà di Lingue e Letterature straniere andavo lì a preparare alcuni esami con alcuni compagni di corso o amici che erano iscritti ad altre università. La mattina era un posto molto piacevole. C’era poca gente, ampie vetrate dalle quali si godeva di una bella vista sul porto, una luce perlopiù naturale, tinte pastello e un clima molto tranquillo. Il pomeriggio era molto difficile trovare un posto libero, era pieno di studenti. A volte capitavano delle scolaresche delle elementari particolarmente chiassose. I bagni erano bianchi piastrellati.

Un’altra biblioteca dalla quale credo che ogni studente genovese sia passato almeno una volta nella sua carriera scolastica è la più austera biblioteca “Berio”, situata in una viuzza in salita dietro via Fieschi, in pieno centro città. Praticamente impossibile trovare un posto a sedere a meno che non si arrivasse con il canto del gallo a piantonare l’entrata cercando di schivare abilmente l’ennesimo adepto di “Lotta Comunista” che era capace di piantarti un pippone di mezzora se non lo mandavi a cagare o ti fingevi sordomuto. La biblioteca si sviluppava su tre piani, aveva una miriade di scaffali metallici pieni di testi dei più svariati argomenti e certi anche molto antiquati. C’erano poi dei libri in un magazzino ai quali potevi accedere solo chiedendone espressamente all’impiegata al momento di averli in prestito. Le pareti erano di grigio cemento armato, alla Le Corbusier. C’era anche un grosso gatto che si aggirava tra le corsie e i banchi. I posti a sedere erano davvero tanti, ma gremiti di gente. Spesso finiva che mi sedevo su una panchina dello spoglio cortile interno all’edificio a tentare di concentrarmi su una frase che rileggevo compulsivamente e a fumare una sigaretta dopo l’altra. I libri che prendevo in prestito non erano per piacere personale, ma esclusivamente funzionali allo studio. Qualche volta ho affittato dei VHS.

Non ho idea di quante biblioteche ci siano a Genova. Io ne ho frequentate tre. La mia preferita fu l’ultima che scoprii: la biblioteca “Lercari”. Si trova dentro Villa Imperiale, un piccolo parco nel quartiere di San Fruttuoso. Conoscevo quella villa, i miei nonni che abitavano nella parte alta di quel quartiere andavano spesso a fare la spesa lì vicino e a volte ci facevamo due passi, altre ci passavamo davanti e basta. Per un periodo mi trovai a fare le pulizie una volta a settimana in casa dei miei prozii che vivevano non distante da lì. Spesso mi portavo dietro la mia cagnolina, Rubia, che si annoiava da morire e mi piagnucolava dietro tutta la mattina, poi andavamo un po’ a Villa Imperiale, lei giocava e conosceva altri cani, io notai che nell’edificio che troneggiava sul parco c’era una splendida biblioteca. Era un po’ distante da casa dei miei, ma mi piaceva andarci, andavamo io e Rubia, a volte c’era qualche amico/a che studiava lì; il palazzo della “Lercari” era antico con ampie finestre e freschi pavimenti di marmo, c’era quasi sempre posto, ogni tanto mi prendevo una pausa per fumare e fare sgranchire il cane che mentre studiavo dormiva sotto il tavolo, una vera pacchia!

Le biblioteche sono luoghi a me graditi. Qualcuna mi piace più di altre. Ho pensato che, data la piega che ha preso al momento questo blog, tra il leggere e lo scrivere, ci poteva stare il parlare di questi luoghi di pace ancora magicamente silenti, o quasi, nei quali si respira una sacralità che è andata perduta in molti di quelli che si definiscono luoghi di culto.

Un posto dove si parla a voce bassa e dove si è protetti da pareti e pareti di libri che aspettano lì, come piccole porte verso luoghi ancora sconosciuti.

Bonucci

Giornate calde, giornate afose, il calciomercato impazzava in un’estate arida come non mai. E poi la pianura, quella dannata pianura colma di magazzini e container. La pianura ardeva. L’aria danzava sopra un asfalto cocente. Alla radio stavano parlando della faccenda di Bonucci, il difensore della Juventus. Alla fine di una veloce trattativa era passato al Milan del quale sarebbe inoltre diventato capitano. Avevano intervistato alcuni “illustri” del calcio italiano e ognuno di loro aveva detto la sua. C’erano gli indignati e gli stoici. Una bella parata di opinioni fine a se stesse.

Mario Cristoforo Bonucci rimuginava su questa e quella cosa e gli veniva da ridere pensando a “Bonucci qua, Bonucci là…”, lui manco si interessava di calcio, solo il nome aveva in comune, con quel tal Bonucci. Intanto continuava a camminare sul bordo della provinciale che la canicola pomeridiana aveva trasformato in un girone dell’inferno. La sua auto lo aveva mollato poco più indietro, nel bel mezzo di una trasmissione radiofonica dove venivano date le ultime news di mercato del campionato di serie A.

Non aveva il cellulare, lo aveva lasciato a casa, non amava portarselo sempre appresso, come un fottuto schiavo. Si immaginava come uno di quei portatori che si caricavano le portantine dei monarchi sulle loro schiene spezzate. Solo che il suo, di monarca, era leggero e piatto come una sottiletta, uno smartphone che vibrava per qualsiasi inezia: e mail, whatsapp, sua madre che non resisteva più di ventiquattr’ore senza fargli una telefonata, la fidanzata, Stefania, che si preoccupava per lui inutilmente, gli amici del circolo ciclistico che continuavano a taggarlo su facebook. Certo, un monarca potente, quello stupido smartphone; se tu non lo veneravi abbastanza, non lo guardavi, non lo toccavi, ci pensavano i tuoi conoscenti, quelli “nelle tue cerchie”, a rimetterti in carreggiata a colpi di notifiche. Ma che fine avevano fatto i “cazzi propri”?!

Bonucci ansimava ad ogni passo sotto un sole che pareva volerlo schiacciare come un insetto. Appoggiò debolmente la mano sul guardrail metallico alla sua destra e la ritrasse di colpo. Ustionava. Ci mancava che non prendesse fuoco. Ma quanti gradi ci saranno stati? Quaranta? Anche di più… Con questo caldo chissà quanti anziani che… Morire dal caldo? Ma come avveniva, precisamente?

I suoi piedi, rinchiusi in un paio di mocassini marroni dall’aspetto logoro, pulsavano. Una stazione di rifornimento all’orizzonte appariva un po’ sfocata, ma doveva essere vera, non un miraggio. Mario percepiva che i pensieri gli stavano sovraffollando la testa. Decise di concentrarsi su uno: arrivare là. Godersi una bella coca ghiacciata. O una fanta. O una sprite. Non importava. Arrivare. Passo dopo passo. Il sudore della sua fronte gli gocciolava negli occhi, abbassò la testa e proseguì guardando per terra. La linea bianca che delimitava la carreggiata era a tratti sbiadita. Pietroline. Vetri rotti sminuzzati piccolissimi. Cicche. Cicche. Cicche. Grette. Fazzoletti usati. Ciuffi d’erba impertinenti che il guardrail non riusciva a contenere. Una mano umana. Una mano?!

Bonucci scartò bruscamente di lato, come lo avesse morso un serpente, verso il centro della strada. Una motocicletta che arrivava a tutta velocità alle sue spalle lo evitò per un pelo riempiendolo di improperi. Lui saltò nuovamente per lo sgomento, questa volta nella direzione opposta, atterrò male su una caviglia e si accasciò a terra sbucciandosi i palmi delle mani. A quel punto il suo corpo aveva espulso più sudore che in tutta la camminata fino a lì. Aveva la camicia fradicia e, tremante, si alzò barcollando. Cercò con lo sguardo ciò che lo aveva così fortemente turbato. Poteva essersela immaginata, quella mano, uno scherzo del caldo… aveva sentito, non ricordava precisamente dove, di allucinazioni dovute all’aumento di temperatura, deliri della mente momentanei, una cosa normale, poteva capitare a tutti. Le sue ricerche continuarono per circa un quarto d’ora senza dare il benché minimo risultato. Percorse avanti e indietro il breve tratto di strada senza trovare la minima traccia di ciò che cercava. Si sentì sollevato. Poi inquieto. Avrebbe potuto stenderlo quella moto! E per cosa?! Una mano inventata? Pazzesco.

Zoppicava un po’, ma ormai la stazione di servizio era vicina. Nitida e definita. Una Punto nera lo affiancò rallentando, il finestrino del passeggero si aprì con un ronzio metallico. Al volante c’era una donna sulla quarantina con una sigaretta tra le dita e dei grossi occhiali scuri nei quali Bonucci si vide riflesso. Aveva davvero l’aria del derelitto. Lei aveva una voce energica e parlava con un tono altissimo, voleva essere gentile, forse, chiedendogli se aveva bisogno di aiuto, avrebbe potuto dargli uno strappo in città, lei era diretta lì, nessun disturbo, con il caldo che faceva, lei sarebbe già stata lì in preda alle visioni. Poi la donna tirò violentemente una boccata dalla sua sigaretta, il suo viso si allungò tanto che la sua pelle aderì con vigore al suo teschio. Solo allora Mario notò due bambini che con aria annoiata fissavano il vuoto, seduti sui sedili posteriori. Decise di ringraziare “del suo buon cuore” la signora fumatrice della Punto nera, lei aveva avuto un’impressione sbagliata, lui non aveva affatto bisogno d’aiuto, stava solo facendo una passeggiata. Quest’ultima frase gli sembrò una delle idiozie più grosse che avesse mai concepito, ma non aveva la benché minima voglia di essere catapultato nella macchina di una “buona samaritana” come quella.

La stazione di servizio proiettava sull’asfalto sottostante un’enorme ombra quadrata. Passarci attraverso, in quell’ombra paradisiaca, lo fece sentire davvero bene. Bonucci, una caviglia gonfia e il viso tendente al purpureo, entrò nel piccolo spaccio adiacente ai distributori di benzina. La temperatura era talmente bassa che si sentì una saetta ghiacciata percorrergli la spina dorsale. C’erano alcuni espositori zeppi di accessori per auto. Accanto alla cassa c’era un frigorifero ben fornito di bibite. Si sarebbe fatto una birra, ma non c’erano alcolici. Acchiappò una coca e si rivolse all’uomo alla cassa. Era un tipo grassoccio, pareva giovane, ma dimostrava di più. Aveva uno sguardo ebete. Portava il maglioncino. Cazzo, fuori c’erano quaranta gradi e lui se ne stava lì con il maglioncino! Certo che sto riscaldamento globale ce lo meritiamo proprio!

Da una minuscola televisione alle sue spalle stavano martellando con “il caso Bonucci” anche al Tg. Mentre pagava e il commesso gli porgeva lo scontrino Mario si accorse che egli aveva una mano sola. Indugiò un po’ troppo con lo sguardo sul moncherino. L’uomo gli disse che l’aveva persa in un incidente d’auto, quando era bambino, a un paio di chilometri da lì, fece un gesto vago nella direzione dalla quale l’avventore era venuto.

Guidava sua madre e, mentre si accendeva l’ennesima sigaretta, aveva sbandato ed era finita contro il guardrail a 90 km orari. A lui piaceva tenere il braccio fuori dal finestrino e la sua piccola mano era stata tranciata di netto dall’urto. Sua sorella era rimasta scioccata, non aveva voluto mai prendere la patente. L’uomo rise, ormai era acqua passata. Sua madre era morta di cancro. Sembrava trovare tutto molto divertente. Mario Cristoforo Bonucci non sapeva che dire, aveva esaurito le parole e aveva la gola secca, la coca era finita.

La calura di fuori lo avvolse come un’anaconda. La strada per la città era ancora lunga.

 

 

Flaming Monroe

Nacque da un utero divorato dal cancro, un miracolo a detta di tutti. Tutti poi, chi erano? La ridicola combriccola di sopravvissuti all’ultima, devastante, tempesta di radiazioni. Glenn Otherman, il Vecchio, aveva trentasei anni ed era il più vecchio esemplare umano, a detta loro, in circolazione; Kiku, la bambina cieca era arrivata al loro sgangherato accampamento la sera prima, disidratata e sporca di fuliggine fino al midollo, aveva spiegato la sua situazione con parole infantili e con riferimenti sensoriali parecchio strani e, ad ogni modo, non c’era stato il tempo materiale di preoccuparsi della sua storia dato l’imminente parto di Minnie Monroe, giovinetta, rossa di capelli e dal colorito verdastro, con un utero a puttane da chissà quanto. Edmund Periny era un ragazzino prossimo alla pubertà con un viso rotondo e una bocca carnosa sormontata da una fitta peluria vellutata, aveva occhi grigi duri come pietre e maneggiava la sua Smith&Wesson come uno sceriffo del far west.  Martha Stevenson si improvvisò levatrice. La vocazione le venne lì per lì e seppe che era la cosa giusta da fare, con il suo viso serio e concentrato e le mani insanguinate con le quali si scostava i biondi capelli a spaghetto che le scivolavano davanti agli occhi. Quando Minnie esalò il suo ultimo respiro, poco dopo il primo vagito di lui, Flaming, gli astanti si domandarono chi avesse fatto la parte del fecondatore per quell’ennesimo sciagurato abitante di un pianeta prossimo alla morte. Glenn disse che no, lui l’aveva incontrata circa cinque mesi prima e già lei lo era, in “dolce attesa”.  Edmund si fece una risatina; avrebbe voluto essere lui, il padre, eccome.

Martha fu come una madre per Flaming Monroe. Lei uccise per lui, per il suo dannato latte in polvere, per le sue medicine, per la sua protezione. Poi si puliva il coltello sulla coscia, sulla tela ruvida e color kaki dei pantaloni. Aveva un alone scuro in quel punto, a volte ne rideva. Gli altri presenti all’avvento della sua nascita presero col tempo direzioni diverse. Sicuramente fu di Glenn Otherman che Flaming sentì di più la mancanza, ma non lo disse a nessuno, nemmeno a sé stesso.

Niente saluti, niente cazzate. Martha era coriacea come uno stegosauro, aveva una ruga verticale tra gli occhi che non spariva mai. Il deserto arido era stupendo al tramonto, Flaming glielo vedeva riflesso negli occhi, sapeva che quello era il suo momento preferito della giornata e ne rispettava il silenzio, la sacralità.

Magari avrebbero incontrato qualcuno dei vecchi al prossimo pozzo, magari Glenn, magari avrebbero barattato un po’ di zeolite con dell’acquavite di fior di cactus. Sarebbe andata bene così.

 

– Nocturna –

I bisnonni degli anziani di Nocturna sapevano cosa significava vivere in una città circondata dalla più meravigliosa delle brughiere. L’avevano narrato ai loro figli, ai loro nipoti e costoro l’avevano a loro volta tramandato. Poi un dì, tutto mutò: la brughiera si fece deserto, un caldo inclemente sferzava dall’alba al tramonto, un caldo velenoso, mortale. Gli abitanti decisero così di capovolgere le loro abitudini, di vivere nell’oscurità anziché affrontare i raggi di un sole assassino e Nocturna, coi suoi alti palazzi colmi di fregi ed intarsi della sua età dell’oro, si abituò a vivere di notte ed esser silenziosa e spettrale nelle ore diurne. Il vento rovente, portatore di sabbie turbinanti, è il suo unico viandante quando le grandi strade, un tempo gremite di carrozze, ardono e restituiscono il calore pulsante ad un’aria satura di polveri sottili. Le nottate iniziano dopo tramonti sfolgoranti che si riflettono sulle infinite schiere di pannelli solari che rivestono tutta la città adempiendo alla sua enorme richiesta di energia: la notte di Nocturna non conosce l’oscurità. Essa viene scacciata con le sue illuminazioni pirotecniche e ogni tipo di luminescenza artificiale: una città davvero all’avanguardia nella produzione di lampade d’ogni sorta! Fondata dal pioniere ed industriale Emil Frank Nocturna, grande esportatore di profumi per ambienti realizzati con le primizie offerte dalla vasta brughiera circostante, questa grande metropoli ha sempre vantato un cospicuo numero di creativi, cosa che le permise di reinventarsi anche nelle peggiori difficoltà ritornando all’antica prosperità.

Un libro: Panino al Prosciutto

Avevo in mente di scrivere qualche riga su qualche libro che mi è piaciuto. Ieri ne ho finito uno e mi sono detta: perché non iniziare proprio con questo? Premetto che non ho alcuna intenzione di scrivere recensioni, né di incensare o smerdare questo o quel libro…cioè è difficile che io mi imponga di finire un libro se non mi appaga leggerlo (non siamo mica obbligati a sorbirci le robe che scrive qualcuno se ci non dà piacere farlo, no?) e in definitiva la mia idea era giusto quella di fornire uno spunto a chi fosse a caccia di un libro condividendo semplicemente la mia esperienza di lettrice.

paninoalprosciutto

Questo libro si fa leggere tutto di un fiato, periodi brevi, una mitragliatrice di parole che lasciano il segno, a tratti fanno anche inorridire. Parzialmente autobiografico, narra le vicende di Henri Chinaski, prima bambino, poi adolescente e uomo, nella Los Angeles della seconda metà degli anni ’30 fino a giungere all’entrata in guerra degli Usa nella seconda guerra mondiale. Henri, nato in Germania e poi emigrato negli Usa, vive con una famiglia il cui padre si appiglia con tutte le sue forze al sogno americano, alla sua idea di felicità, ad una ricchezza impossibile e ad un appagamento illusorio proiettando le sue aspettative su un figlio di tutt’altra sensibilità che deve scontare la pochezza e le angherie familiari e la ruvida realtà della Grande Depressione annacquata dalle bugie e dalle promesse infrante della classe dirigente con le quali la sua generazione è stata cresciuta per diventare un’esercito di animali da soma svolgendo quello che viene chiamato “un’onesto lavoro” e diventare poi carne da macello durante la guerra. L’alcool rappresenterà per lui una via fuga, una porta sul retro affacciata su un vicolo malfamato, non gli darà felicità, ma lo terrà almeno lontano da quell’aberrante normalità che le persone comuni chiamano vita. Personalmente ho apprezzato molto questo libro, alcuni hanno definito Bukowski un esponente del cosiddetto “realismo sporco”, ma non è forse vero che quando si vuole parlare francamente si fa appello alla “sporca realtà”?

 

– Grisha –

In una valle scura sorge Grisha, cittadina di frontiera. Tutti i viandanti diretti al nord prima o poi passano di lì, in cerca di equipaggiamenti e provviste. La si raggiunge attraverso un sentiero che si snoda in un silenzioso bosco di antichi abeti, un luogo di ombre, sporadici fasci di luce che filtrano tra le verdi e folte fronde. Il bisbigliante rumore del ruscello segnala l’arrivo prossimo alle porte lignee della città; dopo sopraggiunge il vociare allegro e indaffarato degli abitanti, la risata sensuale e rude di una donna dalle mani forti, lo scalpiccio di qualche cane di strada e poi il profumo dello stufato di montone che come un richiamo celestiale guida le stanche membra dell’avventuriero verso le solide panche di legno dell’osteria. Grisha spesso sta sotto cieli di piombo, ha le strade infangate e costellate di fusti d’acciaio infuocati, intorno ai quali abitanti e girovaghi in attesa della partenza condividono racconti e acquavite.

– Lifavre –

Lifavre è un antico borgo di mare, profuma di salsedine e di pini marittimi. Le case sono piccole e arrampicate le une sulle altre, sono perlopiù gialle, ma qualcuna è blu. L’ora più bella è quando, al mattino presto, salpano dal porticciolo le imbarcazioni da pesca, ognuna sventolando le sue bandierine colorate, festeggiano il mare, i venti e le correnti propizie ogni mattina prima della pesca. Il sole a quell’ora rifulge dorato carezzando gli stretti viottoli lastricati di pietra chiara e cinti dalle ginestre, che in questa regione, pullulano in ogni dove. Gli abitanti di Lifavre sono pescatori o mercanti, ma anche artisti, sebbene in quel luogo l’arte non trovi fertili terreni. Il faro della sera richiama, oltre ad orde di uccelli marini, immagini cariche di malinconie e porta il sognatore a desiderare nuovi destini, nuovi lidi dove approdare.