Un libro: Tarabas

Ho recentemente parlato delle biblioteche della mia città natale. Questo libro proviene da una biblioteca che frequento da poco: la biblioteca di Castelnovo ne’ Monti. Da quando l’ho scoperta, non riesco a smettere di affittarci libri nonostante ne abbia già molti miei, digitali e non, che aspettano di essere letti. Come mi piace aggirarmi tra gli scaffali in cerca di una “preda di lettura”! La cosa che mi dà più gusto è quella di scoprire autori che non conosco e che altrimenti non avrei mai conosciuto, farmi guidare dal caso, farmi solleticare l’interesse dalle grafiche delle copertine! Mi sono data una sola regola: mai prendere due volte la stessa casa editrice o lo stesso autore. Ho scoperto un paio di autori che credo leggerò ancora, uno è Elmore Leonard, americano, scrive roba pulp, apprezzato da Tarantino, leggendolo si capisce facilmente il perché; l’altro è lo svizzero Friederich Glauser, uomo che ebbe una vita turbolenta, girovaga e segnata dalla dipendenza da morfina, scrisse una serie di romanzi polizieschi che gli valsero il titolo di “Simenon svizzero”, la serie del sergente Studer, ed altri di cui una parte autobiografici ai quali appartiene “Morfina” che è quello che sto leggendo in questi giorni, una serie di racconti scollegati cronologicamente che prende il titolo da uno di essi, ma tratta di molteplici argomenti oltre che della sua travagliata relazione con la suddetta sostanza.

“Tarabas” invece è tutt’altra storia. L’autore, Joseph Roth, lo conoscevo già dai tempi del liceo, avevo letto un suo libro, “Confessione di un assassino”, e mi era piaciuto molto. Poi nel tempo me ne erano capitati altri: “La cripta dei cappuccini”, “La leggenda del santo bevitore”, “Il peso falso”.

Questo libro mi intrigò subito perchè narrava la vita di un uomo definito al contempo “un santo e un assassino”.

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Nikolaus Tarabas, questo è nome del protagonista, era senza dubbio un individuo inquieto. La sua forma mutò spesso nella sua esistenza, ma sempre adattandosi malamente alla sua epoca ed agli altri individui, ai valori comunemente ritenuti importanti, al sacro, alle aspettative della sua triste famiglia di piccoli proprietari terrieri cinta da un che di decadente e stantio. Egli non si risparmiò mai perseguendo la sua strada, proseguì fino all’estremo raschiando il fondo del barile di se stesso.

Joseph Roth dipinge attraverso la sua figura il cambiamento che segnò la Russia all’epoca della rivoluzione, l’estenuante conflitto mondiale che portò perdite e miseria, lo stravolgimento dei sistemi di potere che conseguì alla deposizione dello Zar e come questo mutamento si riversò tra le genti e tra coloro che tiravano le fila della società zarista.

“Tarabas” racconta un uomo profondamente solo, un uomo perennemente di passaggio, “un ospite su questa terra”.

A mio parere il libro più bello di Joseph Roth che abbia letto finora.

 

 

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Un libro: Panino al Prosciutto

Avevo in mente di scrivere qualche riga su qualche libro che mi è piaciuto. Ieri ne ho finito uno e mi sono detta: perché non iniziare proprio con questo? Premetto che non ho alcuna intenzione di scrivere recensioni, né di incensare o smerdare questo o quel libro…cioè è difficile che io mi imponga di finire un libro se non mi appaga leggerlo (non siamo mica obbligati a sorbirci le robe che scrive qualcuno se ci non dà piacere farlo, no?) e in definitiva la mia idea era giusto quella di fornire uno spunto a chi fosse a caccia di un libro condividendo semplicemente la mia esperienza di lettrice.

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Questo libro si fa leggere tutto di un fiato, periodi brevi, una mitragliatrice di parole che lasciano il segno, a tratti fanno anche inorridire. Parzialmente autobiografico, narra le vicende di Henri Chinaski, prima bambino, poi adolescente e uomo, nella Los Angeles della seconda metà degli anni ’30 fino a giungere all’entrata in guerra degli Usa nella seconda guerra mondiale. Henri, nato in Germania e poi emigrato negli Usa, vive con una famiglia il cui padre si appiglia con tutte le sue forze al sogno americano, alla sua idea di felicità, ad una ricchezza impossibile e ad un appagamento illusorio proiettando le sue aspettative su un figlio di tutt’altra sensibilità che deve scontare la pochezza e le angherie familiari e la ruvida realtà della Grande Depressione annacquata dalle bugie e dalle promesse infrante della classe dirigente con le quali la sua generazione è stata cresciuta per diventare un’esercito di animali da soma svolgendo quello che viene chiamato “un’onesto lavoro” e diventare poi carne da macello durante la guerra. L’alcool rappresenterà per lui una via fuga, una porta sul retro affacciata su un vicolo malfamato, non gli darà felicità, ma lo terrà almeno lontano da quell’aberrante normalità che le persone comuni chiamano vita. Personalmente ho apprezzato molto questo libro, alcuni hanno definito Bukowski un esponente del cosiddetto “realismo sporco”, ma non è forse vero che quando si vuole parlare francamente si fa appello alla “sporca realtà”?

 

E come un orso che si lascia alle spalle l’inverno…

La rigidità del clima invernale sembra un ricordo, ma…tornerà, e pensando questo adocchio cumuli di legna abbondonati al sottobosco, prendi questo, prendi quello, riempi il bancale di tocchetti. L’inverno è finito, ma in campagna lo devi tener presente che ce ne sarà un altro, presto, troppo presto, quindi la legna va fatta, con disciplina, calma, rigore…tutte qualità che non mi sono molto affini, ma mi piace mettermi alla prova…

La primavera è incredibilmente bella, calda, viva…il verde ha soppiantato i toni bruni nei boschi,  i prati sfoggiano erba alta e smeraldina, i fiori ondeggiano al vento e tingono i campi di giallo, bianco, azzurrino.

I cani lasciano la loro scia nell’erba mentre ci corrono a predifiato, piccoli motoscafi in un mare verde! Hanno spesso il naso all’insù e le orecchie in allerta, sperano di sentire la presenza di qualche animale selvatico e di potersi buttare così in un folle inseguimento, verso le loro origini di predatori. Molte volte mi coglie una certa preoccupazione vedendoli sparire nella boscaglia e sentendoli latrare per l’eccitazione di aver adocchiato una preda, ma devo ammettere che vederli correre vicini, come dei lupi in formazione da caccia, è davvero emozionante e a volte non riesco a resistere alla tentazione di vederli correre ancora in questo modo, meraviglioso e ancestrale.

In questi mesi credo di aver capito che cosa s’intende con l’accezione “clima continentale”. Eppure non sono poi così distante da dove vivevo prima. Ma dal punto di vista climatico cambia tutto, davvero!

Oggi il tempo è piovoso, la pioggia è verticalissima. Non una bava di vento. Nebbia. Nebbia che da stamani avvolge la collina come una vecchia ragnatela impolverata. E io che guardo fuori e vedo apparire e scomparire il bosco di fronte.  Non ero abituata alla nebbia, nè a questo tipo di piovosità…i cani fanno la cuccia e io mi sento così distante dal resto di cose che stanno al di là della nebbia.

I soffioni bagnati hanno tutto un altro aspetto.

Attendo il profumo dei campi all’apparire del prossimo sole.