Solo al mondo

Era successo tutto così in fretta, troppo in fretta. Jay Fox Middlethorne stava vivendo un brutale distacco dalla realtà. Erano stati i cinque giorni più intensi della sua giovane vita ed ora, sedeva accanto a quell’uomo che inizialmente aveva detto di chiamarsi miss Coney, poi era diventato il soldato semplice Preston, fino a diventare un certo Uro Moggie, membro di un’organizzazione paramilitare interplanetaria. Il bambino era confuso, il colore della sua pelle aveva virato al giallognolo, i neri capelli intrisi di sporcizia e sudore gli si erano incollati alla fronte. Uro Moggie era immobile, sdraiato a terra, nella polvere, con una pallottola nelle viscere; il suo respiro era flebile, il suo volto teso dallo sforzo per non perdere conoscenza;  “Acqua… ” bisbigliò “F-Fox… Dammi… Acqua…”
Jay si guardò intorno con fare smarrito finché notò una pozzanghera fangosa sul fondo di un fosso a pochi metri dal loro nascondiglio; dopo aver brevemente ragionato sul da farsi, egli si decise a muoversi verso di essa, strisciando a terra come un serpente. Gli erano sempre piaciuti, i serpenti, del resto. Era quasi buio e la paura di essere avvistato dai soldati, che gli serrava la gola, lo aveva trasformato in un animale guardingo e sfuggente. Il terreno scuro scorreva sotto il suo ventre; Jay avanzava lento, ma costante con gli occhi fissi sul riverbero dorato che l’ultima luce del giorno proiettava sulla liscia superficie di quell’acqua torbida. Gli venne quasi da sorridere, una smorfia di disperazione, quando vi giunse, tanto era passato da quando aveva bevuto l’ultima volta e da quanto gli sembrava allettante quella brodaglia terrosa che gli si parava davanti. Le sue labbra si tesero leggermente e il dolore che provò gli ricordò che erano coperte di piaghe, da cui fluirono alcune gocce di sangue delle quali percepì il sapore. Non sapeva come trasportare l’acqua a Uro Moggie quando, mentre il pensiero lo tormentava e i suoi occhi saettavano qua e là cercando una soluzione, notò che il suo braccio, ormai sprofondato nella pozza, vestiva la sua logora giacca di lana che si era puntualmente intrisa del prezioso liquido.

Il bambino pensò che forse l’uomo era morto. Era più pallido di prima, marmoreo. La bocca tiratissima, semiaperta, gli occhi chiusi. Gli fece gocciolare dell’acqua sul viso strizzando piano la sua manica, poi sulle labbra, qualche goccia si insinuò dentro. Uro emise un lieve colpo di tosse. Era vivo. Jay si sentì sollevato, non voleva rimanere solo, alla mercé di quelle orde di soldati affamati di vendetta. Avrebbe voluto che Uro gli parlasse, che gli dicesse che sarebbe andato tutto bene, che sarebbero usciti da quell’incubo; o al limite, che gli desse degli ordini, che gli dicesse cosa fare in modo da farlo sentire utile e occupargli la mente per un po’. Invece l’uomo giaceva al confine tra la vita e la morte e taceva. La notte era giunta, buia e senza luci. Jay tremava di freddo, gli umidi stracci che portava addosso gli stavano appiccicati alla pelle.
L’ultimo pasto, per così dire, che aveva consumato, risaliva al giorno prima quando, furtivamente, aveva depredato un bidone dell’immondizia dai rifiuti provenienti dalla mensa dei militari di Salburn. L’edificio, in realtà, era andato completamente distrutto nel poderoso incendio del quale lui e Uro erano responsabili, ma, ironia della sorte, il cassonetto della spazzatura lì adiacente, era rimasto intatto.
Al momento, Jay aveva così fame che il pensiero di sgranocchiare qualche foglia di cavolo marcia e del pane ammuffito, gli faceva venire l’acquolina in bocca. Mentre era immerso in questi sconsolati pensieri, il suo stomaco non la smetteva di contrarsi e brontolare; era come se si torcesse su sé stesso. “Si sta mangiando da solo” pensò il bambino scrutando nell’oscurità. Ad un certo punto, dopo pochi istanti che Jay si era assopito con la testa ciondolante sul petto, Uro Moggie parlò appena percettibilmente: “Sei qui, F-Fox?…R-Rispondi, Fox…”
“Sono qui!” esclamò lui destandosi all’improvviso “Sono qui, Uro, puoi sentirmi?”. La voce del piccolo Middlethorne era incrinata dalla disperazione, nonostante egli cercasse di mascherarlo; si rese conto, proprio in quel momento, che Uro Moggie era l’unica persona al mondo che gli fosse rimasta, l’unico testimone della sua esistenza. “D-Devi chiamarli… Non possiamo più… P-Più f-farcela da soli…” biascicò l’uomo morente con voce flebile. “Chi?! Chi devo chiamare?! Uro! Dimmelo, ti prego!” proruppe il bambino con voce acuta. “L-Lei.” rispose Moggie “ È scesa dopo di noi… L-La fermata… T-Treno… Lei sa.” un lunghissimo sospiro seguì tali parole; “Lei sa.” ripeté.

Poi iniziò a nevicare.

Dapprima non si posava. Poi iniziò a depositarsi, strato su strato e, in poco tempo, ogni cosa fu ricoperta. Si stava mettendo davvero male, pensò Jay. Uro invece, dopo l’immane sforzo di pronunciare le ultime, poche parole, era caduto in un sonno pesante. Era talmente buio che il bambino non poteva vedergli il viso, ma percepiva la distensione dei suoi lineamenti; il suo volto di giovane uomo, appena punteggiato di barba color rame, era placido come il suo respiro. Si stava forse arrendendo alla morte? Jay si sdraiò accanto a lui, meditava sul da farsi e sulle sue ultime frasi. “Lei sa.” rimuginò “Ma lei, chi?”. La sua coscienza si stava dibattendo tra il sonno e la veglia, gli pareva di vedere delle ombre più scure della notte che danzavano dinnanzi a lui. Una stella lontana ardeva di un calore irreale, una stella cadente, una stella che sfrecciava nell’oscurità. Era così vicina che gli parve di poterla afferrare, un sogno bellissimo, pensava il bambino, “Anche Uro si scalderà…”
“Ehi! Ragazzo, sveglia, accidenti!” la voce roca di un uomo giungeva, da lontanissimo, alle orecchie di Jay. “Ehi! Ehi! Forza, su!” l’uomo prese a scuoterlo come un fuscello, la luce di una lanterna gli illuminava parzialmente il viso che era coperto da una foltissima barba grigia. Dai baffi pendevano alcuni ghiaccioli come stalattiti. “Lui… lui sta male, sta male, aiutalo!” gracchiò il bambino indicando il corpo di Uro Moggie che, giaceva lì accanto, coperto di neve. L’uomo barbuto gli si avvicinò, esaminandolo. “Mi dispiace, figliolo…” disse infine scuotendo la testa “Il tuo amico non ce l’ha fatta.”
Jay non credeva alle sue orecchie, non voleva crederci! Un grido gli si strozzò in gola e prese a dimenarsi ed annaspare cercando di raggiungere il corpo di Uro Moggie, ma era troppo debole e l’uomo lo agguantò e, depositandolo sulla sua slitta, iniziò a legarlo ad essa con delle cinghie di cuoio. “Ascoltami, ragazzo, per lui non c’è più niente da fare, ma tu, tu puoi vivere! Però dobbiamo andare via ora, adesso, mi capisci?” fece poi egli scuotendolo nuovamente, ma Jay non capiva affatto, aveva gli occhi grondanti di lacrime e un lamento disperato che gli gorgogliava dentro. La slitta partì ad un grido dell’uomo, era trainata da cani le cui teste ondeggiavano ritmicamente mentre correvano nella tempesta.

 

 

 

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Un libro: Spider

Anni fa mi fu regalato “Spider” di Patrick McGrath. Ciò avvenne proprio in concomitanza dell’uscita dell’omonimo film di David Cronemberg. Io non lessi il libro, non vidi il film, non mi interessavano insomma. E’ proprio vero quando si dice che lo stesso libro, letto da persone differenti, non è affatto lo stesso libro; io aggiungerei a questo anche il fattore temporale: lo stesso libro, letto dal medesimo lettore, in differenti periodi della sua vita, sarà diverso. Ci sono libri che ho addirittura riscoperto, avendoli, in un primo momento, giudicati noiosi o scogli insormontabili. Certi libri poi, dopo aver ottenuto il loro posto sulla libreria, sono stati, magari per anni, semplicemente lasciati lì. Vedendoli di sfuggita ho pensato che prima o poi li avrei letti, ma il momento giusto scivolava via via più lontano. Magari si sarebbe compiuto, magari no.

Qualche tempo fa mi son detta che era giunta l’ora di Spider! Solo la lettura mi avrebbe dato ragione o meno.

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Spider è proprio come il suo titolo: un romanzo che ti guida nella tela concentrica, delicata e vischiosa di un ragno. E’ un viaggio in una mente schizofrenica, in un personaggio e nei suoi demoni che lo accompagnano da quando era bambino. Il romanzo si articola su tre unità temporali: un presente nel quale il protagonista cerca di ricostruire la sua storia e di raccontarsi attraverso i due principali luoghi della sua vita; un passato più recente che comprende la sua esperienza ventennale in un istituto psichiatrico; un passato remoto, vivo e pulsante, motore dell’intera vicenda, che riguarda la sua infanzia, nei sobborghi dell’East End, e la sua sciagurata famiglia.

E’ stata una lettura molto intensa, un libro relativamente breve che mi ha imposto però un proseguire sensibile e ragionato. Non è, per me, uno di quei libri che si fanno divorare; non tanto per lo stile letterario, molto scorrevole, quanto per i contenuti e la tortuosità della trama che, essendo filtrata dalla mente del protagonista, spinge a domandarsi, ad un certo punto, cosa sia vero e cosa no. Ed in seguito che cosa sia la Verità stessa.

Patrick McGrath, figlio di uno psichiatra, avente vissuto parte dell’infanzia in ospedale psichiatrico al seguito del padre, sa delineare con maestria le caratteristiche proprie di quell’ambiente: la privazione, la solitudine, la psicosi, la routine giornaliera scandita dalle sigarette, l’attesa e la gratificazione.

Questo libro è l’ennesimo affresco sulla prevaricazione da parte dei portatori della fiaccola della “normalità”.

 

 

 

Le speranze del caporale

Nell’area ristoro della piccola stazione di rifornimento spaziale Beta-6 un gruppetto di uomini stava discutendo animatamente. Il più anziano aveva due folti baffi argentei e un cappellino da baseball con la visiera al contrario; ascoltava i presenti spostando gli occhi da un oratore all’altro, era serio, ogni tanto lo si udiva sbuffare lievemente, poi si passava una mano sulla ispida ricrescita della barba. “Ti dico che la missione è fallita!” sbottò un giovanotto lentigginoso interrompendo le elucubrazioni del suo interlocutore. “E si può sapere come lo sai, Dabron?” gli rispose un altro, più alto e con voce baritonale, la sua folta barba corvina era piena delle briciole di un panino che aveva gustato poc’anzi. “Ascoltatemi tutti,” disse pacatamente Denny Dabron, cercando di recuperare la calma perduta e squadrando i cinque compagni, “Primo: nessun contatto radio da cinque giorni a questa parte; secondo: non dimenticatevi con chi abbiamo a che fare, quei bastardi non si fanno problemi a bollire le persone e a inscatolarle per bene una volta che non ne hanno più bisogno! Terzo: non sarebbe certo la prima volta che perdiamo qualcuno, quindi…”

“No, non lo accetto.” proruppe il più anziano, Vlad Moggie, e la sua voce cavernosa fece abbassare la testa a tutti gli altri; ognuno di loro sapeva che il soldato che si era offerto per andare in missione era Uro Moggie, il figlio più piccolo di Vlad. Nessuno lo considerava all’altezza, ma il ragazzo aveva insistito con veemenza; lo consideravano troppo gracile e femmineo per una responsabilità così grande. Il padre aveva interceduto e garantito per lui, conosceva il suo valore, lui sì che si fidava del suo Uro.

“Dovremmo avvisare il capo, che dite?” esordì un giovane dal colorito latteo e dai capelli biondo chiarissimo “Non possiamo abbandonare la posizione senza il suo consenso, anche se sono dell’idea che qui il nostro lavoro possa considerarsi concluso.” Lo spettro del fallimento, che già serpeggiava tra loro, li costrinse ad un prolungato silenzio. I fratelli Brewer si scossero per primi e terminarono, quasi all’unisono, il poco caffè ormai freddo nei loro bicchieri di carta. Vlad aveva un colorito tendente alla tinta dei suoi baffi,  giorni di trepidante attesa lo avevano provato più di quanto si sarebbe immaginato. Si sentiva responsabile per l’esito di quella missione, lui e Uro l’avevano pianificata insieme per mesi, il capo gli aveva dato il suo benestare, si era fidato di loro, ma adesso? Cosa sarebbe successo di lì in poi? Non poteva credere che fosse tutto finito così, non avrebbe abbandonato suo figlio, era l’unico che gli rimaneva, perdio!

“Se siete d’accordo, cari amici, contatterò io il generale.” disse infine l’anziano con voce ferma “Sei sicuro, Moggie?” iniziò Trevor Brewer con voce preoccupata “Gli effetti collaterali potrebbero…”

“Ce la faccio!” tagliò corto Vlad “Questa volta spetta a me! Aspettatemi all’aeronave.” Gli astanti assentirono col capo e si avviarono verso l’uscita dell’area ristoro. Grave, l’altro Brewer, si avvicinò nuovamente al vecchio commilitone e, fissandolo con due occhi fiduciosi sovrastati da un bruno monociglio, gli fece: “Il capo capirà, magari saprà illuminarci con una nuova strategia… Io credo ancora in Uro, per quello che può valere.”

Vlad Moggie entrò dentro il bagno destinato agli esseri di sesso maschile, chiuse a chiave la porta alle sue spalle e si diresse verso il lavabo che era sovrastato da un piccolo specchio unto. Si squadrò in silenzio per un momento. Ne aveva passate tante, troppe in effetti. Ma perdere anche il suo ultimo figlio… No, non lo poteva sopportare. La sua divisa blu era decisamente vecchia e sporca, i bottoni dei taschini erano quasi saltati tutti via. Sbottonò con cautela l’ultimo bottoncino rimasto ed estrasse dalla tasca una fiala contenente un liquido violetto. Lo scosse un poco, poi lo aprì e lo bevve d’un fiato. Il cuore iniziò a battergli all’impazzata, si sentì mancare il fiato e caracollò all’indietro accasciandosi contro la bianca parete piastrellata. Scivolò a terra piano piano, concentrandosi sul suo respiro. Doveva solo respirare, respirare ancora, con calma. Dopo un tempo indefinibile, un’eternità per i suoi sensi intorpiditi, si ritrovò a prendere coscienza, come se si stesse destando da un lungo sonno e stesse poco a poco recuperando la lucidità. Il luogo dov’era seduto, lo squallido bagno di una stazione di rifornimento spaziale, gli pareva pervaso da una fluidità, un’armonia della quale si sentiva gioiosamente parte; colori caldi di una potenza tattile lo avvolgevano ed era come se un vortice di intenzionalità lo spingesse verso un riverbero azzurrino che baluginava sopra il lavandino. Lo specchio! Sì, lo specchio! Vlad si alzò e, con estrema lentezza, portò la visuale al suo livello. Ci guardò dentro.

“Vlad Moggie!” una voce femminile risuonò nell’aria e l’uomo, istintivamente, drizzò la schiena e mettendosi sull’attenti esordì: “Generale Middlethorne! I miei rispetti!”

Al posto del viso di Vlad c’era, nello specchio, il volto severo, ma sereno al tempo stesso, di una donna dai capelli cortissimi e occhi freddi come schegge di ghiaccio. “Felicitazioni, caporale!” gli sorrise lei, Vlad era confuso. “Sapevo che mi dovevo fidare del suo giudizio! La missione non è forse andata secondo i binari prestabiliti, ma… Mi aspetto che lei e i suoi andiate subito a fornire supporto sul campo. Su Limbion le cose sembrano essersi complicate parecchio.” Così dicendo, la donna, gli mostrò la prima pagina del Discreto Cartaceo, la testata giornalistica più importante del pianeta Limbion. Essa recava a caratteri cubitali la scritta: “Salburn brucia”. Un sorriso increspò le labbra del vecchio, percepì un forte pizzicore all’attaccatura degli argentei baffi e il peso di due grosse lacrime premergli da dentro gli occhi.

“A presto, caporale.” disse il generale, ma la sua voce era come un’eco in una tormenta. Il suo volto era ormai scomparso dallo specchio. Vlad Moggie rimase a tu per tu con se stesso. Due umide strisce gli attraversavano le gote.

L’enigmatica miss Coney

Le palpebre pesanti di miss Coney erano tutto ciò che valeva la pena di vedere. Il treno oscillava, lanciato in una notte senza luna. La luce pallida che illuminava lo scompartimento era intermittente, assecondava i bruschi scossoni del mezzo rendendo impossibile la lettura. Jay era comunque troppo stanco e svogliato per desiderare di perdersi tra le pagine di un buon libro. La donna seduta dinnanzi a lui, miss Coney, avrebbe invece fatto carte false per sfogliare un quotidiano; tutto quel silenzio scandito dal ritmico trotto del treno sulle rotaie, l’oscura campagna senza luci al di là del vetro, le sue scarpe di cuoio che si stavano rivelando sempre più scomode ad ogni minuto che passava e quel bambino dall’aria truce che la fissava: cosa non avrebbe dato per distrarsi un po’! Jay non riusciva a staccare gli occhi da quelli di lei, lo affascinava come, gradualmente, si stessero abbandonando alla stanchezza. Quelle palpebre stavano lottando contro la forza di gravità. Le lunghe ciglia nere di miss Coney pesavano tonnellate. Lei si sforzò di pensare a un gioco, qualsiasi cosa per distrarre il bambino, ma non le veniva in mente niente, era stanca, aveva diritto ad esserlo, accidenti! Ma il suo compito non era ancora terminato, doveva condurre il piccolo a Salburn e mancavano ancora un paio d’ore all’arrivo. Non poteva cedere alle lusinghe del sonno. E poi lui, Jay Fox Middlethorne, sembrava così sveglio, così pronto a lanciarsi in una qualche bravata da bambini non appena lei si fosse addormentata. Doveva stare all’erta con un tipetto come lui.

Jay era letteralmente stregato dall’osservazione della sua accompagnatrice, la sua curiosità indugiava in ogni piccola, infinitesimale, ruga di lei. Era la prima volta, in tutta la lunga giornata appena trascorsa, che aveva modo di guardarla, di carpire, su quel volto esausto, ciò che più di tutto ella cercava di nascondere ai suoi occhi: la sua umanità. Quel mattino, mentre con altri suoi compagni recitava a memoria la parola di Cristo, prima di trangugiare quella pappa grigia che i frati dell’orfanotrofio chiamavano “colazione”, il direttore, l’abate Kent, lo aveva convocato nel suo ufficio. L’abate Kent era un uomo magro, scheletrico, che a stento si sarebbe distinto da un appendiabiti coperto di stracci. Aveva accolto Jay con un benevolo sorriso sdentato presentandolo a miss Coney, la donna che, al momento, sedeva innanzi a lui su quel treno diretto a Salburn. Il bambino, che aveva sempre vissuto tra le mura dell’Orfanotrofio di Cristo Misericordioso, di certo non immaginava come la sua vita sarebbe cambiata da quel momento in avanti; sapeva bene, quando vide la donna firmare un assegno sotto i scintillanti occhi dell’abate, che sarebbe successo qualcosa che lo riguardava, ma cosa?

“Middlethorne, prepara le tue cose e segui la signorina” fu l’ultima frase che pronunciò l’abate Kent al piccolo Jay il quale, senza salutare nessuno degli altri bambini con cui era cresciuto, si avviò alla camerata dove si coricava la notte per radunare i suoi scarsi averi: un coltello a serramanico (del quale i frati ignoravano l’esistenza); una cartolina rappresentante la Madonna con Gesù Bambino e la frase “A mio figlio Jay F. Middlethorne, ti auguro ogni bene, tua madre”; un sacchetto di caramelle all’eucalipto che aveva rubato a frate Francis; una collana che aveva fatto lui stesso composta da spago, i suoi denti da latte caduti, becchi di passero e piume di ghiandaia – che indossò subito nascondendola sotto la pesante giubba di lana grigia infeltrita – e, infine, una pipa in radica che era appartenuta al signor Temple-Moore, il vecchio custode del parco dell’orfanotrofio, suo unico amico, deceduto l’anno passato.

Miss Coney, la signorina dal lungo vestito blu scuro, scialle in tinta e scarpe di cuoio col tacco, che lo aveva prelevato così inaspettatamente quel mattino, lo aveva squadrato dall’alto in basso con un’espressione di vago disgusto. Lei non amava i bambini e Jay non faceva eccezione. “Salve, Fox. Il mio nome è Coney, miss Coney, per la precisione” si presentò lei tendendogli la mano; nessuno fino ad allora lo aveva mai chiamato “Fox”. Jay rispose al saluto afferrando rozzamente la sua mano fredda e baciandola. “Piacere di conoscerla, miss Coney” disse poi.

Quella lunga giornata era stata una carrellata infinita di luoghi, mezzi di trasporto diretti ad altri luoghi, uffici in edifici alti come il cielo, un continuo camminare, spostarsi, trottare dietro quella donna che, al pari di una macchina, andava avanti senza sosta. Jay non capiva, per quanto si sforzasse, che cosa stavano facendo, solo una cosa gli era stata svelata: erano diretti in un posto chiamato Salburn.

Mancava poco più di un’ora all’arrivo. Miss Coney decise che non poteva più farne a meno: “Alzati” gli intimò con uno sguardo truce “andiamo al vagone ristorante”. Jay, che non mangiava da tutto il giorno e non aveva neppure avuto il tempo di fare colazione, pensò che quella era la prima buona notizia che gli veniva recapitata in tutta la giornata. Attraversarono cinque o sei vagoni semivuoti. Poco prima del vagone ristorante c’era una toilette e miss Coney ci entrò sbattendogli la porta in faccia. Jay rimase ad attenderla nel corridoio, illuminato da una fioca luce fredda e intermittente. Da uno scompartimento lì accanto udiva delle voci in una lingua che non conosceva, il suono di una fisarmonica filtrava attraverso le pesanti tende marroni. Un rumore di passi che si avvicinavano gli fece alzare lo sguardo dal pavimento; una donna in carne dai lunghi capelli castani raccolti in una treccia stava avanzando verso di lui, sembrava allegra, le gote arrossate e un’andatura scanzonata. Gli passò accanto scompigliandogli i capelli ed entrò nello scompartimento di fronte, le voci lì dentro la accolsero con calore pronunciando parole che Jay non capì.

Poco dopo lui e miss Coney stavano seduti al bancone del vagone ristorante, entrambi con un caffè nero davanti. Non servivano altro a quell’ora, aveva detto il robot-barista scandendo le parole. Aveva una specie di televisore installato nel tronco e stavano trasmettendo una partita di calcio della Federazione dei Nani, facevano un sacco di falli, la gente adorava vedere come se le davano durante le partite. Miss Coney fece una smorfia di disprezzo, detestava quello sport, non era nemmeno uno sport, a suo parere. Jay sorbì il suo caffè sperando che i brontolii del suo stomaco si placassero. Si vide riflesso sul vetro che separava il bancone del bar dall’area in cui stazionava il barista: era più pallido del solito, aveva gli occhi infossati e le labbra tese e screpolate; non era il ritratto della salute. Miss Coney si accese una sigaretta dopo averla estratta da un portasigarette argentato che recava un bassorilievo floreale. “Se non le dispiace, miss Coney, io andrei alla toilette”disse Jay; lei assentì col capo, senza guardarlo, mentre un tic nervoso le tormentava un muscolo appena sotto l’occhio.

Il cesso del treno puzzava da vomitare, era angusto, incrostato di sporco in ogni dove, il pavimento bagnato di acqua putrida. La finestra si apriva a stento di un paio di centimetri. Jay salì coi piedi sul gabinetto, tenendosi faticosamente in equilibrio, pisciò e tirò la catena che era una maniglia di ferro arrugginita installata poco sopra la tazza; l’acqua sgorgava e la riempiva sempre più, era intasata da chissà cosa. Jay era inorridito, ma guardava con una certa curiosità quel misto di acqua, carta igienica e deiezioni umane che roteava lentamente cercando uno sfogo esterno; poi estrasse un fiammifero e una sigaretta che aveva sottratto abilmente a miss Coney quando lei era così assorta e piena di sdegno per quei nani che si pigliavano a schiaffi mentre inseguivano un pallone. Se la accese e assaporò il primo tiro, almeno avrebbe avuto meno fame, pensava, mentre il suo sguardo si posava sulla parete di fronte. Era piena di scritte insulse e sovrastata da uno specchio rotto sul quale egli era parzialmente riflesso. Una in particolare attrasse la sua attenzione: “Libertà per i bambini di Salburn!”. La porta vibrò violentemente sotto i colpi di qualcuno dall’altra parte. “Butta quella sigaretta e muoviti, Fox. E’ ora di andare.”

Jay represse un colpo di tosse e si sciacquò il viso alla svelta, poi si guardò allo specchio: i suoi occhi color del ghiaccio erano arrossati dal fumo e dalla stanchezza.

Miss Coney non pareva adirata per il suo comportamento, sembrava non importargliene; lui, del resto, era rimasto un po’ turbato da quella frase che aveva letto poc’anzi. Aveva sempre accettato il suo destino senza fiatare, ma ora si domandava quanto fosse saggio agire così. Il suo pensiero volò al suo coltello a serramanico, sua unica arma, lo tastò, era nella tasca interna della sua giubba, al momento opportuno avrebbe potuto piantarglielo diritto nel cuore e scappare! Ma se avesse fallito? Che cosa poteva aspettarsi allora?

Fu allora che Jay la vide: una pistola dall’aria minacciosa pendeva da una fondina sul fianco di miss Coney; l’aveva intravista sotto il pesante scialle che le copriva il busto. Ciò lo scoraggiò al punto di abbandonare i suoi piani e una stretta morsa di ferro gli strinse le budella mentre seguiva la donna a capo chino, come un rassegnato automa.

Attraversarono i vagoni in fretta e furia per tornare al loro scompartimento, le voci straniere che il bambino aveva udito in precedenza seguitavano a ridere e a intonare canti; dall’altoparlante installato nello scompartimento uscì la voce rauca del capotreno: “Avvisiamo i signori passeggeri che la prossima fermata sarà Salburn. Prepararsi all’arrivo con i bagagli e i documenti”. Miss Coney tirò giù la sua borsa di pelle dagli appositi sostegni per le valigie. Gli averi di Jay, invece, erano tutti nelle sue tasche. Il bambino sudava freddo, se ne stava rigido a fissarsi le punte dei piedi. “Fox,” lo apostrofò lei con un tono che mai aveva udito uscire dalle sue labbra, “non tutto è come sembra, tienilo bene a mente”.

Il treno si fermò stridendo sonoramente. Jay Fox Middlethorne e la signorina Coney scesero dal predellino e penetrarono nella stazione; camionette militari la attorniavano e c’era un fitto viavai di soldati. Il bambino notò che lui e la donna erano gli unici a scendere a quella fermata.

“Come è emaciato questo qui!” sentenziò l’ufficiale addetto al controllo dei documenti, sollevando il volto di Jay con un frustino. “Dovrò farlo comunicare a quei frati straccioni di nutrire come si deve questi ragazzi… Uno così…” continuò con voce melliflua “non dura mezza giornata…”. La donna gli porse i documenti ed egli li scrutò minuziosamente. “Miss Coney, eh?”. “Sissignore.” rispose lei con tono piatto “Non ti ho mai vista qui allo smistamento… Sei nuova?” chiese il militare guardandola fisso “Vengo da Lorraine-Sur, sono stata appena trasferita dopo la mia promozione a reclutatrice distrettuale.” disse lei senza battere ciglio. “Benvenuta a Salburn, buon proseguimento.” L’ufficiale le rese i documenti mimando un lieve inchino “Grazie, graduato Fennec” cinguettò la donna dopo aver letto la targhetta metallica che egli aveva appuntata sul petto.

Jay era sempre più spaventato, camminava a testa bassa cercando di evitare gli sguardi degli astanti e sparendo letteralmente dietro l’esile figura di miss Coney che avanzava cadenzando il passo, i suoi tacchi facevano un ritmico rumore sul selciato. Uscirono dalla stazione e oltrepassarono la tavola calda che a quell’ora era gremita di soldati che schiamazzavano e buttavano giù dosi massicce di whiskey scadente. Uno di loro li avvicinò col passo malfermo dell’ubriaco. “Ehi, bella!” gridò all’indirizzo di miss Coney, lei non si voltò affrettando il passo “…Ehi! Dico a te col marmocchio!” Jay tremava e non osava guardare nella direzione della voce che si era alzata e incrinata dall’impazienza, va bene che miss Coney aveva una pistola, ma quello lì… era un soldato! Chissà quante armi aveva addosso!

La donna camminava spedita e il soldato, divertito, li seguiva ondeggiando e rivolgendole epiteti osceni. Girarono dietro un muro, l’illuminazione in quella zona era quasi assente, il militare trottava con in mente una facile conquista: se il moccioso frignava lo avrebbe pestato a sangue e avrebbe taciuto. Svoltò l’angolo e si preparò a saltarle addosso quando accadde qualcosa che non aveva previsto: lei balzò su di lui! Jay era letteralmente senza parole e per poco non si afflosciò lì per terra come un sacco di patate; miss Coney stava sopra quell’uomo e gli serrava la gola in una morsa brutale senza un’ombra di emozione che le attraversasse il volto. Il soldato era invece incredulo, con gli occhi sbarrati e la voce che gli si strozzava in gola, incapace di ribellarsi o chiedere aiuto. I minuti che passarono Jay si dimenticò pure di respirare. Si scosse al suono della voce della donna “Fox! Aiutami, non c’è tempo!”

Spogliarono il corpo inerte del soldato “E’… E’ morto, miss Coney?” balbettò il bambino mentre gli sfilava l’elmetto semisferico. “Sì, lo è,” tagliò corto lei “Ma adesso l’importante è un’altra cosa…” disse spogliandosi dei suoi abiti in fretta e furia; Jay pensò che gli sarebbe preso un colpo di lì a poco: miss Coney era un uomo! “…Che mantieni la calma, Fox.”  terminò l’ex miss Coney mentre finiva di allacciarsi gli anfibi appartenenti al defunto soldato.

 

Catastrofe annunciata alla G14-Ares

Ypsi K. Luvegg era uno dei tanti aiuti cuoco della stazione spaziale marziana G14-Ares. Erano tre mesi standard che lavorava nella cucina della mensa del personale addetto allo scarico merci del settore 4, e gli sembrava che fosse passato un secolo da quando aveva lasciato la casa paterna sulla Terra, in un sovraffollato condominio dei sobborghi di Houston, Texas. Suo padre, in realtà, era morto da un pezzo; era suo fratello maggiore Luis Fernando a tenere le redini della famiglia con una severità che rasentava i limiti della crudeltà. La madre era vecchia e stanca, sedeva davanti alla TV masticando gomme alla nicotina e bevendo birra, era perennemente in collera, pure quando dormiva imprecava contro chicchessia. Ypsi si muoveva in quell’angusto appartamento in punta di piedi cercando di mimetizzarsi negli squallidi arredi. Invidiava Marika e Tania, le sue due sorelle che, pur essendo due prostitute da quando erano appena adolescenti, almeno se ne erano andate di casa e vivevano in centro, lontano da quel posto grigio e infame.

Ypsi aveva sempre sognato di andarsene. Mollare tutto e tutti e proseguire da solo il cammino della sua vita. Non aveva amici nei sobborghi dove era nato; il suo nome stesso, Ypsi, era stato una condanna dal momento in cui era venuto al mondo e suo padre, ubriaco di vino della più infima qualità, aveva insistito nel chiamarlo come il nome del cavallo sul quale aveva appena puntato 15 dollari, così, per buon auspicio. Peccato che il quadrupede aveva pure perso la gara e il neonato, già nei suoi primi istanti di vita, inspirò quella dannata aria di sconfitta che gli sarebbe rimasta appiccicata addosso come una maledizione.

La sveglia suonò le 4 nella minuscola cabina della stazione spaziale: il turno iniziava tra meno di un’ora. Le pareti di metallo del bugigattolo che Ypsi si era abituato a considerare “casa” erano debolmente illuminate da un tenue neon che si accendeva automaticamente al suono della sveglia. Il turno precedente era terminato meno di sei ore prima. Erano giorni di carenza di personale: tutti gettavano la spugna alla cucina degli scaricatori del settore 4. Lui no. Potrebbe sembrare strano, ma amava quella vita: per la prima volta nella sua esistenza era lui l’artefice del suo destino, o almeno così gli pareva. Si alzò dal letto strisciando fuori dal suo sacco per il sonno e si sfregò il viso con una salvietta umida, lavarsi con l’acqua era un lusso che nessun operaio comune poteva permettersi nella stazione spaziale. Indossò la sua abituale divisa beige e si intrecciò i lunghi capelli castani per poi riporli dentro un berrettino anch’esso beige che recava sul davanti la scritta “Ares Galactic Corp.”.

I lunghi corridoi nel ventre della stazione spaziale G14-Ares erano come grotte di metallo  percorse da cavi, tubazioni, condotti d’aria; era come camminare dentro un immenso apparato cardiocircolatorio costituito di materiali sintetici. A quell’ora erano praticamente deserti, i passi svelti di Ypsi risuonavano nella metallica semioscurità. Incrociò vari robot SPASP, gli spazzini-aspiratori addetti alle pulizie, si salutarono cortesemente. Erano gentili, quei robot, sempre pronti a due chiacchiere nelle pause dal lavoro. Ypsi avvicinò il dorso della mano al lettore di microchip che, dopo un segnale acustico, gli consentì l’accesso al settore 4.

Lara Parmedis, nata nella faccia oscura della Luna, terza figlia di una famiglia greco-cinese, avanzò verso di lui allungandogli la mano per il loro consueto saluto, le batterono sul palmo e sul dorso e poi sulla propria fronte e sul cuore: così si salutavano gli esseri umani. “Sei carico?” disse lei con una smorfia sorridente mentre si avviavano all’entrata del personale. “Come no! Tanto quanto sei ore fa… ” fece Ypsi facendole notare le sue profonde occhiaie. “Mulbert ci ha proprio lasciati nella merda… ” sospirò lei scostandosi dagli occhi una ribelle ciocca bionda che le usciva dal berretto in dotazione per gli aiuti cuoco “anche io dopo questo turno devo riattaccare dopo sei ore”. Ypsi le indicò il distributore di capsule ad alto dosaggio di caffeina con un espressione rassegnata. “Col cavolo che butto via la mia paga per quella roba!” ruggì Lara “lasciamola agli sfigati, andiamo a farci un vero caffè prima che arrivi quello stronzo di Solomon!”.

Ypsi adorava iniziare il turno con Lara Parmedis, lo metteva subito di buon umore! Avevano il loro rituale caffè con la loro personale moka, un cimelio che lei aveva vinto ai dadi utilizzando i suoi poteri psichici, così raccontava; mentre l’enorme cucina era ancora deserta e silenziosa era difficile immaginarla mentre lavorava a pieno regime, talmente caotica che uno perdeva pure la percezione di se stesso mentre schizzava da una parte all’altra sotto le brutali sferzate di Solomon, un cuoco da quattro soldi che esigeva essere chiamato “chef”. Al suono della sirena di inizio turno apparve Bomzi che, sistemandosi il grembiule da lavapiatti, avanzò verso di loro con aria truce. “Ehi, Bomzi!” lo apostrofò Lara: “lo sai che se inverti la B e la Z nel tuo nome, viene Zombi?”. Lo salutava sempre così: rideva e quando Ypsi notava la solita espressione di rassegnato disappunto del nuovo arrivato, scoppiava a ridere anche lui. “Sei proprio originale, Lara… ” replicava lui con un tono talmente risentito da non poter far altro che incrementare l’ilarità. Bomzi Romero aveva un nome buffo, ad ogni modo. E lui lo odiava proprio, il suo nome. Stava risparmiando come un pazzo da qualche anno ormai per potersi pagare un viaggio su Marte, nel suo distretto di competenza, per potersi cambiare finalmente quello stupido appellativo che gli aveva affibbiato quella svitata di sua madre. Aveva già inoltrato la richiesta ormai un anno addietro, lo sapeva che i tempi della burocrazia marziana, specialmente quelli del distretto di Rimandor, erano biblici a dir poco. “Beh, io andrò a pulire le rape prima che arrivi Solomon… ” gemette Ypsi sciacquando le tazzine nel gigantesco lavabo e sistemandole ad asciugare a testa in giù. “Prometeo, invece? E’ in ritardo come al solito?” continuò mentre trafficava con il laccio del grosso sacco in yuta contenente le radici. “Prometeo non viene. Si è tagliato un dito mentre preparava il trito per i soffritti. Secondo me l’ha fatto apposta, si vedeva che aveva bisogno di una pausa” sentenziò Bomzi senza mutare espressione. Anche lui aveva fatto l’ultimo turno sei ore prima ed era visibilmente provato. Lara aveva un’espressione sconcertata: “Fantastico! Quindi oggi siamo solo noi tre! Se lo sapevo me la prendevo eccome una capsula magica!”

Solomon arrivò come un tornado sfoggiando un grembiule nuovo di zecca con scritto a caratteri cubitali: “Simply the Best”. Era già adirato per qualche motivo a loro ignoto, si notava da come gli vibravano i baffi scarlatti. Poco dopo erano tutti al lavoro per i preparativi delle tre colazioni divise in ondate successive che li avrebbero impegnati per le seguenti quattro ore. Gli scaricatori del settore 4 erano numerosissimi: c’erano per  primi quelli che smontavano dal turno notturno, poi quelli dei servizi doganali e infine  quelli che attaccavano alle 7 del mattino; la scelta alimentare era dettata da ciò che i magazzini della stazione spaziale mettevano a disposizione e dall’estro creativo di Solomon che ogni giorno era in vena di nuove sperimentazioni culinarie con le quali tediava i suoi sottoposti.

Bomzi era alle prese con una pila di teglie incrostate di torta di pseudo-carote e rafano quando arrivarono i camerieri, pochi minuti prima che aprisse la mensa. I camerieri erano un gruppo a sé stante che confabulava sempre e si nascondeva nello sgabuzzino dell’aspira-rifiuti per fumare durante i turni. Non erano umani: erano Ukini, una specie aliena proveniente dal pianeta Paruvian; avevano la pelle gialla e sembravano tutti uguali, tutti con una smorfia di superiorità stampata in faccia. L’unico diverso era Kikooji, il più giovane, si distingueva dagli altri perché la sua pelle non aveva ancora completamente virato al giallo dal colorito verde che li caratterizza durante l’infanzia: era giallo-verdino. Gli altri lo schernivano sostenendo che era sottosviluppato per la sua età. Kikooji aveva perennemente un’espressione malinconica. Ypsi sapeva bene cosa significasse essere disprezzato dai propri simili, da coloro che consideri la tua famiglia. Per questo aveva sempre una parola gentile per lui, una fetta di torta appena fatta, un bicchiere di centrifugato di rape del quale la sua gente andava matta. Kikooji lo cercava con lo sguardo e loro si trovavano sempre, avevano un’intesa psichica non indifferente.

Lara spadellava uova al burro e cavallette fritte, Solomon gridava di “muovere il culo con quelle tazze!” a Bomzi che era sudato fradicio e imprecava tra i denti; tre dei camerieri erano spariti e c’erano un mucchio di stoviglie sporche da andare a prendere: “Fumano, quei bastardi musi gialli!” tuonò il cuoco, rosso in viso quasi come il colore dei suoi mustacchi. Dallo sgabuzzino uscì il solito gruppetto insieme ad una nuvola di fumo dileguandosi in mensa alla velocità della luce.

“Oddio! Tra poco arrivano quelli del mattino!” disse Lara sbirciando dall’oblò della cucina la calca di gente che si stava ammucchiando all’entrata della mensa. “E’ pronto l’impasto delle focacce?!” “Sì, chef!” gracchiò Ypsi dopo aver inspirato l’aria bollente del forno che aveva appena aperto per estrarre i muffin ai mirtilli idroponici. “Bene, allora forza con quelle teglie! Parmedis, datti una mossa, aspettiamo tutti te!” .

Alla fine del turno, stremati, i tre colleghi si congedarono con il loro abituale saluto. Lara attaccava subito alla cella frigorifera ed era di pessimo umore. “Tra sei ore ci rivediamo qui, ragazzi.” disse infine inoltrandosi nel corridoio. “Cavoli, sei ore… ” sibilò Ypsi “Se ci fosse Prometeo… o Mulbert… potrei staccare.” “Scordatelo, è già un miracolo se Prometeo non si fa trasferire su un’altra stazione, lui e Solomon non si possono vedere.” “Di questo passo… moriremo.” Ypsi non era affatto ottimista quella mattina.

Quando egli tornò in cabina si sentiva spossato e aveva freddo. Fissò a lungo i pannelli metallici che componevano il soffitto della sua stanza prima di riuscire a prendere sonno. Dormì un sonno agitato e, nemmeno due ore dopo che finalmente si era addormentato, qualcuno bussò alla sua porta. Si alzò in preda ad un inizio di mal di testa, di quelli che non possono far altro che aumentare a meno che non si abbia il tempo materiale per dare modo al corpo di riposarsi. “Ypsi, fammi entrare, è importante!” disse una voce che lui conosceva al punto da capire quanto fosse inconsueta quella visita. “Entra, Kikooji, accomodati”. L’Ukini entrò e rimase in piedi al centro della cabina, con un certo imbarazzo. La sua pelle, verde chiarissimo, pareva azzurrina illuminata dalle luci al neon.”Siamo in pericolo, è terribile…” esordì lui quasi sussurrando. “Come, in pericolo?! Che vuoi dire?!”

“E’ arrivato un carico da Paruvian, il mio pianeta natale” proseguì lui “ho sentito Kejim e gli altri che ne parlavano, avevano paura perché percepivano una presenza, la Sua presenza… e anche io, nonostante non sia in piena sintonia con loro, sento l’avvicinarsi di una enorme catastrofe!” la voce di Kikooji tremava e i suoi occhi neri poi si posarono sul volto di Ypsi “Tu… sei sempre stato gentile con me… se hai qualcuno a cui tieni ti consiglio di avvisarlo e di andarvene da qui, in qualsiasi modo sia possibile. Qui tra poche ore regneranno soltanto il caos… E le mosche. “

Un libro: Riso nero

Mi è capitato ultimamente di imbattermi in qualche libro di Charles Bukowski. Poi mi è venuta la curiosità di leggere qualcosa che parlasse di Charles Bukowski. Ho letto una breve biografia e una raccolta di interviste che attraversa la sua vita e un bel pezzo di storia d’America, i giornalisti che gli chiedevano opinioni di questo o quell’altro fatto di attualità. Gli venivano fatte anche molte domande circa gli scrittori che l’avevano colpito, che aveva apprezzato, che l’avevano ispirato, perché prima di essere scrittori si è anche lettori solitamente. Ne sono usciti fuori parecchi, ma quando sono andata in biblioteca per affittare qualcosa di nuovo mi è caduto l’occhio su uno: Sherwood Anderson. Mi era rimasto impresso per via del nome, pensavo alla “Foresta di Sherwood”, quella di Robin Hood. Quindi, ispirata da ciò che piacque a Buk, quel giorno sono tornata a casa con un invitante libro da scoprire: “Riso nero”.

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Devo dire che temevo un po’ la traduzione di Cesare Pavese. Spesso quando la traduzione è affidata a scrittori mi aspetto delle particolarità stilistiche che, nonostante siano certamente degne di nota, mi rendono più difficile addentrarmi nella lettura. Ad ogni modo non è stato così, certo questo libro ha una forma che rappresenta un tassello importante dell’opera, ma ci si abitua presto al “flow” e senza problemi.

Le vicende che accadono sono piuttosto semplici, ordinarie, si direbbe. Il luogo: una cittadina sul fiume Ohio, Old Harbor. Poi si vola in altri posti, parallelamente ai pensieri/ricordi dei pochi personaggi che, condizionati da avvenimenti passati apparentemente non pertinenti al presente, ne sono invece fortemente influenzati e, in base ad essi, che li definiscono profondamente come individui, agiscono. L’ex giornalista Bruce Dudley, sua moglie Bernice, l’operaio Sponge Martin, Fred Grey il proprietario della fabbrica di ruote e uomo più ricco di Old Harbor, Aline la sofisticata moglie di Grey sono coloro che l’autore ci porta a conoscere intimamente, ci guida nei loro pensieri che si ripetono ciclicamente, come mantra. E tutto questo loro rimuginare, sprofondare in se stessi e nel loro passato, subordina i fatti presenti che avvengono come azioni fulminee, dietro le quali però c’è un’impalcatura di eventi che ha radici nella giovinezza stessa degli attori in scena.

Il fiume Ohio, che imperterrito si riversa nel Mississippi, scorre trasportando battelli, tronchi, vicende umane. I negri lavorano dietro le quinte. Sono quella forza che, silente, muove le cose senza alcun protagonismo. Un popolo a parte che assiste allo spettacolo dell’uomo bianco capendo ogni cosa ancor prima che succeda. Gente con un particolare modo di parlare, di cantare, di ridere. Risate acute e squillanti che arrivano fino al cielo.

“Riso nero” mi è piaciuto molto man mano che lo leggevo ed entravo in quel mondo che all’inizio mi pareva così distante. Mi piace leggere autori che sono piaciuti ad altri autori che amo. E’ un modo trasversale di conoscerli e anche efficace secondo me.

 

Le mosche

Un forte ronzio accolse Lindberg in quella parte di bosco. C’era un odore acre di un’umidità malsana. Si sentiva un gocciolio provenire da chissà dove. Le foglie degli alberi erano scure e pesanti, pendevano mollemente nell’aria stantia. Il sole, fuori dal bosco e dalle sue ombre, era insopportabile, ma lì, dove era finito Lindberg a forza di girovagare in cerca di acqua, c’era qualcosa di sgradevole che gli faceva rimpiangere le precedenti sferzate di luce. Dove fossero gli altri non gli importava, erano testardi, erano pronti a morire di sete piuttosto che avventurarsi nella selva, ma lui no: lui voleva vivere!

Le cortecce erano impregnate di umidità, la gola secca di Lindberg agognava molecole d’acqua. Egli continuava a deglutire e a muoversi circospetto, mentre i suoi occhi saettavano famelici in cerca di una fonte. Sentiva, però, un certo disagio, qualcosa dentro di lui gli diceva che se avesse ceduto alla sete e attinto da quelle gocce invitanti che striavano le fronde cascanti attorno a lui, qualcosa sarebbe andato storto. Quel ronzio insistente lo faceva vacillare, era arrivato al punto di essersi dimenticato come fosse vivere senza quel rumore perforante che gli tediava l’udito. Gli parve che un gatto, un’ombra fugace, gli passasse davanti. Pensò, camminando malfermo, che stava perdendo la ragione. Avrebbe dovuto fidarsi degli occhi della guida Ukini, vibranti di paura: le superstizioni che tanto aveva deriso tra sé mentre si lasciava il gruppo alle spalle e si addentrava nel folto del bosco gli parvero sotto tutt’altra luce. Stava cominciando a crederci. Chi? Lui? Lindberg il pragmatico? Se glielo avessero detto qualche giorno prima, che il suo cervello avrebbe partorito simili pensieri, si sarebbe messo a ridere fino a doversi asciugare le lacrime.

La foresta era sempre più buia e impraticabile, il procedere era difficoltoso, scivoloso; certi fiori che adornavano alcune piante erano meravigliosi, ma con un’aspetto sinistro, fatale. Lindberg non si era mai sentito così smarrito prima di allora. Il suo viso liscio e austero era butterato dalle punture di piccolissime zanzare che infestavano l’aria. Voleva grattarsi, scorticarsi la pelle con le unghie, ma sapeva che non sarebbe servito a niente, anzi, avrebbe pericolosamente ulcerato la sua cute esponendola all’assalto di agenti esterni. Ad un tratto, due maestosi massi emersero dall’intrico dinnanzi a lui. Erano alti almeno cinque o sei metri, coperti di muschi, fronde, arbusti e piccoli fiori viola scuro. Tra loro si apriva un sentiero angusto e coperto da un odoroso pacciame. Lindberg procedeva incespicando, si appoggiò alle rocce che lo circondavano con le mani per non scivolare. Era concentrato, ogni passo era calibrato attentamente, non si azzardava a guardare più avanti di un suo singolo passo. Così ne sarebbe uscito, sì,  ce l’avrebbe fatta, avrebbe ritrovato gli altri e la strada per il campo.

Un urlo di donna esplose all’improvviso. Gridava un nome: “Bert! Bert! Puoi sentirmi, Bert?!”. Lindberg la riconobbe all’istante, non gli pareva vero: era Lysanna Giaromi, la biologa molecolare che faceva parte della sua spedizione. “Bert” era il nome di battesimo del dottor Ormel, il capo del loro gruppo, un uomo severo con un forte senso di responsabilità. Come gli parve dolce il suono stridulo della voce di quella donna!

Lindberg affrettò il passo, per quanto gli fosse possibile, trainato da un impulso che gli faceva sfavillare gli occhi di speranza. Il ronzio persisteva, ma lui non lo sentiva tanto era concentrato a localizzare la fonte di quelle grida sconnesse. Si poteva percepire dal tono della Giaromi una disperazione e un’isteria che non sapeva se sarebbe stato in grado di placare. Urtò violentemente un ramo basso e cadde con un grugnito al suolo. I rami neri, visti da quella prospettiva, parevano arti protesi ad afferrarlo. Un gatto ci camminava sopra con grazia. No, non era possibile, Lindberg si schiaffeggiò forte, le punture di zanzara bruciarono come se ci avesse gettato sopra dell’acido, ma almeno era tornato in sé aggrappandosi al dolore che provava. Poi la vide, la sagoma di quella donna che non aveva sopportato per un attimo dal momento che si erano conosciuti: Lysanna gli parve addirittura bella mentre con gli abiti fradici e un evidente pallore funereo si faceva strada tra un intrico di giunchi brandendo un machete con la forza della disperazione. Lindberg si schiarì la voce e la chiamò. Dalle labbra screpolate non uscì che un belato che lo fece vergognare di se stesso. Lei alzò gli occhi dal sentiero e, quando si posarono su di lui, arsero di un misto di collera e gioia.

Lindberg si sentiva profondamente in colpa. Lei gli aveva appena raccontato come erano andate le cose da quando lui “li aveva mollati come degli stronzi”, non erano andate affatto bene, una sequela di eventi drammatici che avevano portato alla morte e alla dispersione il resto della comitiva della Règia Esplorazione Solmeda, della quale anche lui, Fausto Lindberg, faceva parte insieme ad altri sette membri, più le due guide e tre portatori che si erano trascinati le loro costose attrezzature per le rilevazioni per mezzo pianeta. Aveva visto morire Sammy, il giovane geografo. Un mattino l’avevano trovato al suo posto di guardia, ma non era più lui: era solo un involucro di pelle pieno di mosche, migliaia di piccole mosche che si fregavano avidamente le zampette e ronzavano. Ronzavano così intensamente da far perdere la ragione.

Lysanna intervallava il suo racconto con smorfie orribili, singhiozzava e il suo corpo latteo e fradicio sussultava. Lindberg si chiese se avrebbe dovuto abbracciarla in quel frangente, si chiese anche se lei non lo avrebbe respinto, sembrava attribuirgli tutte le colpe delle tragedie che non smetteva di elencare. Irma Cotton, l’entomologa aliena, era sparita, dispersa nel nulla. Era negli insetti che avrebbero trovato delle risposte a come uscire da quell’inferno, aveva decretato quella donna la notte prima di sparire; la sua faccia ossuta con un naso prominente sul quale fremevano le narici ad ogni sua parola rifulgeva illuminata da una piccola frontale, la frontale del Dott. Ormel, che, come un serio professionista tutto d’un pezzo, asseriva col capo con aria grave.

“Sembrava in crisi mistica quella pazza della Cotton!” bisbigliò infine Lysanna con un mezzo sorriso che si trasformò presto in un singhiozzo. Ormai erano calate le tenebre, il ronzio sembrava essersi affievolito, o forse erano le loro orecchie che si erano abituate. Difficile dirlo. Era troppo umido per accendere un fuoco. La torcia era al limite con la batteria, sarebbe stato saggio accenderla solo in situazioni di emergenza e non per darsi un illusorio conforto. E poi la luce avrebbe attirato nugoli di insetti. Lindberg si passò la mano sulla faccia, sentiva le cunette pulsanti delle punture di insetto che gli invadevano le gote. La Giaromi, lungi dal desiderare il suo conforto, si era assopita con la schiena contro un tronco e il suo respiro era tenue e regolare. Lui rimase solo coi suoi pensieri, le vicende tragiche che lei gli aveva narrato lo avevano reso sgomento lì per lì, ma ora non sapeva, si sentiva distante come se fosse già morto e sepolto da un pezzo. Pensò poi al gatto che aveva intravisto nella foresta e gli venne da piangere. Pianse in silenzio e, mentre copiose lacrime sgorgavano nell’oscurità, si addormentò.

La mattina successiva, Lindberg si svegliò con dei forti dolori in tutto il corpo, non era mai stato peggio, pensò mentre cercava di stirarsi la schiena aggrappandosi ad un ramo d’albero. Lysanna dormiva ancora, in una posizione che lui giudicò innaturale e malsana. Si avvicinò a lei e la scosse un poco, dovevano andarsene di lì, e in fretta. Il capo della Giaromi ciondolò e le ricadde in avanti, sul petto. Fausto tentò di sollevarglielo, ma ben presto si rese conto che era un corpo senza vita quello che si sforzava di rianimare. Il suo viso pallido ora sembrava in pace; le sue palpebre si alzarono all’improvviso rilasciando centinaia di mosche che uscirono dalle cavità oculari in una nube nera e minacciosa.

Egli cadde all’indietro con un grido e annaspò con le gambe prima di riuscire ad alzarsi tanto la paura lo cingeva in una morsa fatale. Non mangiava da giorni, ma il suo corpo pareva infischiarsene di quella debolezza: l’adrenalina che gli montava dentro lo fece correre come un ossesso in una direzione qualsiasi, l’importante era che lo portasse via da lì.

Quando il fiato corto lo obbligò a fermarsi, si rese conto di aver agito senza la minima lucidità. Il machete avrebbe potuto essergli utile per farsi strada nella vegetazione, invece l’aveva lasciato accanto al corpo di Lysanna, dove non sarebbe servito a niente. Il ronzio si era attenuato, almeno così gli parve, mentre il suo udito captava un rumore di acqua, uno scroscio in lontananza. Lindberg camminò per un tempo a lui indefinibile verso quel suono che si faceva via via più chiaro, mentre l’aria si appesantiva: era calda, densa, fili di nebbia strisciavano tra i tronchi come grigi serpenti. Un gatto guizzò davanti a lui, fulmineo. Egli raccolse le ultime forze che aveva e balzò nella sua direzione… voleva prenderlo! La nebbia, che ormai si era fatta fitta, nascondeva alla vista di Lindberg un crepaccio profondissimo nel quale egli precipitò venendo inghiottito dall’oscurità. Non emise nemmeno un gemito mentre, incredulo, si inabissava nelle viscere di un pianeta sconosciuto.

L’acqua lo avvolse e lo fece roteare, era salata, era calda, nera come l’abisso dal quale sgorgava. Fausto Lindberg si preparò a morire, i suoi pensieri non si riuscivano a focalizzare su una cosa precisa, frammenti di frasi, di volti, di suoni affollavano la sua mente sgomenta. Diane era una soldatessa addetta alla sicurezza della loro missione, i suoi capelli castano chiaro erano così luminosi, così vivi, così… La sua voce gli ricordava il suono dell’oboe, una strana voce per una donna, lui la trovava così sensuale… L’acqua lo sbatteva senza pietà, ma il colpo di grazia non arrivava, non ancora. Si chiamava Leopold, il suo gatto, come aveva potuto dimenticarlo? Da bambino, sulla stazione spaziale di Vega IV, lo seguiva nei condotti di aerazione, era impossibile perdersi se si seguiva la scia di Leopold, la sua coda sinuosa disegnava volute nell’aria. Leopold… Possibile che?…

I bambini Ukini hanno pelle verde che poi diventa gialla dopo i primi quindici anni di età. Lindberg aprì gli occhi e si trovò sotto lo sguardo di una miriade di facce verdi dall’aria stupita e divertita. Il cielo indaco del pianeta Paruvian lo folgorò con la sua primordiale bellezza. I suoi piedi erano carezzati dall’acqua di un fiume tiepido.

 

 

 

Un libro: Tarabas

Ho recentemente parlato delle biblioteche della mia città natale. Questo libro proviene da una biblioteca che frequento da poco: la biblioteca di Castelnovo ne’ Monti. Da quando l’ho scoperta, non riesco a smettere di affittarci libri nonostante ne abbia già molti miei, digitali e non, che aspettano di essere letti. Come mi piace aggirarmi tra gli scaffali in cerca di una “preda di lettura”! La cosa che mi dà più gusto è quella di scoprire autori che non conosco e che altrimenti non avrei mai conosciuto, farmi guidare dal caso, farmi solleticare l’interesse dalle grafiche delle copertine! Mi sono data una sola regola: mai prendere due volte la stessa casa editrice o lo stesso autore. Ho scoperto un paio di autori che credo leggerò ancora, uno è Elmore Leonard, americano, scrive roba pulp, apprezzato da Tarantino, leggendolo si capisce facilmente il perché; l’altro è lo svizzero Friederich Glauser, uomo che ebbe una vita turbolenta, girovaga e segnata dalla dipendenza da morfina, scrisse una serie di romanzi polizieschi che gli valsero il titolo di “Simenon svizzero”, la serie del sergente Studer, ed altri di cui una parte autobiografici ai quali appartiene “Morfina” che è quello che sto leggendo in questi giorni, una serie di racconti scollegati cronologicamente che prende il titolo da uno di essi, ma tratta di molteplici argomenti oltre che della sua travagliata relazione con la suddetta sostanza.

“Tarabas” invece è tutt’altra storia. L’autore, Joseph Roth, lo conoscevo già dai tempi del liceo, avevo letto un suo libro, “Confessione di un assassino”, e mi era piaciuto molto. Poi nel tempo me ne erano capitati altri: “La cripta dei cappuccini”, “La leggenda del santo bevitore”, “Il peso falso”.

Questo libro mi intrigò subito perchè narrava la vita di un uomo definito al contempo “un santo e un assassino”.

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Nikolaus Tarabas, questo è nome del protagonista, era senza dubbio un individuo inquieto. La sua forma mutò spesso nella sua esistenza, ma sempre adattandosi malamente alla sua epoca ed agli altri individui, ai valori comunemente ritenuti importanti, al sacro, alle aspettative della sua triste famiglia di piccoli proprietari terrieri cinta da un che di decadente e stantio. Egli non si risparmiò mai perseguendo la sua strada, proseguì fino all’estremo raschiando il fondo del barile di se stesso.

Joseph Roth dipinge attraverso la sua figura il cambiamento che segnò la Russia all’epoca della rivoluzione, l’estenuante conflitto mondiale che portò perdite e miseria, lo stravolgimento dei sistemi di potere che conseguì alla deposizione dello Zar e come questo mutamento si riversò tra le genti e tra coloro che tiravano le fila della società zarista.

“Tarabas” racconta un uomo profondamente solo, un uomo perennemente di passaggio, “un ospite su questa terra”.

A mio parere il libro più bello di Joseph Roth che abbia letto finora.

 

 

Biblioteche

Non sono mai stata un’assidua frequentatrice di biblioteche.

Forse, quando ero bambina, si usava di meno andarci, non lo so. La biblioteca per l’infanzia di Genova si chiama Edmondo De Amicis che fu l’autore del libro “Cuore” che mi fece versare copiose lacrime in tenera età, non tanto quando seguiva la storia principale, che trovavo noiosa, quanto quando proponeva quei racconti-tragedia dal vago sapore patriottico-retrò come: “Sangue romagnolo”, “La piccola vedetta lombarda”, “Dagli Appennini alle Ande”, “Tamburino sardo” ed altri che ora non ricordo. Tale biblioteca era situata in un luogo abbastanza infausto, una strada molto trafficata che terminava con una galleria nera dai fumi dello smog dato che era spesso zeppa di auto ferme al semaforo coi loro vibranti tubi di scappamento. Non mi ricordo molto di come fosse all’interno. Dal di fuori dava un po’ l’idea di una prigione tante erano le inferriate che cingevano la facciata. Ad essere toccate, quelle sbarre, ti lasciavano la mano nera dalla sporcizia e dai fumi dei gas di scarico. Non posso dire di averne un bel ricordo.

La suddetta biblioteca fu poi traslata al Porto Antico in un luogo decisamente più accattivante e forse anche meno inquinato all’interno dei cosiddetti “Magazzini del Cotone”. Ci si accedeva tramite due rampe di scale mobili. Mia sorella minore la frequentava perché cantava nel “Coro della Biblioteca”, un’attività alla quale non partecipai mai, nemmeno come presenza fisica accessoria. Il mio primo anno alla facoltà di Lingue e Letterature straniere andavo lì a preparare alcuni esami con alcuni compagni di corso o amici che erano iscritti ad altre università. La mattina era un posto molto piacevole. C’era poca gente, ampie vetrate dalle quali si godeva di una bella vista sul porto, una luce perlopiù naturale, tinte pastello e un clima molto tranquillo. Il pomeriggio era molto difficile trovare un posto libero, era pieno di studenti. A volte capitavano delle scolaresche delle elementari particolarmente chiassose. I bagni erano bianchi piastrellati.

Un’altra biblioteca dalla quale credo che ogni studente genovese sia passato almeno una volta nella sua carriera scolastica è la più austera biblioteca “Berio”, situata in una viuzza in salita dietro via Fieschi, in pieno centro città. Praticamente impossibile trovare un posto a sedere a meno che non si arrivasse con il canto del gallo a piantonare l’entrata cercando di schivare abilmente l’ennesimo adepto di “Lotta Comunista” che era capace di piantarti un pippone di mezzora se non lo mandavi a cagare o ti fingevi sordomuto. La biblioteca si sviluppava su tre piani, aveva una miriade di scaffali metallici pieni di testi dei più svariati argomenti e certi anche molto antiquati. C’erano poi dei libri in un magazzino ai quali potevi accedere solo chiedendone espressamente all’impiegata al momento di averli in prestito. Le pareti erano di grigio cemento armato, alla Le Corbusier. C’era anche un grosso gatto che si aggirava tra le corsie e i banchi. I posti a sedere erano davvero tanti, ma gremiti di gente. Spesso finiva che mi sedevo su una panchina dello spoglio cortile interno all’edificio a tentare di concentrarmi su una frase che rileggevo compulsivamente e a fumare una sigaretta dopo l’altra. I libri che prendevo in prestito non erano per piacere personale, ma esclusivamente funzionali allo studio. Qualche volta ho affittato dei VHS.

Non ho idea di quante biblioteche ci siano a Genova. Io ne ho frequentate tre. La mia preferita fu l’ultima che scoprii: la biblioteca “Lercari”. Si trova dentro Villa Imperiale, un piccolo parco nel quartiere di San Fruttuoso. Conoscevo quella villa, i miei nonni che abitavano nella parte alta di quel quartiere andavano spesso a fare la spesa lì vicino e a volte ci facevamo due passi, altre ci passavamo davanti e basta. Per un periodo mi trovai a fare le pulizie una volta a settimana in casa dei miei prozii che vivevano non distante da lì. Spesso mi portavo dietro la mia cagnolina, Rubia, che si annoiava da morire e mi piagnucolava dietro tutta la mattina, poi andavamo un po’ a Villa Imperiale, lei giocava e conosceva altri cani, io notai che nell’edificio che troneggiava sul parco c’era una splendida biblioteca. Era un po’ distante da casa dei miei, ma mi piaceva andarci, andavamo io e Rubia, a volte c’era qualche amico/a che studiava lì; il palazzo della “Lercari” era antico con ampie finestre e freschi pavimenti di marmo, c’era quasi sempre posto, ogni tanto mi prendevo una pausa per fumare e fare sgranchire il cane che mentre studiavo dormiva sotto il tavolo, una vera pacchia!

Le biblioteche sono luoghi a me graditi. Qualcuna mi piace più di altre. Ho pensato che, data la piega che ha preso al momento questo blog, tra il leggere e lo scrivere, ci poteva stare il parlare di questi luoghi di pace ancora magicamente silenti, o quasi, nei quali si respira una sacralità che è andata perduta in molti di quelli che si definiscono luoghi di culto.

Un posto dove si parla a voce bassa e dove si è protetti da pareti e pareti di libri che aspettano lì, come piccole porte verso luoghi ancora sconosciuti.

Bonucci

Giornate calde, giornate afose, il calciomercato impazzava in un’estate arida come non mai. E poi la pianura, quella dannata pianura colma di magazzini e container. La pianura ardeva. L’aria danzava sopra un asfalto cocente. Alla radio stavano parlando della faccenda di Bonucci, il difensore della Juventus. Alla fine di una veloce trattativa era passato al Milan del quale sarebbe inoltre diventato capitano. Avevano intervistato alcuni “illustri” del calcio italiano e ognuno di loro aveva detto la sua. C’erano gli indignati e gli stoici. Una bella parata di opinioni fine a se stesse.

Mario Cristoforo Bonucci rimuginava su questa e quella cosa e gli veniva da ridere pensando a “Bonucci qua, Bonucci là…”, lui manco si interessava di calcio, solo il nome aveva in comune, con quel tal Bonucci. Intanto continuava a camminare sul bordo della provinciale che la canicola pomeridiana aveva trasformato in un girone dell’inferno. La sua auto lo aveva mollato poco più indietro, nel bel mezzo di una trasmissione radiofonica dove venivano date le ultime news di mercato del campionato di serie A.

Non aveva il cellulare, lo aveva lasciato a casa, non amava portarselo sempre appresso, come un fottuto schiavo. Si immaginava come uno di quei portatori che si caricavano le portantine dei monarchi sulle loro schiene spezzate. Solo che il suo, di monarca, era leggero e piatto come una sottiletta, uno smartphone che vibrava per qualsiasi inezia: e mail, whatsapp, sua madre che non resisteva più di ventiquattr’ore senza fargli una telefonata, la fidanzata, Stefania, che si preoccupava per lui inutilmente, gli amici del circolo ciclistico che continuavano a taggarlo su facebook. Certo, un monarca potente, quello stupido smartphone; se tu non lo veneravi abbastanza, non lo guardavi, non lo toccavi, ci pensavano i tuoi conoscenti, quelli “nelle tue cerchie”, a rimetterti in carreggiata a colpi di notifiche. Ma che fine avevano fatto i “cazzi propri”?!

Bonucci ansimava ad ogni passo sotto un sole che pareva volerlo schiacciare come un insetto. Appoggiò debolmente la mano sul guardrail metallico alla sua destra e la ritrasse di colpo. Ustionava. Ci mancava che non prendesse fuoco. Ma quanti gradi ci saranno stati? Quaranta? Anche di più… Con questo caldo chissà quanti anziani che… Morire dal caldo? Ma come avveniva, precisamente?

I suoi piedi, rinchiusi in un paio di mocassini marroni dall’aspetto logoro, pulsavano. Una stazione di rifornimento all’orizzonte appariva un po’ sfocata, ma doveva essere vera, non un miraggio. Mario percepiva che i pensieri gli stavano sovraffollando la testa. Decise di concentrarsi su uno: arrivare là. Godersi una bella coca ghiacciata. O una fanta. O una sprite. Non importava. Arrivare. Passo dopo passo. Il sudore della sua fronte gli gocciolava negli occhi, abbassò la testa e proseguì guardando per terra. La linea bianca che delimitava la carreggiata era a tratti sbiadita. Pietroline. Vetri rotti sminuzzati piccolissimi. Cicche. Cicche. Cicche. Grette. Fazzoletti usati. Ciuffi d’erba impertinenti che il guardrail non riusciva a contenere. Una mano umana. Una mano?!

Bonucci scartò bruscamente di lato, come lo avesse morso un serpente, verso il centro della strada. Una motocicletta che arrivava a tutta velocità alle sue spalle lo evitò per un pelo riempiendolo di improperi. Lui saltò nuovamente per lo sgomento, questa volta nella direzione opposta, atterrò male su una caviglia e si accasciò a terra sbucciandosi i palmi delle mani. A quel punto il suo corpo aveva espulso più sudore che in tutta la camminata fino a lì. Aveva la camicia fradicia e, tremante, si alzò barcollando. Cercò con lo sguardo ciò che lo aveva così fortemente turbato. Poteva essersela immaginata, quella mano, uno scherzo del caldo… aveva sentito, non ricordava precisamente dove, di allucinazioni dovute all’aumento di temperatura, deliri della mente momentanei, una cosa normale, poteva capitare a tutti. Le sue ricerche continuarono per circa un quarto d’ora senza dare il benché minimo risultato. Percorse avanti e indietro il breve tratto di strada senza trovare la minima traccia di ciò che cercava. Si sentì sollevato. Poi inquieto. Avrebbe potuto stenderlo quella moto! E per cosa?! Una mano inventata? Pazzesco.

Zoppicava un po’, ma ormai la stazione di servizio era vicina. Nitida e definita. Una Punto nera lo affiancò rallentando, il finestrino del passeggero si aprì con un ronzio metallico. Al volante c’era una donna sulla quarantina con una sigaretta tra le dita e dei grossi occhiali scuri nei quali Bonucci si vide riflesso. Aveva davvero l’aria del derelitto. Lei aveva una voce energica e parlava con un tono altissimo, voleva essere gentile, forse, chiedendogli se aveva bisogno di aiuto, avrebbe potuto dargli uno strappo in città, lei era diretta lì, nessun disturbo, con il caldo che faceva, lei sarebbe già stata lì in preda alle visioni. Poi la donna tirò violentemente una boccata dalla sua sigaretta, il suo viso si allungò tanto che la sua pelle aderì con vigore al suo teschio. Solo allora Mario notò due bambini che con aria annoiata fissavano il vuoto, seduti sui sedili posteriori. Decise di ringraziare “del suo buon cuore” la signora fumatrice della Punto nera, lei aveva avuto un’impressione sbagliata, lui non aveva affatto bisogno d’aiuto, stava solo facendo una passeggiata. Quest’ultima frase gli sembrò una delle idiozie più grosse che avesse mai concepito, ma non aveva la benché minima voglia di essere catapultato nella macchina di una “buona samaritana” come quella.

La stazione di servizio proiettava sull’asfalto sottostante un’enorme ombra quadrata. Passarci attraverso, in quell’ombra paradisiaca, lo fece sentire davvero bene. Bonucci, una caviglia gonfia e il viso tendente al purpureo, entrò nel piccolo spaccio adiacente ai distributori di benzina. La temperatura era talmente bassa che si sentì una saetta ghiacciata percorrergli la spina dorsale. C’erano alcuni espositori zeppi di accessori per auto. Accanto alla cassa c’era un frigorifero ben fornito di bibite. Si sarebbe fatto una birra, ma non c’erano alcolici. Acchiappò una coca e si rivolse all’uomo alla cassa. Era un tipo grassoccio, pareva giovane, ma dimostrava di più. Aveva uno sguardo ebete. Portava il maglioncino. Cazzo, fuori c’erano quaranta gradi e lui se ne stava lì con il maglioncino! Certo che sto riscaldamento globale ce lo meritiamo proprio!

Da una minuscola televisione alle sue spalle stavano martellando con “il caso Bonucci” anche al Tg. Mentre pagava e il commesso gli porgeva lo scontrino Mario si accorse che egli aveva una mano sola. Indugiò un po’ troppo con lo sguardo sul moncherino. L’uomo gli disse che l’aveva persa in un incidente d’auto, quando era bambino, a un paio di chilometri da lì, fece un gesto vago nella direzione dalla quale l’avventore era venuto.

Guidava sua madre e, mentre si accendeva l’ennesima sigaretta, aveva sbandato ed era finita contro il guardrail a 90 km orari. A lui piaceva tenere il braccio fuori dal finestrino e la sua piccola mano era stata tranciata di netto dall’urto. Sua sorella era rimasta scioccata, non aveva voluto mai prendere la patente. L’uomo rise, ormai era acqua passata. Sua madre era morta di cancro. Sembrava trovare tutto molto divertente. Mario Cristoforo Bonucci non sapeva che dire, aveva esaurito le parole e aveva la gola secca, la coca era finita.

La calura di fuori lo avvolse come un’anaconda. La strada per la città era ancora lunga.