04. Vecchie abitudini, nuovo Sé

La slitta trainata dai cani giunse ad un villaggio le cui basse abitazioni erano coperte da una spessa coltre di neve. L’uomo che la conduceva gridava secchi comandi ai suoi cani con una voce roca che si perdeva nel silenzio della notte innevata; gli animali ubbidivano come un unico, possente essere. I pattini della slitta sibilavano e Jay, legato strettamente al corpo di essa, era semiaddormentato, cullato da quel suono ipnotico. Improvvisamente, appena dopo l’ennesimo urlo del conduttore, i cani sterzarono e si infilarono in uno stretto viottolo che, contornato da due muri di cinta, portava al cortile di un edificio basso e lungo. A prima vista pareva un ambulatorio o una scuola. Una donna era ferma in piedi sul porticato di cemento, probabilmente li stava aspettando. Il suo volto era imperscrutabile, freddo e geometrico, i suoi lineamenti sembravano disegnati col righello. La slitta era ferma ormai. Jay Fox Middlethorne si guardò intorno muovendo a fatica la testa pesante, si sentiva stanchissimo, privo di forze. Il respiro caldo dei cani produceva delle ritmiche nuvolette di vapore che apparivano intermittenti, rischiarate dalla luce che illuminava il porticato, dove quell’austera donna non aveva mutato posizione.

“Ne ho trovato un altro, miss Adelby!” gracchiò il conduttore rivolto alla donna, poi iniziò a trafficare con le cinghie che assicuravano Jay alla slitta. Miss Adelby sembrava annoiata, sbuffò e scribacchiò qualcosa su un taccuino che aveva in tasca. Portava un rigido tailleur militare color cachi con sopra una pesante giacca foderata di pelliccia sintetica. “Pensavamo che la tormenta vi avesse inghiottito, signor Porlen.” disse lei infine sospirando. “Naaa,” fece lui gonfiandosi leggermente “questa è poca roba, signora. Potremmo partire seduta stante per un’altra ricognizione, io e la mia muta”; la donna accennò un glaciale sorriso, poi disse: “E il ragazzo? Può camminare?”

“È conciato male questo qui, rischia l’ipotermia.” rispose Porlen caricandosi l’esile corpo di Jay su una spalla, come un sacco di patate, dirigendosi nell’edificio attraversando il porticato illuminato da freddi neon. Due giovani donne, forse infermiere, gli vennero incontro aiutandolo a deporre il bambino su una branda ospedaliera le cui lenzuola puzzavano di disinfettante ed erano in certi punti macchiate di sangue che, nonostante fosse stato lavato, non era venuto via. Jay si sentì sprofondare in quella morbidezza avvolgente, su quel materasso sfondato che aveva accompagnato alla morte una moltitudine di soldati; non si accorse nemmeno di quando gli bucarono il braccio per infilargli una flebo di vitamine. Sentiva un vociare confuso e ombre indistinte che si muovevano nella stanza, poi si addormentò.

Il signor Porlen uscì sul porticato e tirò una boccata d’aria fresca a pieni polmoni, detestava l’odore degli ambulatori: puzzavano di malattia, di infezione, di morte, pensava. Miss Adelby stava fumando una sigaretta, una di quelle lunghe e strette. Una neve sottile aveva ripreso a cadere, turbinando freneticamente. Nonostante quello che aveva sostenuto prima con spavalderia, l’uomo pensò che la cosa migliore da fare fosse far riposare i cani e dargli una ciotola di meritata zuppa. Anche lui aveva fame, del resto; meditò di fare un salto alla mensa per vedere se fosse avanzato qualcosa dalla cena di quei ragazzini. Non ci sperava nemmeno troppo, mangiavano come cavallette, quelli.

“Ottimo lavoro, signor Porlen.” echeggiò alle sue spalle la voce della Adelby, mentre conduceva i cani al ricovero delle bestie, nella vecchia palestra. “Grazie, signora.” tagliò corto lui sparendo nell’oscurità punteggiata di bianchi fiocchi ballerini.

Quando Jay si svegliò doveva essere l’alba o poco prima. Spalancò i grandi occhi color del ghiaccio cerchiati di nero e si ritrovò a fissare il grigio soffitto della camerata dove era stato portato. Le prime luci penetravano da alcune anguste finestre situate molto in alto e fornite di pesanti sbarre dalle quali si stiracchiavano delle lunghe ombre oblique. C’erano altri letti oltre al suo, nella stanza, e anche altri bambini. Jay si chiese se non fosse capitato nuovamente in un orfanotrofio, quel pensiero gli piombò addosso avvilendolo profondamente. Poi pensò a quell’uomo: Uro Moggie. Era morto per davvero? Quello che era certo era che anche il vecchio Jay Fox Middlethorne era morto con lui. Era cambiato. Qualcosa di nuovo era germogliato dentro di lui, qualcosa di vivo. Lo doveva forse a quel giovane uomo che avevano abbandonato a ricoprirsi di neve sul ciglio di una strada? Jay pensava di sì, ne era convinto fermamente. E così meditando si rese conto di avere un obiettivo: tornare da Uro, ovunque egli si trovasse. Doveva sincerarsi di persona della sua dipartita. Altrimenti sarebbe stato un inutile vigliacco che meritava di marcire ai lavori forzati come tutti quei ragazzini che si aggiravano come spettri nelle miniere di Salburn.

Il suono di un campanaccio lo fece sussultare. Una donna, alta e grassa, entrò con passo pesante nella camerata, scuotendo energicamente una grossa campana da bestiame. Il suo volto esprimeva una cupa soddisfazione per quello che stava facendo. I dormienti si svegliarono bruscamente e scattarono in piedi a fianco del letto e iniziarono a rassettarlo freneticamente, le facce pallide e smunte e gli occhi privi d’espressione parevano appartenere a un’orda di catatonici. Jay li imitò alla svelta percependo il glaciale contatto dei suoi piedi nudi sul pavimento. La donna abbaiò un comando e i ragazzini si bloccarono sull’attenti. Indossavano tutti un grigio pigiama con il colletto bianco e dei piccoli bottoni avorio. Al segnale successivo iniziarono a spogliarsi fino a rimanere con addosso la sola biancheria: faceva un freddo del diavolo, pensò Jay, il cui sguardo andò immediatamente alla sedia metallica accanto al suo letto. Vi erano adagiati dei vestiti, perfettamente piegati e, sotto di essa, un paio di scarponcini di pelle che somigliavano vagamente a quelli che indossava miss Coney giorni addietro. I bambini si vestirono in fretta e presto anche Fox fu pronto a seguire i compagni che, in fila indiana, si apprestavano ad uscire dalla camerata. Quei vestiti erano consunti e pungevano, i pantaloni erano troppo corti per lui, che era alto per la sua età, ma si guardò bene dal grattarsi o dal manifestare una lamentela qualsiasi, aveva capito perfettamente che nessuno lo avrebbe  ascoltato.

I ragazzini giunsero, marciando a testa bassa, ad una stanza di fattura simile a quella del loro dormitorio, solo molto più grande: la mensa. C’erano lunghe file di tavoli e sedie. Alcuni erano già seduti e mangiavano avidamente da grosse tazze. Jay e quelli della sua camerata si misero in fila per ricevere la loro tazza e il cucchiaio. Alcune donne dall’aspetto severo, che, come miss Adelby, indossavano tailleur militari, sovrintendevano alla situazione. Impugnavano dei lucidi frustini per cavalli. Avevano tutte i capelli raccolti in una stretta crocchia sulla nuca e un imperscrutabile volto dal quale non traspariva un accenno di umanità. C’erano altre donne, poi: servivano una brodaglia beige pescandola con grossi mestoli da pentoloni fumanti. Esse erano abbigliate diversamente: indossavano delle retine nere sulla testa e un grosso grembiule azzurrino, dal quale spuntavano le maniche grigie e la lunga gonna di un ampio vestito dal tessuto pesante e grezzo. Jay guardava la nuca rasata del ragazzino dinnanzi a lui, dalla sommità del suo capo spuntavano ciuffi di capelli rossicci. “Chissà chi è costui?” si domandò, mentre la fila avanzava lentamente. Poi il suo sguardo si posò furtivamente sulle teste dei presenti e notò che tutti i bambini erano rapati allo stesso modo. Istintivamente si portò le mani scheletriche alla nuca e scoprì che avevano rasato anche lui.

“Ehi carino, mani lungo i fianchi!” sbraitò una donna non distante da lui. Jay si ricompose all’istante, chinando la testa. “Così si ragiona.” continuò lei. Fox percepì qualcosa di beffardo nel suo tono: gli montò una collera rovente che gli infiammò le orecchie e gli strinse la gola. Poco dopo teneva in mano una ciotola bianca di ceramica dai bordi venati e un cucchiaio recante delle poco invitanti macchie di unto; la lunga fila davanti alle pentole era quasi terminata. La brodaglia fluì nella ciotola che Jay protendeva in direzione di colei che, instancabilmente, ne riempiva una dopo l’altra. Il volto di quella donna era solcato da alcune rughe e la sua bianca pelle tremolava come un budino ad ogni suo movimento. Aveva occhi blu piegati all’ingiù che le conferivano un espressione sconsolata, da Madonna. La sua bocca sottile, malamente ispessita dal trucco, era rivolta anch’essa verso il basso. Jay pensò che la sua faccia somigliava a quella di un vecchio pesce infelice; poi egli si diresse a sedere accanto a due ragazzini smunti che trangugiavano avidamente la loro razione intingendovi alcuni tozzi di pane raffermo. Nessuno parlava, nessuno alzava la testa, nessuno guardava altrove. Tutti tenevano la testa china sulla loro tazza o sul mucchietto di pane secco, che veniva rimpolpato non appena si esauriva, rovesciandolo da dei grossi sacchi di carta che puzzavano di muffa. Jay imitava gli altri, ma percepiva nel suo intimo che qualcosa non andava, a prescindere dall’idea che si era fatto della situazione che stava vivendo. Sapeva bene cosa significasse vivere con degli altri bambini: dormire nella camerata, essere svegliati all’alba, mangiare in mensa tutti insieme; essere obbligati a nutrirsi di qualcosa di squallido, di rancido. Ma quel luogo era diverso. Non c’erano cameratismo, occhiate furtive, né l’ombra di un qualsivoglia dissenso: quel luogo era strano, spettrale. Gli unici rumori erano lo sciabordio di quel liquido caldo che scivolava giù per le avide gole dei presenti; i loro cucchiai che urtavano contro il materiale della tazza; il pane vuotato al centro del tavolo. Fugaci manine pallide scattavano procacciandosi quell’alimento secco e, altrettanto velocemente, lo portavano alla bocca ingurgitandolo dopo rapide masticate da criceto. Il contenuto della tazza di Jay emanava un vago odore di caffè sintetico. Il suo calore gli scaldava le mani, che cingevano il contenitore, ed egli rimase così, assorto, nell’atto di assorbirne il tepore. Jay fissò a lungo la superficie del liquido beige. Da quanto tempo non mangiava? Non lo ricordava. Poi si decise e portò la tazza alle labbra. Un forte dolore alla caviglia lo distolse dal suo intento. Il bambino davanti a lui gli aveva appena dato un calcio!

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03. Solo al mondo

Era successo tutto così in fretta, troppo in fretta. Jay Fox Middlethorne stava vivendo un brutale distacco dalla realtà. Erano stati i cinque giorni più intensi della sua giovane vita ed ora, sedeva accanto a quell’uomo che inizialmente aveva detto di chiamarsi miss Coney, poi era diventato il soldato semplice Preston, fino a diventare un certo Uro Moggie, membro di un’organizzazione paramilitare interplanetaria. Il bambino era confuso, il colore della sua pelle aveva virato al giallognolo, i neri capelli intrisi di sporcizia e sudore gli si erano incollati alla fronte. Uro Moggie era immobile, sdraiato a terra, nella polvere, con una pallottola nelle viscere; il suo respiro era flebile, il suo volto teso dallo sforzo per non perdere conoscenza;  “Acqua… ” bisbigliò “F-Fox… Dammi… Acqua…”
Jay si guardò intorno con fare smarrito finché notò una pozzanghera fangosa sul fondo di un fosso a pochi metri dal loro nascondiglio; dopo aver brevemente ragionato sul da farsi, egli si decise a muoversi verso di essa, strisciando a terra come un serpente. Gli erano sempre piaciuti, i serpenti, del resto. Era quasi buio e la paura di essere avvistato dai soldati, che gli serrava la gola, lo aveva trasformato in un animale guardingo e sfuggente. Il terreno scuro scorreva sotto il suo ventre; Jay avanzava lento, ma costante con gli occhi fissi sul riverbero dorato che l’ultima luce del giorno proiettava sulla liscia superficie di quell’acqua torbida. Gli venne quasi da sorridere, una smorfia di disperazione, quando vi giunse, tanto era passato da quando aveva bevuto l’ultima volta e da quanto gli sembrava allettante quella brodaglia terrosa che gli si parava davanti. Le sue labbra si tesero leggermente e il dolore che provò gli ricordò che erano coperte di piaghe, da cui fluirono alcune gocce di sangue delle quali percepì il sapore. Non sapeva come trasportare l’acqua a Uro Moggie quando, mentre il pensiero lo tormentava e i suoi occhi saettavano qua e là cercando una soluzione, notò che il suo braccio, ormai sprofondato nella pozza, vestiva la sua logora giacca di lana che si era puntualmente intrisa del prezioso liquido.

Il bambino pensò che forse l’uomo era morto. Era più pallido di prima, marmoreo. La bocca tiratissima, semiaperta, gli occhi chiusi. Gli fece gocciolare dell’acqua sul viso strizzando piano la sua manica, poi sulle labbra, qualche goccia si insinuò dentro. Uro emise un lieve colpo di tosse. Era vivo. Jay si sentì sollevato, non voleva rimanere solo, alla mercé di quelle orde di soldati affamati di vendetta. Avrebbe voluto che Uro gli parlasse, che gli dicesse che sarebbe andato tutto bene, che sarebbero usciti da quell’incubo; o al limite, che gli desse degli ordini, che gli dicesse cosa fare in modo da farlo sentire utile e occupargli la mente per un po’. Invece l’uomo giaceva al confine tra la vita e la morte e taceva. La notte era giunta, buia e senza luci. Jay tremava di freddo, gli umidi stracci che portava addosso gli stavano appiccicati alla pelle.
L’ultimo pasto, per così dire, che aveva consumato, risaliva al giorno prima quando, furtivamente, aveva depredato un bidone dell’immondizia dai rifiuti provenienti dalla mensa dei militari di Salburn. L’edificio, in realtà, era andato completamente distrutto nel poderoso incendio del quale lui e Uro erano responsabili, ma, ironia della sorte, il cassonetto della spazzatura lì adiacente, era rimasto intatto.
Al momento, Jay aveva così fame che il pensiero di sgranocchiare qualche foglia di cavolo marcia e del pane ammuffito, gli faceva venire l’acquolina in bocca. Mentre era immerso in questi sconsolati pensieri, il suo stomaco non la smetteva di contrarsi e brontolare; era come se si torcesse su sé stesso. “Si sta mangiando da solo” pensò il bambino scrutando nell’oscurità. Ad un certo punto, dopo pochi istanti che Jay si era assopito con la testa ciondolante sul petto, Uro Moggie parlò appena percettibilmente: “Sei qui, F-Fox?…R-Rispondi, Fox…”
“Sono qui!” esclamò lui destandosi all’improvviso “Sono qui, Uro, puoi sentirmi?”. La voce del piccolo Middlethorne era incrinata dalla disperazione, nonostante egli cercasse di mascherarlo; si rese conto, proprio in quel momento, che Uro Moggie era l’unica persona al mondo che gli fosse rimasta, l’unico testimone della sua esistenza. “D-Devi chiamarli… Non possiamo più… P-Più f-farcela da soli…” biascicò l’uomo morente con voce flebile. “Chi?! Chi devo chiamare?! Uro! Dimmelo, ti prego!” proruppe il bambino con voce acuta. “L-Lei.” rispose Moggie “ È scesa dopo di noi… L-La fermata… T-Treno… Lei sa.” un lunghissimo sospiro seguì tali parole; “Lei sa.” ripeté.

Poi iniziò a nevicare.

Dapprima non si posava. Poi iniziò a depositarsi, strato su strato e, in poco tempo, ogni cosa fu ricoperta. Si stava mettendo davvero male, pensò Jay. Uro invece, dopo l’immane sforzo di pronunciare le ultime, poche parole, era caduto in un sonno pesante. Era talmente buio che il bambino non poteva vedergli il viso, ma percepiva la distensione dei suoi lineamenti; il suo volto di giovane uomo, appena punteggiato di barba color rame, era placido come il suo respiro. Si stava forse arrendendo alla morte? Jay si sdraiò accanto a lui, meditava sul da farsi e sulle sue ultime frasi. “Lei sa.” rimuginò “Ma lei, chi?”. La sua coscienza si stava dibattendo tra il sonno e la veglia, gli pareva di vedere delle ombre più scure della notte che danzavano dinnanzi a lui. Una stella lontana ardeva di un calore irreale, una stella cadente, una stella che sfrecciava nell’oscurità. Era così vicina che gli parve di poterla afferrare, un sogno bellissimo, pensava il bambino, “Anche Uro si scalderà…”
“Ehi! Ragazzo, sveglia, accidenti!” la voce roca di un uomo giungeva, da lontanissimo, alle orecchie di Jay. “Ehi! Ehi! Forza, su!” l’uomo prese a scuoterlo come un fuscello, la luce di una lanterna gli illuminava parzialmente il viso che era coperto da una foltissima barba grigia. Dai baffi pendevano alcuni ghiaccioli come stalattiti. “Lui… lui sta male, sta male, aiutalo!” gracchiò il bambino indicando il corpo di Uro Moggie che, giaceva lì accanto, coperto di neve. L’uomo barbuto gli si avvicinò, esaminandolo. “Mi dispiace, figliolo…” disse infine scuotendo la testa “Il tuo amico non ce l’ha fatta.”
Jay non credeva alle sue orecchie, non voleva crederci! Un grido gli si strozzò in gola e prese a dimenarsi ed annaspare cercando di raggiungere il corpo di Uro Moggie, ma era troppo debole e l’uomo lo agguantò e, depositandolo sulla sua slitta, iniziò a legarlo ad essa con delle cinghie di cuoio. “Ascoltami, ragazzo, per lui non c’è più niente da fare, ma tu, tu puoi vivere! Però dobbiamo andare via ora, adesso, mi capisci?” fece poi egli scuotendolo nuovamente, ma Jay non capiva affatto, aveva gli occhi grondanti di lacrime e un lamento disperato che gli gorgogliava dentro. La slitta partì ad un grido dell’uomo, era trainata da cani le cui teste ondeggiavano ritmicamente mentre correvano nella tempesta.

 

 

 

02. Le speranze del caporale

Nell’area ristoro della piccola stazione di rifornimento spaziale Beta-6 un gruppetto di uomini stava discutendo animatamente. Il più anziano aveva due folti baffi argentei e un cappellino da baseball con la visiera al contrario; ascoltava i presenti spostando gli occhi da un oratore all’altro, era serio, ogni tanto lo si udiva sbuffare lievemente, poi si passava una mano sulla ispida ricrescita della barba. “Ti dico che la missione è fallita!” sbottò un giovanotto lentigginoso interrompendo le elucubrazioni del suo interlocutore. “E si può sapere come lo sai, Dabron?” gli rispose un altro, più alto e con voce baritonale, la sua folta barba corvina era piena delle briciole di un panino che aveva gustato poc’anzi. “Ascoltatemi tutti,” disse pacatamente Denny Dabron, cercando di recuperare la calma perduta e squadrando i cinque compagni, “Primo: nessun contatto radio da cinque giorni a questa parte; secondo: non dimenticatevi con chi abbiamo a che fare, quei bastardi non si fanno problemi a bollire le persone e a inscatolarle per bene una volta che non ne hanno più bisogno! Terzo: non sarebbe certo la prima volta che perdiamo qualcuno, quindi…”

“No, non lo accetto.” proruppe il più anziano, Vlad Moggie, e la sua voce cavernosa fece abbassare la testa a tutti gli altri; ognuno di loro sapeva che il soldato che si era offerto per andare in missione era Uro Moggie, il figlio più piccolo di Vlad. Nessuno lo considerava all’altezza, ma il ragazzo aveva insistito con veemenza; lo consideravano troppo gracile e femmineo per una responsabilità così grande. Il padre aveva interceduto e garantito per lui, conosceva il suo valore, lui sì che si fidava del suo Uro.

“Dovremmo avvisare il capo, che dite?” esordì un giovane dal colorito latteo e dai capelli biondo chiarissimo “Non possiamo abbandonare la posizione senza il suo consenso, anche se sono dell’idea che qui il nostro lavoro possa considerarsi concluso.” Lo spettro del fallimento, che già serpeggiava tra loro, li costrinse ad un prolungato silenzio. I fratelli Brewer si scossero per primi e terminarono, quasi all’unisono, il poco caffè ormai freddo nei loro bicchieri di carta. Vlad aveva un colorito tendente alla tinta dei suoi baffi,  giorni di trepidante attesa lo avevano provato più di quanto si sarebbe immaginato. Si sentiva responsabile per l’esito di quella missione, lui e Uro l’avevano pianificata insieme per mesi, il capo gli aveva dato il suo benestare, si era fidato di loro, ma adesso? Cosa sarebbe successo di lì in poi? Non poteva credere che fosse tutto finito così, non avrebbe abbandonato suo figlio, era l’unico che gli rimaneva, perdio!

“Se siete d’accordo, cari amici, contatterò io il generale.” disse infine l’anziano con voce ferma “Sei sicuro, Moggie?” iniziò Trevor Brewer con voce preoccupata “Gli effetti collaterali potrebbero…”

“Ce la faccio!” tagliò corto Vlad “Questa volta spetta a me! Aspettatemi all’aeronave.” Gli astanti assentirono col capo e si avviarono verso l’uscita dell’area ristoro. Grave, l’altro Brewer, si avvicinò nuovamente al vecchio commilitone e, fissandolo con due occhi fiduciosi sovrastati da un bruno monociglio, gli fece: “Il capo capirà, magari saprà illuminarci con una nuova strategia… Io credo ancora in Uro, per quello che può valere.”

Vlad Moggie entrò dentro il bagno destinato agli esseri di sesso maschile, chiuse a chiave la porta alle sue spalle e si diresse verso il lavabo che era sovrastato da un piccolo specchio unto. Si squadrò in silenzio per un momento. Ne aveva passate tante, troppe in effetti. Ma perdere anche il suo ultimo figlio… No, non lo poteva sopportare. La sua divisa blu era decisamente vecchia e sporca, i bottoni dei taschini erano quasi saltati tutti via. Sbottonò con cautela l’ultimo bottoncino rimasto ed estrasse dalla tasca una fiala contenente un liquido violetto. Lo scosse un poco, poi lo aprì e lo bevve d’un fiato. Il cuore iniziò a battergli all’impazzata, si sentì mancare il fiato e caracollò all’indietro accasciandosi contro la bianca parete piastrellata. Scivolò a terra piano piano, concentrandosi sul suo respiro. Doveva solo respirare, respirare ancora, con calma. Dopo un tempo indefinibile, un’eternità per i suoi sensi intorpiditi, si ritrovò a prendere coscienza, come se si stesse destando da un lungo sonno e stesse poco a poco recuperando la lucidità. Il luogo dov’era seduto, lo squallido bagno di una stazione di rifornimento spaziale, gli pareva pervaso da una fluidità, un’armonia della quale si sentiva gioiosamente parte; colori caldi di una potenza tattile lo avvolgevano ed era come se un vortice di intenzionalità lo spingesse verso un riverbero azzurrino che baluginava sopra il lavandino. Lo specchio! Sì, lo specchio! Vlad si alzò e, con estrema lentezza, portò la visuale al suo livello. Ci guardò dentro.

“Vlad Moggie!” una voce femminile risuonò nell’aria e l’uomo, istintivamente, drizzò la schiena e mettendosi sull’attenti esordì: “Generale Middlethorne! I miei rispetti!”

Al posto del viso di Vlad c’era, nello specchio, il volto severo, ma sereno al tempo stesso, di una donna dai capelli cortissimi e occhi freddi come schegge di ghiaccio. “Felicitazioni, caporale!” gli sorrise lei, Vlad era confuso. “Sapevo che mi dovevo fidare del suo giudizio! La missione non è forse andata secondo i binari prestabiliti, ma… Mi aspetto che lei e i suoi andiate subito a fornire supporto sul campo. Su Limbion le cose sembrano essersi complicate parecchio.” Così dicendo, la donna, gli mostrò la prima pagina del Discreto Cartaceo, la testata giornalistica più importante del pianeta Limbion. Essa recava a caratteri cubitali la scritta: “Salburn brucia”. Un sorriso increspò le labbra del vecchio, percepì un forte pizzicore all’attaccatura degli argentei baffi e il peso di due grosse lacrime premergli da dentro gli occhi.

“A presto, caporale.” disse il generale, ma la sua voce era come un’eco in una tormenta. Il suo volto era ormai scomparso dallo specchio. Vlad Moggie rimase a tu per tu con se stesso. Due umide strisce gli attraversavano le gote.

01. L’enigmatica miss Coney

Le palpebre pesanti di miss Coney erano tutto ciò che valeva la pena di vedere. Il treno oscillava, lanciato in una notte senza luna. La luce pallida che illuminava lo scompartimento era intermittente, assecondava i bruschi scossoni del mezzo rendendo impossibile la lettura. Jay era comunque troppo stanco e svogliato per desiderare di perdersi tra le pagine di un buon libro. La donna seduta dinnanzi a lui, miss Coney, avrebbe invece fatto carte false per sfogliare un quotidiano; tutto quel silenzio scandito dal ritmico trotto del treno sulle rotaie, l’oscura campagna senza luci al di là del vetro, le sue scarpe di cuoio che si stavano rivelando sempre più scomode ad ogni minuto che passava e quel bambino dall’aria truce che la fissava: cosa non avrebbe dato per distrarsi un po’! Jay non riusciva a staccare gli occhi da quelli di lei, lo affascinava come, gradualmente, si stessero abbandonando alla stanchezza. Quelle palpebre stavano lottando contro la forza di gravità. Le lunghe ciglia nere di miss Coney pesavano tonnellate. Lei si sforzò di pensare a un gioco, qualsiasi cosa per distrarre il bambino, ma non le veniva in mente niente, era stanca, aveva diritto ad esserlo, accidenti! Ma il suo compito non era ancora terminato, doveva condurre il piccolo a Salburn e mancavano ancora un paio d’ore all’arrivo. Non poteva cedere alle lusinghe del sonno. E poi lui, Jay Fox Middlethorne, sembrava così sveglio, così pronto a lanciarsi in una qualche bravata da bambini non appena lei si fosse addormentata. Doveva stare all’erta con un tipetto come lui.

Jay era letteralmente stregato dall’osservazione della sua accompagnatrice, la sua curiosità indugiava in ogni piccola, infinitesimale, ruga di lei. Era la prima volta, in tutta la lunga giornata appena trascorsa, che aveva modo di guardarla, di carpire, su quel volto esausto, ciò che più di tutto ella cercava di nascondere ai suoi occhi: la sua umanità. Quel mattino, mentre con altri suoi compagni recitava a memoria la parola di Cristo, prima di trangugiare quella pappa grigia che i frati dell’orfanotrofio chiamavano “colazione”, il direttore, l’abate Kent, lo aveva convocato nel suo ufficio. L’abate Kent era un uomo magro, scheletrico, che a stento si sarebbe distinto da un appendiabiti coperto di stracci. Aveva accolto Jay con un benevolo sorriso sdentato presentandolo a miss Coney, la donna che, al momento, sedeva innanzi a lui su quel treno diretto a Salburn. Il bambino, che aveva sempre vissuto tra le mura dell’Orfanotrofio di Cristo Misericordioso, di certo non immaginava come la sua vita sarebbe cambiata da quel momento in avanti; sapeva bene, quando vide la donna firmare un assegno sotto i scintillanti occhi dell’abate, che sarebbe successo qualcosa che lo riguardava, ma cosa?

“Middlethorne, prepara le tue cose e segui la signorina” fu l’ultima frase che pronunciò l’abate Kent al piccolo Jay il quale, senza salutare nessuno degli altri bambini con cui era cresciuto, si avviò alla camerata dove si coricava la notte per radunare i suoi scarsi averi: un coltello a serramanico (del quale i frati ignoravano l’esistenza); una cartolina rappresentante la Madonna con Gesù Bambino e la frase “A mio figlio Jay F. Middlethorne, ti auguro ogni bene, tua madre”; un sacchetto di caramelle all’eucalipto che aveva rubato a frate Francis; una collana che aveva fatto lui stesso composta da spago, i suoi denti da latte caduti, becchi di passero e piume di ghiandaia – che indossò subito nascondendola sotto la pesante giubba di lana grigia infeltrita – e, infine, una pipa in radica che era appartenuta al signor Temple-Moore, il vecchio custode del parco dell’orfanotrofio, suo unico amico, deceduto l’anno passato.

Miss Coney, la signorina dal lungo vestito blu scuro, scialle in tinta e scarpe di cuoio col tacco, che lo aveva prelevato così inaspettatamente quel mattino, lo aveva squadrato dall’alto in basso con un’espressione di vago disgusto. Lei non amava i bambini e Jay non faceva eccezione. “Salve, Fox. Il mio nome è Coney, miss Coney, per la precisione” si presentò lei tendendogli la mano; nessuno fino ad allora lo aveva mai chiamato “Fox”. Jay rispose al saluto afferrando rozzamente la sua mano fredda e baciandola. “Piacere di conoscerla, miss Coney” disse poi.

Quella lunga giornata era stata una carrellata infinita di luoghi, mezzi di trasporto diretti ad altri luoghi, uffici in edifici alti come il cielo, un continuo camminare, spostarsi, trottare dietro quella donna che, al pari di una macchina, andava avanti senza sosta. Jay non capiva, per quanto si sforzasse, che cosa stavano facendo, solo una cosa gli era stata svelata: erano diretti in un posto chiamato Salburn.

Mancava poco più di un’ora all’arrivo. Miss Coney decise che non poteva più farne a meno: “Alzati” gli intimò con uno sguardo truce “andiamo al vagone ristorante”. Jay, che non mangiava da tutto il giorno e non aveva neppure avuto il tempo di fare colazione, pensò che quella era la prima buona notizia che gli veniva recapitata in tutta la giornata. Attraversarono cinque o sei vagoni semivuoti. Poco prima del vagone ristorante c’era una toilette e miss Coney ci entrò sbattendogli la porta in faccia. Jay rimase ad attenderla nel corridoio, illuminato da una fioca luce fredda e intermittente. Da uno scompartimento lì accanto udiva delle voci in una lingua che non conosceva, il suono di una fisarmonica filtrava attraverso le pesanti tende marroni. Un rumore di passi che si avvicinavano gli fece alzare lo sguardo dal pavimento; una donna in carne dai lunghi capelli castani raccolti in una treccia stava avanzando verso di lui, sembrava allegra, le gote arrossate e un’andatura scanzonata. Gli passò accanto scompigliandogli i capelli ed entrò nello scompartimento di fronte, le voci lì dentro la accolsero con calore pronunciando parole che Jay non capì.

Poco dopo lui e miss Coney stavano seduti al bancone del vagone ristorante, entrambi con un caffè nero davanti. Non servivano altro a quell’ora, aveva detto il robot-barista scandendo le parole. Aveva una specie di televisore installato nel tronco e stavano trasmettendo una partita di calcio della Federazione dei Nani, facevano un sacco di falli, la gente adorava vedere come se le davano durante le partite. Miss Coney fece una smorfia di disprezzo, detestava quello sport, non era nemmeno uno sport, a suo parere. Jay sorbì il suo caffè sperando che i brontolii del suo stomaco si placassero. Si vide riflesso sul vetro che separava il bancone del bar dall’area in cui stazionava il barista: era più pallido del solito, aveva gli occhi infossati e le labbra tese e screpolate; non era il ritratto della salute. Miss Coney si accese una sigaretta dopo averla estratta da un portasigarette argentato che recava un bassorilievo floreale. “Se non le dispiace, miss Coney, io andrei alla toilette”disse Jay; lei assentì col capo, senza guardarlo, mentre un tic nervoso le tormentava un muscolo appena sotto l’occhio.

Il cesso del treno puzzava da vomitare, era angusto, incrostato di sporco in ogni dove, il pavimento bagnato di acqua putrida. La finestra si apriva a stento di un paio di centimetri. Jay salì coi piedi sul gabinetto, tenendosi faticosamente in equilibrio, pisciò e tirò la catena che era una maniglia di ferro arrugginita installata poco sopra la tazza; l’acqua sgorgava e la riempiva sempre più, era intasata da chissà cosa. Jay era inorridito, ma guardava con una certa curiosità quel misto di acqua, carta igienica e deiezioni umane che roteava lentamente cercando uno sfogo esterno; poi estrasse un fiammifero e una sigaretta che aveva sottratto abilmente a miss Coney quando lei era così assorta e piena di sdegno per quei nani che si pigliavano a schiaffi mentre inseguivano un pallone. Se la accese e assaporò il primo tiro, almeno avrebbe avuto meno fame, pensava, mentre il suo sguardo si posava sulla parete di fronte. Era piena di scritte insulse e sovrastata da uno specchio rotto sul quale egli era parzialmente riflesso. Una in particolare attrasse la sua attenzione: “Libertà per i bambini di Salburn!”. La porta vibrò violentemente sotto i colpi di qualcuno dall’altra parte. “Butta quella sigaretta e muoviti, Fox. E’ ora di andare.”

Jay represse un colpo di tosse e si sciacquò il viso alla svelta, poi si guardò allo specchio: i suoi occhi color del ghiaccio erano arrossati dal fumo e dalla stanchezza.

Miss Coney non pareva adirata per il suo comportamento, sembrava non importargliene; lui, del resto, era rimasto un po’ turbato da quella frase che aveva letto poc’anzi. Aveva sempre accettato il suo destino senza fiatare, ma ora si domandava quanto fosse saggio agire così. Il suo pensiero volò al suo coltello a serramanico, sua unica arma, lo tastò, era nella tasca interna della sua giubba, al momento opportuno avrebbe potuto piantarglielo diritto nel cuore e scappare! Ma se avesse fallito? Che cosa poteva aspettarsi allora?

Fu allora che Jay la vide: una pistola dall’aria minacciosa pendeva da una fondina sul fianco di miss Coney; l’aveva intravista sotto il pesante scialle che le copriva il busto. Ciò lo scoraggiò al punto di abbandonare i suoi piani e una stretta morsa di ferro gli strinse le budella mentre seguiva la donna a capo chino, come un rassegnato automa.

Attraversarono i vagoni in fretta e furia per tornare al loro scompartimento, le voci straniere che il bambino aveva udito in precedenza seguitavano a ridere e a intonare canti; dall’altoparlante installato nello scompartimento uscì la voce rauca del capotreno: “Avvisiamo i signori passeggeri che la prossima fermata sarà Salburn. Prepararsi all’arrivo con i bagagli e i documenti”. Miss Coney tirò giù la sua borsa di pelle dagli appositi sostegni per le valigie. Gli averi di Jay, invece, erano tutti nelle sue tasche. Il bambino sudava freddo, se ne stava rigido a fissarsi le punte dei piedi. “Fox,” lo apostrofò lei con un tono che mai aveva udito uscire dalle sue labbra, “non tutto è come sembra, tienilo bene a mente”.

Il treno si fermò stridendo sonoramente. Jay Fox Middlethorne e la signorina Coney scesero dal predellino e penetrarono nella stazione; camionette militari la attorniavano e c’era un fitto viavai di soldati. Il bambino notò che lui e la donna erano gli unici a scendere a quella fermata.

“Come è emaciato questo qui!” sentenziò l’ufficiale addetto al controllo dei documenti, sollevando il volto di Jay con un frustino. “Dovrò farlo comunicare a quei frati straccioni di nutrire come si deve questi ragazzi… Uno così…” continuò con voce melliflua “non dura mezza giornata…”. La donna gli porse i documenti ed egli li scrutò minuziosamente. “Miss Coney, eh?”. “Sissignore.” rispose lei con tono piatto “Non ti ho mai vista qui allo smistamento… Sei nuova?” chiese il militare guardandola fisso “Vengo da Lorraine-Sur, sono stata appena trasferita dopo la mia promozione a reclutatrice distrettuale.” disse lei senza battere ciglio. “Benvenuta a Salburn, buon proseguimento.” L’ufficiale le rese i documenti mimando un lieve inchino “Grazie, graduato Fennec” cinguettò la donna dopo aver letto la targhetta metallica che egli aveva appuntata sul petto.

Jay era sempre più spaventato, camminava a testa bassa cercando di evitare gli sguardi degli astanti e sparendo letteralmente dietro l’esile figura di miss Coney che avanzava cadenzando il passo, i suoi tacchi facevano un ritmico rumore sul selciato. Uscirono dalla stazione e oltrepassarono la tavola calda che a quell’ora era gremita di soldati che schiamazzavano e buttavano giù dosi massicce di whiskey scadente. Uno di loro li avvicinò col passo malfermo dell’ubriaco. “Ehi, bella!” gridò all’indirizzo di miss Coney, lei non si voltò affrettando il passo “…Ehi! Dico a te col marmocchio!” Jay tremava e non osava guardare nella direzione della voce che si era alzata e incrinata dall’impazienza, va bene che miss Coney aveva una pistola, ma quello lì… era un soldato! Chissà quante armi aveva addosso!

La donna camminava spedita e il soldato, divertito, li seguiva ondeggiando e rivolgendole epiteti osceni. Girarono dietro un muro, l’illuminazione in quella zona era quasi assente, il militare trottava con in mente una facile conquista: se il moccioso frignava lo avrebbe pestato a sangue e avrebbe taciuto. Svoltò l’angolo e si preparò a saltarle addosso quando accadde qualcosa che non aveva previsto: lei balzò su di lui! Jay era letteralmente senza parole e per poco non si afflosciò lì per terra come un sacco di patate; miss Coney stava sopra quell’uomo e gli serrava la gola in una morsa brutale senza un’ombra di emozione che le attraversasse il volto. Il soldato era invece incredulo, con gli occhi sbarrati e la voce che gli si strozzava in gola, incapace di ribellarsi o chiedere aiuto. I minuti che passarono Jay si dimenticò pure di respirare. Si scosse al suono della voce della donna “Fox! Aiutami, non c’è tempo!”

Spogliarono il corpo inerte del soldato “E’… E’ morto, miss Coney?” balbettò il bambino mentre gli sfilava l’elmetto semisferico. “Sì, lo è,” tagliò corto lei “Ma adesso l’importante è un’altra cosa…” disse spogliandosi dei suoi abiti in fretta e furia; Jay pensò che gli sarebbe preso un colpo di lì a poco: miss Coney era un uomo! “…Che mantieni la calma, Fox.”  terminò l’ex miss Coney mentre finiva di allacciarsi gli anfibi appartenenti al defunto soldato.