Un libro: Tarabas

Ho recentemente parlato delle biblioteche della mia città natale. Questo libro proviene da una biblioteca che frequento da poco: la biblioteca di Castelnovo ne’ Monti. Da quando l’ho scoperta, non riesco a smettere di affittarci libri nonostante ne abbia già molti miei, digitali e non, che aspettano di essere letti. Come mi piace aggirarmi tra gli scaffali in cerca di una “preda di lettura”! La cosa che mi dà più gusto è quella di scoprire autori che non conosco e che altrimenti non avrei mai conosciuto, farmi guidare dal caso, farmi solleticare l’interesse dalle grafiche delle copertine! Mi sono data una sola regola: mai prendere due volte la stessa casa editrice o lo stesso autore. Ho scoperto un paio di autori che credo leggerò ancora, uno è Elmore Leonard, americano, scrive roba pulp, apprezzato da Tarantino, leggendolo si capisce facilmente il perché; l’altro è lo svizzero Friederich Glauser, uomo che ebbe una vita turbolenta, girovaga e segnata dalla dipendenza da morfina, scrisse una serie di romanzi polizieschi che gli valsero il titolo si “Simenon svizzero”, la serie del sergente Studer, ed altri di cui una parte autobiografici ai quali appartiene “Morfina” che è quello che sto leggendo in questi giorni, una serie di racconti scollegati cronologicamente che prende il titolo da uno di essi, ma tratta di molteplici argomenti oltre che della sua travagliata relazione con la suddetta sostanza.

“Tarabas” invece è tutt’altra storia. L’autore, Joseph Roth, lo conoscevo già dai tempi del liceo, avevo letto un suo libro, “Confessione di un assassino”, e mi era piaciuto molto. Poi nel tempo me ne erano capitati altri: “La cripta dei cappuccini”, “La leggenda del santo bevitore”, “Il peso falso”.

Questo libro mi intrigò subito perchè narrava la vita di un uomo definito al contempo “un santo e un assassino”.

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Nikolaus Tarabas, questo è nome del protagonista, era senza dubbio un individuo inquieto. La sua forma mutò spesso nella sua esistenza, ma sempre adattandosi malamente alla sua epoca ed agli altri individui, ai valori comunemente ritenuti importanti, al sacro, alle aspettative della sua triste famiglia di piccoli proprietari terrieri cinta da un che di decadente e stantio. Egli non si risparmiò mai perseguendo la sua strada, proseguì fino all’estremo raschiando il fondo del barile di se stesso.

Joseph Roth dipinge attraverso la sua figura il cambiamento che segnò la Russia all’epoca della rivoluzione, l’estenuante conflitto mondiale che portò perdite e miseria, lo stravolgimento dei sistemi di potere che conseguì alla deposizione dello Zar e come questo mutamento si riversò tra le genti e tra coloro che tiravano le fila della società zarista.

“Tarabas” racconta un uomo profondamente solo, un uomo perennemente di passaggio, “un ospite su questa terra”.

A mio parere il libro più bello di Joseph Roth che abbia letto finora.

 

 

Biblioteche

Non sono mai stata un’assidua frequentatrice di biblioteche.

Forse, quando ero bambina, si usava di meno andarci, non lo so. La biblioteca per l’infanzia di Genova si chiama Edmondo De Amicis che fu l’autore del libro “Cuore” che mi fece versare copiose lacrime in tenera età, non tanto quando seguiva la storia principale, che trovavo noiosa, quanto quando proponeva quei racconti-tragedia dal vago sapore patriottico-retrò come: “Sangue romagnolo”, “La piccola vedetta lombarda”, “Dagli Appennini alle Ande”, “Tamburino sardo” ed altri che ora non ricordo. Tale biblioteca era situata in un luogo abbastanza infausto, una strada molto trafficata che terminava con una galleria nera dai fumi dello smog dato che era spesso zeppa di auto ferme al semaforo coi loro vibranti tubi di scappamento. Non mi ricordo molto di come fosse all’interno. Dal di fuori dava un po’ l’idea di una prigione tante erano le inferriate che cingevano la facciata. Ad essere toccate, quelle sbarre, ti lasciavano la mano nera dalla sporcizia e dai fumi dei gas di scarico. Non posso dire di averne un bel ricordo.

La suddetta biblioteca fu poi traslata al Porto Antico in un luogo decisamente più accattivante e forse anche meno inquinato all’interno dei cosiddetti “Magazzini del Cotone”. Ci si accedeva tramite due rampe di scale mobili. Mia sorella minore la frequentava perché cantava nel “Coro della Biblioteca”, un’attività alla quale non partecipai mai, nemmeno come presenza fisica accessoria. Il mio primo anno alla facoltà di Lingue e Letterature straniere andavo lì a preparare alcuni esami con alcuni compagni di corso o amici che erano iscritti ad altre università. La mattina era un posto molto piacevole. C’era poca gente, ampie vetrate dalle quali si godeva di una bella vista sul porto, una luce perlopiù naturale, tinte pastello e un clima molto tranquillo. Il pomeriggio era molto difficile trovare un posto libero, era pieno di studenti. A volte capitavano delle scolaresche delle elementari particolarmente chiassose. I bagni erano bianchi piastrellati.

Un’altra biblioteca dalla quale credo che ogni studente genovese sia passato almeno una volta nella sua carriera scolastica è la più austera biblioteca “Berio”, situata in una viuzza in salita dietro via Fieschi, in pieno centro città. Praticamente impossibile trovare un posto a sedere a meno che non si arrivasse con il canto del gallo a piantonare l’entrata cercando di schivare abilmente l’ennesimo adepto di “Lotta Comunista” che era capace di piantarti un pippone di mezzora se non lo mandavi a cagare o ti fingevi sordomuto. La biblioteca si sviluppava su tre piani, aveva una miriade di scaffali metallici pieni di testi dei più svariati argomenti e certi anche molto antiquati. C’erano poi dei libri in un magazzino ai quali potevi accedere solo chiedendone espressamente all’impiegata al momento di averli in prestito. Le pareti erano di grigio cemento armato, alla Le Corbusier. C’era anche un grosso gatto che si aggirava tra le corsie e i banchi. I posti a sedere erano davvero tanti, ma gremiti di gente. Spesso finiva che mi sedevo su una panchina dello spoglio cortile interno all’edificio a tentare di concentrarmi su una frase che rileggevo compulsivamente e a fumare una sigaretta dopo l’altra. I libri che prendevo in prestito non erano per piacere personale, ma esclusivamente funzionali allo studio. Qualche volta ho affittato dei VHS.

Non ho idea di quante biblioteche ci siano a Genova. Io ne ho frequentate tre. La mia preferita fu l’ultima che scoprii: la biblioteca “Lercari”. Si trova dentro Villa Imperiale, un piccolo parco nel quartiere di San Fruttuoso. Conoscevo quella villa, i miei nonni che abitavano nella parte alta di quel quartiere andavano spesso a fare la spesa lì vicino e a volte ci facevamo due passi, altre ci passavamo davanti e basta. Per un periodo mi trovai a fare le pulizie una volta a settimana in casa dei miei prozii che vivevano non distante da lì. Spesso mi portavo dietro la mia cagnolina, Rubia, che si annoiava da morire e mi piagnucolava dietro tutta la mattina, poi andavamo un po’ a Villa Imperiale, lei giocava e conosceva altri cani, io notai che nell’edificio che troneggiava sul parco c’era una splendida biblioteca. Era un po’ distante da casa dei miei, ma mi piaceva andarci, andavamo io e Rubia, a volte c’era qualche amico/a che studiava lì; il palazzo della “Lercari” era antico con ampie finestre e freschi pavimenti di marmo, c’era quasi sempre posto, ogni tanto mi prendevo una pausa per fumare e fare sgranchire il cane che mentre studiavo dormiva sotto il tavolo, una vera pacchia!

Le biblioteche sono luoghi a me graditi. Qualcuna mi piace più di altre. Ho pensato che, data la piega che ha preso al momento questo blog, tra il leggere e lo scrivere, ci poteva stare il parlare di questi luoghi di pace ancora magicamente silenti, o quasi, nei quali si respira una sacralità che è andata perduta in molti di quelli che si definiscono luoghi di culto.

Un posto dove si parla a voce bassa e dove si è protetti da pareti e pareti di libri che aspettano lì, come piccole porte verso luoghi ancora sconosciuti.

Bonucci

Giornate calde, giornate afose, il calciomercato impazzava in un’estate arida come non mai. E poi la pianura, quella dannata pianura colma di magazzini e container. La pianura ardeva. L’aria danzava sopra un asfalto cocente. Alla radio stavano parlando della faccenda di Bonucci, il difensore della Juventus. Alla fine di una veloce trattativa era passato al Milan del quale sarebbe inoltre diventato capitano. Avevano intervistato alcuni “illustri” del calcio italiano e ognuno di loro aveva detto la sua. C’erano gli indignati e gli stoici. Una bella parata di opinioni fine a se stesse.

Mario Cristoforo Bonucci rimuginava su questa e quella cosa e gli veniva da ridere pensando a “Bonucci qua, Bonucci là…”, lui manco si interessava di calcio, solo il nome aveva in comune, con quel tal Bonucci. Intanto continuava a camminare sul bordo della provinciale che la canicola pomeridiana aveva trasformato in un girone dell’inferno. La sua auto lo aveva mollato poco più indietro, nel bel mezzo di una trasmissione radiofonica dove venivano date le ultime news di mercato del campionato di serie A.

Non aveva il cellulare, lo aveva lasciato a casa, non amava portarselo sempre appresso, come un fottuto schiavo. Si immaginava come uno di quei portatori che si caricavano le portantine dei monarchi sulle loro schiene spezzate. Solo che il suo, di monarca, era leggero e piatto come una sottiletta, uno smartphone che vibrava per qualsiasi inezia: e mail, whatsapp, sua madre che non resisteva più di ventiquattr’ore senza fargli una telefonata, la fidanzata, Stefania, che si preoccupava per lui inutilmente, gli amici del circolo ciclistico che continuavano a taggarlo su facebook. Certo, un monarca potente, quello stupido smartphone; se tu non lo veneravi abbastanza, non lo guardavi, non lo toccavi, ci pensavano i tuoi conoscenti, quelli “nelle tue cerchie”, a rimetterti in carreggiata a colpi di notifiche. Ma che fine avevano fatto i “cazzi propri”?!

Bonucci ansimava ad ogni passo sotto un sole che pareva volerlo schiacciare come un insetto. Appoggiò debolmente la mano sul guardrail metallico alla sua destra e la ritrasse di colpo. Ustionava. Ci mancava che non prendesse fuoco. Ma quanti gradi ci saranno stati? Quaranta? Anche di più… Con questo caldo chissà quanti anziani che… Morire dal caldo? Ma come avveniva, precisamente?

I suoi piedi, rinchiusi in un paio di mocassini marroni dall’aspetto logoro, pulsavano. Una stazione di rifornimento all’orizzonte appariva un po’ sfocata, ma doveva essere vera, non un miraggio. Mario percepiva che i pensieri gli stavano sovraffollando la testa. Decise di concentrarsi su uno: arrivare là. Godersi una bella coca ghiacciata. O una fanta. O una sprite. Non importava. Arrivare. Passo dopo passo. Il sudore della sua fronte gli gocciolava negli occhi, abbassò la testa e proseguì guardando per terra. La linea bianca che delimitava la carreggiata era a tratti sbiadita. Pietroline. Vetri rotti sminuzzati piccolissimi. Cicche. Cicche. Cicche. Grette. Fazzoletti usati. Ciuffi d’erba impertinenti che il guardrail non riusciva a contenere. Una mano umana. Una mano?!

Bonucci scartò bruscamente di lato, come lo avesse morso un serpente, verso il centro della strada. Una motocicletta che arrivava a tutta velocità alle sue spalle lo evitò per un pelo riempiendolo di improperi. Lui saltò nuovamente per lo sgomento, questa volta nella direzione opposta, atterrò male su una caviglia e si accasciò a terra sbucciandosi i palmi delle mani. A quel punto il suo corpo aveva espulso più sudore che in tutta la camminata fino a lì. Aveva la camicia fradicia e, tremante, si alzò barcollando. Cercò con lo sguardo ciò che lo aveva così fortemente turbato. Poteva essersela immaginata, quella mano, uno scherzo del caldo… aveva sentito, non ricordava precisamente dove, di allucinazioni dovute all’aumento di temperatura, deliri della mente momentanei, una cosa normale, poteva capitare a tutti. Le sue ricerche continuarono per circa un quarto d’ora senza dare il benché minimo risultato. Percorse avanti e indietro il breve tratto di strada senza trovare la minima traccia di ciò che cercava. Si sentì sollevato. Poi inquieto. Avrebbe potuto stenderlo quella moto! E per cosa?! Una mano inventata? Pazzesco.

Zoppicava un po’, ma ormai la stazione di servizio era vicina. Nitida e definita. Una Punto nera lo affiancò rallentando, il finestrino del passeggero si aprì con un ronzio metallico. Al volante c’era una donna sulla quarantina con una sigaretta tra le dita e dei grossi occhiali scuri nei quali Bonucci si vide riflesso. Aveva davvero l’aria del derelitto. Lei aveva una voce energica e parlava con un tono altissimo, voleva essere gentile, forse, chiedendogli se aveva bisogno di aiuto, avrebbe potuto dargli uno strappo in città, lei era diretta lì, nessun disturbo, con il caldo che faceva, lei sarebbe già stata lì in preda alle visioni. Poi la donna tirò violentemente una boccata dalla sua sigaretta, il suo viso si allungò tanto che la sua pelle aderì con vigore al suo teschio. Solo allora Mario notò due bambini che con aria annoiata fissavano il vuoto, seduti sui sedili posteriori. Decise di ringraziare “del suo buon cuore” la signora fumatrice della Punto nera, lei aveva avuto un’impressione sbagliata, lui non aveva affatto bisogno d’aiuto, stava solo facendo una passeggiata. Quest’ultima frase gli sembrò una delle idiozie più grosse che avesse mai concepito, ma non aveva la benché minima voglia di essere catapultato nella macchina di una “buona samaritana” come quella.

La stazione di servizio proiettava sull’asfalto sottostante un’enorme ombra quadrata. Passarci attraverso, in quell’ombra paradisiaca, lo fece sentire davvero bene. Bonucci, una caviglia gonfia e il viso tendente al purpureo, entrò nel piccolo spaccio adiacente ai distributori di benzina. La temperatura era talmente bassa che si sentì una saetta ghiacciata percorrergli la spina dorsale. C’erano alcuni espositori zeppi di accessori per auto. Accanto alla cassa c’era un frigorifero ben fornito di bibite. Si sarebbe fatto una birra, ma non c’erano alcolici. Acchiappò una coca e si rivolse all’uomo alla cassa. Era un tipo grassoccio, pareva giovane, ma dimostrava di più. Aveva uno sguardo ebete. Portava il maglioncino. Cazzo, fuori c’erano quaranta gradi e lui se ne stava lì con il maglioncino! Certo che sto riscaldamento globale ce lo meritiamo proprio!

Da una minuscola televisione alle sue spalle stavano martellando con “il caso Bonucci” anche al Tg. Mentre pagava e il commesso gli porgeva lo scontrino Mario si accorse che egli aveva una mano sola. Indugiò un po’ troppo con lo sguardo sul moncherino. L’uomo gli disse che l’aveva persa in un incidente d’auto, quando era bambino, a un paio di chilometri da lì, fece un gesto vago nella direzione dalla quale l’avventore era venuto.

Guidava sua madre e, mentre si accendeva l’ennesima sigaretta, aveva sbandato ed era finita contro il guardrail a 90 km orari. A lui piaceva tenere il braccio fuori dal finestrino e la sua piccola mano era stata tranciata di netto dall’urto. Sua sorella era rimasta scioccata, non aveva voluto mai prendere la patente. L’uomo rise, ormai era acqua passata. Sua madre era morta di cancro. Sembrava trovare tutto molto divertente. Mario Cristoforo Bonucci non sapeva che dire, aveva esaurito le parole e aveva la gola secca, la coca era finita.

La calura di fuori lo avvolse come un’anaconda. La strada per la città era ancora lunga.

 

 

Un libro: Red Country

In un’antologia di racconti che avevano come filo conduttore il trattare di “donne toste” ero incappata in una storia che mi aveva parecchio colpita: “Desperado” di Joe Abercrombie. Quando iniziai “Red Country” mi dissi: – Aspetta un attimo, io di mr. Abercrombie ho già letto qualcosa…

La raccolta di racconti in questione la acquistai perché avevo una dannata fame di leggere qualcosa di George R.R. Martin dato che avevo letteralmente divorato l’ultimo volume de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”; la commessa della libreria mi disse sconsolatamente che no, non aveva idea di quando sarebbe uscito il seguito, nessuno ne aveva idea, forse nemmeno Martin. C’erano esposti nella libreria molti libri suoi ad ogni modo, mi furono mostrati con un ampio gesto, ma io volevo tornare là, a Westeros, nel mondo del “Trono di Spade”. Alla fine mi decisi per la suddetta antologia, che recava il titolo del primo racconto, scritto da Martin, “La Principessa e le Regina”, che tratta di una succulenta faida per il Trono tutta Targaryen. Seguono altre storie di altri autori, la maggior parte molto intriganti, a parer mio.

Poi incappai, circa un anno dopo, in un romanzo che a prima vista pensavo fosse di genere western: “Red Country”.

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Lo iniziai perché era tra i primi dell’ordine alfabetico per autori del mio lettore e book, mi intrigava il titolo e mi immaginavo una bella storia di cow-boys, sceriffi, banditi, revolver e whiskey di pessima qualità…

Invece no. Come potrebbe essere definito “Red Country”? Un fantasy con un vago retrogusto western?

Un bel libro. Ecco quello che è senza ombra di dubbio.

La trama è articolata su un viaggio-ricerca che porterà i protagonisti ad un’evoluzione e una crescita sia interiore che nell’ambito dei rapporti tra loro.

Non ho potuto fare a meno di affezionarmi ai personaggi. Non sono né perfetti, né particolarmente eroici. Sono densi. Pieni di vita e anche di morte, di paura, vizio, rimorso, cupidigia, opportunismo. Ma anche coraggio, onore, amore, forza di volontà portata all’estremo.

Frecce che sibilano, coltelli luccicanti, vestiti laceri e brama dell’oro sono solo un pizzico degli elementi che condiscono questa brillante epopea.

Leggerò altri tuoi libri, Joe Abercrombie!

 

Flaming Monroe

Nacque da un utero divorato dal cancro, un miracolo a detta di tutti. Tutti poi, chi erano? La ridicola combriccola di sopravvissuti all’ultima, devastante, tempesta di radiazioni. Glenn Otherman, il Vecchio, aveva trentasei anni ed era il più vecchio esemplare umano, a detta loro, in circolazione; Kiku, la bambina cieca era arrivata al loro sgangherato accampamento la sera prima, disidratata e sporca di fuliggine fino al midollo, aveva spiegato la sua situazione con parole infantili e con riferimenti sensoriali parecchio strani e, ad ogni modo, non c’era stato il tempo materiale di preoccuparsi della sua storia dato l’imminente parto di Minnie Monroe, giovinetta, rossa di capelli e dal colorito verdastro, con un utero a puttane da chissà quanto. Edmund Periny era un ragazzino prossimo alla pubertà con un viso rotondo e una bocca carnosa sormontata da una fitta peluria vellutata, aveva occhi grigi duri come pietre e maneggiava la sua Smith&Wesson come uno sceriffo del far west.  Martha Stevenson si improvvisò levatrice. La vocazione le venne lì per lì e seppe che era la cosa giusta da fare, con il suo viso serio e concentrato e le mani insanguinate con le quali si scostava i biondi capelli a spaghetto che le scivolavano davanti agli occhi. Quando Minnie esalò il suo ultimo respiro, poco dopo il primo vagito di lui, Flaming, gli astanti si domandarono chi avesse fatto la parte del fecondatore per quell’ennesimo sciagurato abitante di un pianeta prossimo alla morte. Glenn disse che no, lui l’aveva incontrata circa cinque mesi prima e già lei lo era, in “dolce attesa”.  Edmund si fece una risatina; avrebbe voluto essere lui, il padre, eccome.

Martha fu come una madre per Flaming Monroe. Lei uccise per lui, per il suo dannato latte in polvere, per le sue medicine, per la sua protezione. Poi si puliva il coltello sulla coscia, sulla tela ruvida e color kaki dei pantaloni. Aveva un alone scuro in quel punto, a volte ne rideva. Gli altri presenti all’avvento della sua nascita presero col tempo direzioni diverse. Sicuramente fu di Glenn Otherman che Flaming sentì di più la mancanza, ma non lo disse a nessuno, nemmeno a sé stesso.

Niente saluti, niente cazzate. Martha era coriacea come uno stegosauro, aveva una ruga verticale tra gli occhi che non spariva mai. Il deserto arido era stupendo al tramonto, Flaming glielo vedeva riflesso negli occhi, sapeva che quello era il suo momento preferito della giornata e ne rispettava il silenzio, la sacralità.

Magari avrebbero incontrato qualcuno dei vecchi al prossimo pozzo, magari Glenn, magari avrebbero barattato un po’ di zeolite con dell’acquavite di fior di cactus. Sarebbe andata bene così.

 

Un libro: Frank Carlucci Investigatore

Mai giudicare un libro dalla copertina…volete sapere il perché? Lo spiegherò con una semplice immagine:

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Questo libro mi è capitato per caso, un pdf saltato fuori dal vasto universo di internet. Odio leggere pdf sul mio lettore ebook: devo continuamente spostare la visuale della pagina per seguire la lettura, ingrandire per poter leggere delle lettere che sarebbero altresì microscopiche e anche tenere l’ebook reader in orizzontale, in modo da ridurre al minimo i miei movimenti per adattare ciò che compare sullo schermo alla lettura; una vera rottura di palle insomma! Eppure…

“Frank Carlucci Investigatore” mi ha tenuta incollata nonostante le evidenti scomodità; avevo voglia di leggere un giallo, ma avevo voglia anche di un’ambientazione fantascientifica… ed ecco qui una decadente San Francisco di un futuro imprecisato colpita da assassinii ed epidemie! Nonostante il titolo dell’opera lo suggerisca non affermerei che ci sia un solo protagonista, la storia è affrontata da punti di vista differenti e questo a mio parere permette di avere un coinvolgimento maggiore con anche gli altri personaggi. Carlucci è un tenente della omicidi in gamba, determinato e forse un po’ cinico, ma anche spesso impacciato e pieno d’umanità; è uno di quei poliziotti che crede ancora nella giustizia, che cerca di crederci nonostante la realtà suggerisca che quelli come lui siano prossimi all’estinzione.

La storia è coinvolgente in un mondo squallido, ma magnetico, che attira nelle sue spirali d’ombra, tra uomini e donne al limite della disperazione, ma avvinghiati alla vita; atmosfere ceree, malate, calura insana, odori pungenti di corpi e cibi di dubbia qualità.

E’ stato bello percorrere quelle strade, quei vicoli bui e lerci e osservare le pallide luminescenze delle insegne al neon, pensando: – E va bene, dai… dopo essermi domandata se prendere o no una birra al chioschetto malandato dell’anziana alcolista che staziona a quell’incrocio del Tenderloin da mattina a sera.

Un libro: Il libro dei morti viventi

Nonostante sull’accattivante copertina troneggi il nome “Stephen King” scritto a caratteri cubitali, questa efficace raccolta di racconti che tratta il tema dei morti viventi, degli zombies, dalle più svariate prospettive, ne contiene solamente uno attribuito al suddetto scrittore e, a parer mio, non è nemmeno tra i più belli. Ce ne sono altri quindici, di racconti, e si fanno gustare come noccioline condite con un poco di sano raccapriccio.

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Con questo libro ho ufficialmente inaugurato la mia entrata nel mondo degli zombies passando dalla magica porta della letteratura e l’effetto che ne ho ricevuto è stato la nascita di una fame crescente di altri titoli, libri, avventure tra orde di morti viventi in scenari postapocalittici popolati da un genere umano plasmato dall’orrore di una nuova sconvolgente realtà.

Uno dei racconti che più mi ha colpita è stato “I pezzi migliori” che, con un ribaltamento della prospettiva, affidando le redini della narrazione ad un orripilante morto vivente obeso, ha creato una piccola perla che non può che arricchire il fantastico universo zombie. Poi il racconto lungo “Come i cani di Pavlov” l’ho trovato molto coinvolgente e con un’ambientazione davvero suggestiva e claustrofobica; seguono le tetre atmosfere di “Sassofono” che si svolge un’Europa dell’Est devastata dalla guerra dove si uccide per accaparrarsi gli organi da vendere in un prolifico mercato asservito ai bisogni dell’Occidente.

Ciò che ha a che fare con il sangue, la carne, il sesso regna sovrano tra queste pagine che si destreggiano tra la marcescenza, lo scabroso e le più disparate devianze di un’umanità alla deriva; anche il romanticismo trova spazio però nel racconto che conclude l’antologia firmato Robert R. McCammon, un amore tenero e “carnale”al tempo stesso che riesce a condurre il lettore al di là dei confini del genere ed approdare a sensazioni inaspettate.

E…oh! L’introduzione dei curatori della raccolta e la prefazione del gran maestro George A. Romero non sono affatto da saltare!

 

 

– Nocturna –

I bisnonni degli anziani di Nocturna sapevano cosa significava vivere in una città circondata dalla più meravigliosa delle brughiere. L’avevano narrato ai loro figli, ai loro nipoti e costoro l’avevano a loro volta tramandato. Poi un dì, tutto mutò: la brughiera si fece deserto, un caldo inclemente sferzava dall’alba al tramonto, un caldo velenoso, mortale. Gli abitanti decisero così di capovolgere le loro abitudini, di vivere nell’oscurità anziché affrontare i raggi di un sole assassino e Nocturna, coi suoi alti palazzi colmi di fregi ed intarsi della sua età dell’oro, si abituò a vivere di notte ed esser silenziosa e spettrale nelle ore diurne. Il vento rovente, portatore di sabbie turbinanti, è il suo unico viandante quando le grandi strade, un tempo gremite di carrozze, ardono e restituiscono il calore pulsante ad un’aria satura di polveri sottili. Le nottate iniziano dopo tramonti sfolgoranti che si riflettono sulle infinite schiere di pannelli solari che rivestono tutta la città adempiendo alla sua enorme richiesta di energia: la notte di Nocturna non conosce l’oscurità. Essa viene scacciata con le sue illuminazioni pirotecniche e ogni tipo di luminescenza artificiale: una città davvero all’avanguardia nella produzione di lampade d’ogni sorta! Fondata dal pioniere ed industriale Emil Frank Nocturna, grande esportatore di profumi per ambienti realizzati con le primizie offerte dalla vasta brughiera circostante, questa grande metropoli ha sempre vantato un cospicuo numero di creativi, cosa che le permise di reinventarsi anche nelle peggiori difficoltà ritornando all’antica prosperità.

Un libro: Panino al Prosciutto

Avevo in mente di scrivere qualche riga su qualche libro che mi è piaciuto. Ieri ne ho finito uno e mi sono detta: perché non iniziare proprio con questo? Premetto che non ho alcuna intenzione di scrivere recensioni, né di incensare o smerdare questo o quel libro…cioè è difficile che io mi imponga di finire un libro se non mi appaga leggerlo (non siamo mica obbligati a sorbirci le robe che scrive qualcuno se ci non dà piacere farlo, no?) e in definitiva la mia idea era giusto quella di fornire uno spunto a chi fosse a caccia di un libro condividendo semplicemente la mia esperienza di lettrice.

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Questo libro si fa leggere tutto di un fiato, periodi brevi, una mitragliatrice di parole che lasciano il segno, a tratti fanno anche inorridire. Parzialmente autobiografico, narra le vicende di Henri Chinaski, prima bambino, poi adolescente e uomo, nella Los Angeles della seconda metà degli anni ’30 fino a giungere all’entrata in guerra degli Usa nella seconda guerra mondiale. Henri, nato in Germania e poi emigrato negli Usa, vive con una famiglia il cui padre si appiglia con tutte le sue forze al sogno americano, alla sua idea di felicità, ad una ricchezza impossibile e ad un appagamento illusorio proiettando le sue aspettative su un figlio di tutt’altra sensibilità che deve scontare la pochezza e le angherie familiari e la ruvida realtà della Grande Depressione annacquata dalle bugie e dalle promesse infrante della classe dirigente con le quali la sua generazione è stata cresciuta per diventare un’esercito di animali da soma svolgendo quello che viene chiamato “un’onesto lavoro” e diventare poi carne da macello durante la guerra. L’alcool rappresenterà per lui una via fuga, una porta sul retro affacciata su un vicolo malfamato, non gli darà felicità, ma lo terrà almeno lontano da quell’aberrante normalità che le persone comuni chiamano vita. Personalmente ho apprezzato molto questo libro, alcuni hanno definito Bukowski un esponente del cosiddetto “realismo sporco”, ma non è forse vero che quando si vuole parlare francamente si fa appello alla “sporca realtà”?

 

Internet e non

Basta social, anche Instagram ha rotto le scatole, per ora vado avanti ancora un po’, ma quando si ripresenta, ‘sto pensiero, dovrò prenderne atto, fare qualcosa, agire, cancellare  quella me e le sue mille e passa fotografie quadrate.  Per ora va bene così, l’inquietudine è gestibile, per così dire. Perché le vite degli altri sono così opprimenti?

Perché la libertà di espressione non esiste?

Quando avevo circa dodici anni pensavo che internet fosse una figata, collegavo il computer alla presa del telefono e cercavo freneticamente informazioni su ciò che mi interessava, avevo i minuti contati, era scomodo e costoso, internet, nessuno ti poteva telefonare mentre navigavi.

Ora invece sono una cosa sola, il telefono ed internet, e non è che io ne faccia un uso proprio essenziale, un uso mirato, agendo e non subendo la caterva di informazioni vere, false, utili, inutili, deprimenti o allegre che si susseguono continuamente imprimendosi subdolamente in qualche anfratto cerebrale come quella stupida canzone pop che ti farebbe schifo, ma non riesci a levarti dalla testa perché…il perché non lo sai.

Io non lo so, ma sento puzza di malato.